Quando
camminate
lungo
una
qualsiasi
via
del
centro
di
Parigi,
da
tutte
le
parti
vi
guardano
i visi
di
Emmanuelle
Beart,
Carin
Viard
e Mairie
Gillain,
che
nel
film
Pakao
(L'enfer)
sono
tre
sorelle
dalle
vite
completamente
distrutte.
L'Inferno
è
completamente
diverso
da
No
man's
land.
E'
un
dramma
classicistico
che
induce
la
critica
ad
amare
senza
riserve
o a
criticare
Tanovic
per
non
aver
continuato
lungo
la
via
del
genere
del
dramma
d'azione
grazie
al
quale
ha
ricevuto,
forse,
tutti
i premi
che
poteva
ricevere.
Lo
stesso
Danis
non
dà
tanto
significato
all'enfasi
creatasi
per
il
film.
La
prima
visione
a Parigi
si
è
tenuta
al
cinema
MK2,
lontano
dai
tappeti
rossi
e dal
lussuoso
Champs
D'Ellysses.
Danis
è
il
registra
che
tutti
gli
attori
durante
le
interviste
portano
alle
stelle,
e l'unica
somiglianza
fra
il
ragazzo
che
sognava
il
suo
primo
film
e il
co-produttore
che
dispone
di
un
grosso
budget
per
il
suo
progetto,
è
che
in
entrambi
i casi
si
tratta
di
un
uomo
che
sta
coi
piedi
per
terra.
Tanovic
non
vuole
prevedere
la
vita
e il
destino
di
questi
film
costato
circa
6 milioni
di
euro,
ma
non
nasconde
il
compiacimento
per
il
complimento
che
qualche
giorno
fa
ha
ricevuto
a Salonicco
dal
direttore
della
fotografia
più
importante
del
mondo,
Vittorio
Storar,
collaboratore
di
Francis
Ford
Coppola,
Bernardo
Bertolucci,
Martin
Scorsese...
Storaro
era
il
presidente
della
giuria
e dopo
aver
visto
il
film,
si
è
avvicinato
a Tanovic
e gli
ha
detto:
"
In
questo
momento
tu
sei
l'unico
talento
che
vedo
nell'orizzonte
del
film
mondiale,
questo
film
è
ciò
che
una
volta
definivamo
grande
cinematografia!"
Dani:
No
man's
land
è
un
film
in
cui
la
regia
serviva
da
"giustificazione"
del
testo,
si
potrebbe
dire
che
in
Inferno
sia
il
contrario?
Che
il
testo
di
Piasewitz
e
di
Kieslowski
sono
stati
messi
a
servizio
della
regia
di
Danis
Tanovic?
Tanovic:
La
storia
detta
sempre
la
regia.
Sarebbe
sbagliato
accedere
a
qualsiasi
testo
nello
stesso
modo,
e
questo
è
qualcosa
a
cui
non
penso
più,
esiste
un
istinto
che
mi
guida
in
quel
senso.
In
questo
film
la
regia
è
più
presente
che
in
No
man's
land
ed
è
stato
più
difficile
fare
la
regia
perché
dovevi
fare
qualcosa
di
interessante
all'interno
di
quel
dato
spazio
e
situazione,
e
mi
bacchettavo
sempre
sulle
dita
per
cercare
di
non
uscire
dalla
cornice
di
qualche
"renaissance",
per
non
andare
in
cerca
dei
dettagli.
Nell'Inferno
è
stato
completamente
diverso,
mi
sono
impegnato
per
mettere
tutto
in
movimento.
Si
tratta
di
principi
diversi.
Quando
cinque
anni
fa
lessi
Inferno,
non
mi
aveva
attirato,
non
avevo
visto
un
possibile
mio
film
in
quel
testo,
ma
poi
ho
cambiato
idea
e
dopo
la
lettura
sono
rimasto
sveglio
tutta
la
notte.
Ho
pensato
che
la
cosa
più
difficile
nella
natura
umana
è
il
peso
che
portiamo,
non
sapendo
che
è
dentro
di
noi,
fino
al
momento
in
cui
non
ci
incontriamo
con
quel
momento
del
passato.
