Era
il
21
agosto
1992
quando
due
autobus
che
deportavano
dei
bosgnacchi
dai
famigerati
campi
[di
concentramento]
di
Prijedor
si
fermarono
a Koricanske
Stijene,
una
località
vicina
a un’altura
nella
municipalità
di
Knezevo/Skender
Vakuf.
Knezevo/Skender
Vakuf
è
una
piccola
municipalità
rurale
della
Republika
Srpska,
sul
monte
Vlasic,
non
lontano
da
Banja
Luka.
La
squadra
d’intervento
della
polizia
di
Prijedor
fece
scendere
a forza
i bosgnacchi
dall’autobus,
li
fece
inginocchiare
sul
dirupo
e aprì
il
fuoco.
252
persone
persero
la
vita,
sia
per
i colpi
dei
fucili
sia
gettandosi
nel
vuoto.
Più
tardi
i corpi
furono
rimossi
o bruciati,
al
punto
che
si
poterono
ritrovare
pochissimi
resti
umani.
Per
questo
massacro
Dado
Mrdja,
uno
dei
funzionari
di
polizia
all’epoca
responsabili,
fu
condannato
in
primo
grado
dal
Tribunale
Internazionale
dell’Aja
(ICTY)
a 17
anni
di
prigione
per
aver
partecipato
al
massacro.
Per
quanto
ne
sappiamo
nessun
altro
colpevole
è
stato
portato
in
tribunale.
Sette
anni
dopo,
nel
1999,
Zeljko
Kopanja,
capo
redattore
del
giornale
Nezavisne
Novine
di
Banja
Luka,
pubblicò
una
serie
di
articoli
sul
massacro,
infrangendo
in
Republika
Srpska
il
tabù
sui
crimini
commessi
dalle
forze
serbo
bosniache.
Il
fatto
diede
l’avvio
nella
Republika
Srpska
a un
dibattito
sorprendentemente
vivace
sui
crimini
di
guerra.
La
speranza
era
che
altri
esempi
simili
sarebbero
seguiti.
Purtroppo
il
dibattito
fu
costretto
al
silenzio
da
un
tentativo
di
uccidere
lo
stesso
Zeljko
Kopanja,
nell’ottobre
1999.
Kopanja
perse
entrambe
le
gambe
nell’esplosione
di
un
ordigno
collocato
sotto
la
sua
automobile.
Gli
autori
del
tentato
omicidio
non
sono
mai
stati
scoperti.
In
molti
casi
i crimini
in
Bosnia
Erzegovina
furono
commessi
alla
luce
del
sole,
davanti
a molti
testimoni.
Le
recenti
scoperte
della
commissione
su
Srebrenica
mostrano
con
chiarezza
che
migliaia
di
persone
furono
coinvolte
nei
crimini.
Di
solito
però
un
muro
di
omertà
circonda
i crimini.
Gli
abitanti
delle
località
in
cui
furono
commessi
i crimini
tendono
a negare
questi
eventi,
o a
parlarne
solo
dietro
porte
ben
chiuse.
Un
insieme
di
paura
di
ritorsioni,
senso
di
colpa
e riluttanza
a farsi
avanti
sono
probabilmente
i fattori
principali
che
impediscono
alla
gente
di
parlare
e allo
stesso
tempo
di
riconoscere
le
sofferenze
delle
vittime.
Ma
l’episodio
di
Koricani
sembra
fare
eccezione.
Poche
settimane
fa
il
sindaco
serbo
di
Knezevo/Skender
Vakuf,
Bore
Skeljic
dell’SNSD
(Partito
socialdemocratico
indipendente
serbo,
ndc),
ha
avuto
il
coraggio
di
fare
il
primo
passo.
Ha
scritto
al
membro
bosgnacco
della
Presidenza
bosniaca,
Sulejman
Tihic,
e gli
ha
proposto
di
costruire
un
monumento
in
memoria
dei
bosgnacchi
uccisi
a Koricani.
«Mi
sentivo
in
dovere
di
farlo,
per
le
vittime
di
quell’episodio.
Knezevo
non
ha
mai
avuto
nulla
a che
fare
con
il
crimine
e da
parte
nostra
noi
vogliamo
prendere
le
distanze
dall’accaduto.
È
anche
un
messaggio
per
le
generazioni
future,
che
non
si
ripeta
mai
più
niente
di
simile.
Non
capisco
perché
qualcuno
dovrebbe
esserne
sorpreso».
Il
sindaco
Skeljic
parla
apertamente
di
questa
iniziativa
e di
quanto
accadde
allora
a Koricani.
Ha
scritto
alla
Presidenza
della
Bosnia
Erzegovina
e ha
preso
contatto
col
sindaco
di
Travnik,
con
l’intento
di
cooperare
alla
realizzazione
del
progetto.
Nel
corso
della
realizzazione
essi
si
terranno
in
contatto
coi
parenti
delle
vittime
provenienti
da
Prijedor.
Il
sindaco
Skeljic
ritiene
che
in
maggioranza
i suoi
concittadini
lo
appoggeranno,
e che
finora
semplicemente
nessuno
di
loro
ha
avuto
il
coraggio
di
fare
il
primo
passo.
Naturalmente,
dice,
ci
sono
quelli
che
ancora
tentano
di
negare
che
ci
sia
mai
stato
un
crimine,
e a
loro
tutto
questo
non
piace,
ma
«noi
speriamo
che
le
loro
idee
presto
verranno
archiviate».
Se
le
cose
vanno
secondo
i piani,
il
memoriale
dovrebbe
essere
finito
per
l’estate
del
2006,
esattamente
nel
mezzo
della
campagna
elettorale
in
cui
i partiti
si
contenderanno
altri
quattro
anni
di
mandato.
In
quell’occasione
la
maggior
parte
di
loro
si
appellerà
ai
sentimenti
nazionalisti
per
conquistare
l’appoggio
degli
elettori,
ma
il
sindaco
Skeljic
è
determinato
a respingere
ogni
interferenza
politica.
«Non
permetteremo
che
questo
progetto
diventi
parte
della
campagna
elettorale»,
dice
con
fermezza.
L’iniziativa
di
Bore
Skeljic
è
un
piccolo
passo
nel
processo
di
riconciliazione
in
BiH.
Senza
pressioni
esterne,
nella
sua
piccola
municipalità,
Bore
Skeljic
sta
affrontando
il
passato
e rendendo
giustizia
alla
vittime.
È
anche
un
modo
per
distinguersi,
egli
stesso
e la
sua
comunità,
dagli
autori
del
crimine
e per
respingere
quella
colpa
collettiva
che
da
tanti
anni
incombe
su
Knezevo/Skender
Vakuf.
Un
piccolo
ma
positivo
e concreto
esempio
di
come
si
possa
arrivare
alla
riconciliazione
attraverso
iniziative
locali.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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