L'inferno
lo
creiamo
noi
stessi,
finché
non
ci
incontriamo
veramente
con
quel
momento.
Dani:
Si
tratta
di
una
sceneggiatura
scritta
una
ventina
di
anni
fa,
quanto
bisogno
c'era
di
lavorarci
per
adattarla
ai
tempi
odierni?
Tanovic:
Il
succo
della
storia,
diciamo,
è
rimasto
lo
stesso,
nonostante
abbia
fatto
alcuni
interventi.
Una
delle
cose
che
ho
cambiato
è,
per
esempio
la
frase
dove
un
personaggio
dice:
"Sono
terribili
questi
attacchi
terroristici."
Nel
film
lui
invece
afferma:
"E'
strano
questo,
quando
loro
ammazzano
i
nostri
civili,
noi
lo
chiamiamo
terrorismo,
quando
noi
uccidiamo
i
loro,
allora
si
tratta
di
effetti
collaterali."
Dani:
In
questo
film,
prevalentemente
francese,
ci
sono
tante
citazioni
della
nostra
cultura
-
vengono
nominate
brani
del
romanzo
La
fortezza
di
Mesa
Selimovic,
viene
citato
anche
Il
divano
orientale
di
Dzevad
Karahasan.
Il
film,
si
potrebbe
dire,
è
allo
stesso
tempo
classico
e
una
dedica
al
classicismo?
Tanovic:
Sì,
e
pare
che
sia
un
difetto
quando
si
tratta
di
me.
Ma,
non
bado
a
ciò.
In
qualche
senso
il
modernismo
mi
ammazza,
non
posso
identificarmi
con
la
maggior
parte
dell'arte
odierna,
con
il
continuo
sottolineare
che
niente
ha
più
senso.
Siccome
la
sceneggiatura
inizia
con
la
scena
dove
il
personaggio
legge
una
poesia,
la
cosa
più
logica
era
di
scegliere
quella
di
Mesa
Selimovic
da
La
fortezza,
perché
parla
della
vita
nel
modo
in
cui
pensa
il
personaggio
del
film.
E'
logico
che
vado
a
pescare
dove
sento
mi
si
è
più
vicini.
Questo
accade
anche
con
Kieslowski,
che
viene
dall'Est.
Tutto
ciò
probabilmente
mi
è
più
vicino
che
non
un
Elliot
o
Whitman,
per
esempio.
Spesso
dico
di
aver
imparato
tanto
da
Karahasan,
era
il
mio
professore,
ed
è
del
tutto
naturale
fare
un
omaggio
anche
al
suo
lavoro.
Il
suo
messaggio,
che
l'uomo
non
ha
alcuna
responsabilità
finché
non
ha
scritto
la
prima
parola
del
suo
testo,
è
una
descrizione
precisa
del
lavoro
artistico,
almeno
per
quel
che
mi
riguarda.
Ecco,
tutta
Parigi
è
coperta
di
locandine
e
vorrei
che
milioni
di
persone
vedano
questo
film.
Ma
anche
se
dovessero
venire
in
50.000,
non
è
molto
importante.
L'industria
odierna
dei
film
si
potrebbe
spiegare
con
un
concetto
che
gli
americani
chiamano
running
numbers,
e
secondo
questo
parametro
i
film
che
non
costano
molto
sono
i
film
di
più
grande
successo,
e
incassano
un
sacco
di
soldi.
Ma
nelle
vesti
di
regista
ciò
non
dovrebbe
interessare.
Noi
ci
occupiamo
della
sostanza
delle
cose
e
non
di
fare
i
soldi.
Per
quanto
riguarda
la
citazione,
non
c'è
nulla
di
male
nel
rendere
popolare
la
nostra
letteratura
ed
è
un
bene
che
io
sia
nella
posizione
di
poterlo
farle.
La
cosa
più
difficile
è
mettere
se
stessi
in
una
qualche
cornice
reale
ed
essere
soddisfatti
della
possibilità
di
poter
fare
ciò
che
più
piace.
Adesso
ho
speso
più
di
cinque
milioni
di
euro
-
e
non
55
milioni
come
alcuni
nostri
media
amano
scrivere
-
per
girare
qualcosa
che
alla
fine
non
sono
che
piccole
foto
su
un
nastro.
Dani:
E'
chiaro,
noi
bosniaci
spesso
siamo
gente
immodesta
e
irreale.
In
che
modo
Danis
Tanovic
oggi,
11
anni
dopo
essersene
andato
via,
vede
il
paese
dove
è
nato?
Tanovic:
Per
me
non
è
difficile,
è
difficile
per
chi
vive
a
Kakanj
o
a
Zenica,
per
chi
va
in
miniera
e
scava.
Oggi
la
Bosnia
ha
dei
problemi
per
i
quali
non
vedo
soluzione.
Ogni
sabato
mattina
mi
fa
male
lo
stomaco
dopo
aver
letto
i
nostri
giornali.
Dalle
persone
che
guidano
questo
paese
riceviamo
solo
delusioni,
e
il
fatto
che
la
gente
abbia
pazienza,
la
pazienza
di
vivere
là
a
quelle
condizioni,
a
me
sembra
già
un
fenomeno.
Forse
sono
pazzo,
ma
ho
la
sensazione
che
se
io
dovessi
vivere
là,
prenderei
un
fucile
e
andrei
di
office
in
office
per
accelerare
un
po'
questi
processi
e
per
controllare
cosa,
in
realtà,
stanno
facendo.
Ho
la
sensazione
che
fanno
di
tutto
per
far
scomparire
le
persone.
Bisogna
fare
i
conti
con
quella
gentaglia,
non
credo
che
ci
sia
altro
modo.
Per
quanto
riguarda
la
comunità
internazionale:
loro
non
sono
la
causa
del
caos,
ma
sono
dei
catalizzatori.
La
maggior
parte
di
questi
idioti
che
a
noi
propongono
soluzioni,
nei
loro
paesi
per
le
stesse
cose
finirebbero
in
carcere
a
tempo
indeterminato.
E
se
ci
penso
meglio,
sempre
più
spesso
giungo
alla
conclusione
che
loro
non
sono
venuti
qua
per
fermare
la
guerra,
ma
per
aiutarci
ad
iniziare
la
guerra.
Dani:
A
Danis
Tanovic
manca
Sarajevo?
Tanovic:
L'altro
giorno
passeggiavo
per
San
Paolo,
un
viale
dove
non
riconosco
nulla,
ma
mi
era
piaciuta
l'atmosfera,
mentre
l'ipod
suonava
"Sve
ce
to,
o
mila
moja,
prekriti
ruzmarin,
snjegovi
i
sas"
("tutto
ciò
mia
cara
coprirà
il
rosmarino
la
neve
e
il
giunco
di
palude"
-
canzone
dei
Bijelo
Dugme,
ndt.).
Una
volta
che
non
vivi
più
nella
tua
città,
allora
ti
trovi
bene
dovunque,
diventi
cittadino
del
mondo
e
rimani
legato
alle
persone,
perché
viviamo
in
un
mondo
dove
tutto,
e
quindi
anche
le
città,
iniziano
ad
assomigliare,
l'una
all'altra.
Dall'altra
parte,
ho
una
strana
sensazione:
quando
vengo
a
Sarajevo,
anche
lì
mi
sento
straniero,
e
sono
straniero
anche
qua,
ma
sono
a
casa
sia
qua
che
là,
è
strano.
Ma
credo
che
per
un
artista
questa
dualità
sia
l'unica
posizione
possibile.
L'artista
deve
avere
un
punto
di
vista
che
la
gente
intorno
a
lui
non
ha.
La
mia
arte
viene
creata
dal
conflitto,
dal
problema,
non
mi
interessa
qualcosa
dove
questo
non
c'è
e
non
la
chiamo
arte.
Dani:
Nel
film
Inferno,
fra
altro,
si
parla
del
mondo
senza
Dio,
del
mondo
dove
è
importante
solo
un'unica
comparsa,
del
mondo
che
disprezza
tutto
tranne
i
valori
materiali
...
Tanovic:
Non
è
vero
che
viviamo
in
un
mondo
senza
Dio,
nel
nostro
mondo,
Dio
invece
di
essere
l'etica
è
il
denaro.
Quando
mi
chiedono
perché
non
sono
andato
negli
Stati
Uniti,
non
ho
più
la
forza
nemmeno
di
rispondere.
Mi
ricordo
la
scena
del
film
di
Matthieu
Kassowitz
L'odio
dove
viene
detto
che
ciò
che
fa
male
non
è
la
caduta,
ma
la
fine
della
caduta,
l'atterraggio,
l'urto
contro
la
terra.
Ho
la
sensazione
che
noi
in
Bosnia
stiamo
cadendo
e
che
ciò
duri
in
eterno,
e
dall'altra
parte
questo
non
dà
più
fastidio
a
nessuno.
Di
settimana
in
settimana
si
scrive
che
qualcuno
ha
rubato
enormi
quantità
di
denaro,
e
la
gente
alza
le
spalle.
Noi
stiamo
partorendo
da
dieci
anni,
e
non
abbiamo
combinato
nulla,
ho
la
sensazione
che
darei
tutto
alla
persona
che
fosse
in
grado
di
fare
un
taglio
cesareo,
alla
persona
pronta
a
costruire
l'autostrada
per
non
dipendere
più
dai
fenomeni
naturali,
nella
misura
in
cui
tutto
ciò
al
resto
del
mondo
suona
profondamente
ridicolo.
Quelle
persone
che
sono
sedute
là,
nel
Parlamento
e
nella
Presidenza,
e
che
pare
debbano
mettersi
d'accordo,
non
possono
mettersi
d'accordo,
perché
non
hanno
gli
stessi
interessi.
Mi
piacerebbe
vedere
un
uomo
che
ha
una
visione
per
tutti
i
cittadini
della
BiH,
allora
ci
penserei
a
come
aiutarlo,
se
dedicare
parte
del
mio
tempo
a
lui.
Ma
per
mia
fortuna,
continuerò
a
fare
film.
I
disordini
di
Parigi
Dani:
Alcune
settimane
fa
sembrava
che
in
Francia
potesse
iniziare
uno
scontro
molto
serio,
le
periferie
si
erano
"accese"
e
mancava
poco
che
tutto
"bruciasse".
Tanovic:
Da
una
parte,
qua
c'è
un
gruppo
di
persone
che
ha
completamente
ragione,
se
in
questo
paese
sei
nero
o
sei
arabo,
non
hai
molte
possibilità
di
riuscita.
Dall'altra
parte,
queste
persone
ricevono
un
aiuto
sociale
non
alto,
ma
nessuno
di
loro
patisce
la
fame.
Il
mio
problema
con
queste
proteste
è
che
alla
base
hanno
un'ira
che
non
ha
alcuna
articolazione,
non
è
sorretta
da
nessuna
idea.
Quando
nel
1968
bruciava
Parigi,
la
gente
aveva
un'idea
sul
cambiamento,
era
consapevole
di
fare
qualcosa
di
grande.
Adesso
non
ha
alcuna
idea
su
dove
andare.
Viviamo
in
un
mondo
in
cui
il
capitalismo
liberista
si
presenta
come
l'unica
soluzione,
in
un
mondo
in
cui
è
possibile
che
un'azienda
che
realizza
miliardi
di
profitto
lasci
duemila
persone
sulla
strada.
Come
ho
avuto
modo
di
scrivere
in
uno
sceneggiato
che
sto
preparando,
sembra
che
il
muro
di
Berlino
sia
caduto
dalla
parte
sbagliata.
La
globalizzazione
è
solo
una
buona
scusa
per
rendere
meno
cara
la
produzione
che
dell'Occidente
ed
è
difficile
convincermi
che
vivo
in
una
società
ideale,
specialmente
se
mi
ricordo
che
una
quindicina
di
anni
fa
avevo
un
passaporto
con
il
quale
si
poteva
andare
ovunque.
Non
era
quella
la
globalizzazione?
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)