La
scomparsa
di
Slobodan
Milosevic
fa
ritornare
in
mente
le
parole
che
si
sentono
spesso
ripetere
dalle
varie
associazioni
di
vittime
in
Bosnia
ed
Erzegovina:
al
giorno
d’oggi,
in
Bosnia
è
meglio
essere
un
criminale
di
guerra
che
una
vittima.
Questa
amara
constatazione
esprime
perfettamente
le
condizioni
delle
vittime
della
guerra
in
Bosnia
ed
Erzegovina,
che
dal
punto
di
vista
finanziario
e sociale,
vivono
in
condizioni
molto
difficili
dato
che
le
leggi
che
dovrebbero
provvedere
al
loro
supporto
e sostentamento
non
vengono
implementate
o sono
affette
da
una
cronica
mancanza
di
fonti.
E ciò
vale
per
tutte
le
associazioni
di
vittime,
in
entrambe
le
entità.
Per
contro,
una
persona
accusata
di
crimini
di
guerra
come
Milosevic,
una
volta
abbandonato
il
potere,
ha
continuato
ad
ottenere
attenzione
mediatica
che
ha
coperto
il
suo
processo
e gli
ha
comunque
assicurato
una
ribalta
mondiale.
La
fine
di
Milosevic
conferma
questa
amara
situazione:
la
gente
è
più
pronta
ad
esprimere
cordoglio
per
la
scomparsa
di
un
potente,
accusato
di
pesantissimi
crimini,
che
per
la
scomparsa
di
migliaia
persone
innocenti
ma
sconosciute.
Il
giorno
dopo
la
sua
morte,
in
Republika
Srpska,
le
reazioni
dei
politici
sono
diverse.
Chi
invia
le
condoglianze
alla
famiglia,
come
Momir
Malic
presidente
del
Consiglio
dei
Popoli,
una
delle
due
camere
del
parlamento
della
Srpska,
chi,
come
Cavic,
dice
che
è
scomparsa
una
figura
storica,
che
è
stata
sia
criticata
che
eleogiata
e si
chiude
quindi
un’epoca.
C’è
chi,
infine,
come
il
membro
serbo
della
Presidenza
collegiale
bosniaca
Borisav
Paravac,
cerca
di
tirare
l’acqua
al
proprio
mulino,
dicendo
che
Milosevic
con
la
sua
difesa
decisa
ha
provato
che
il
conflitto
in
Bosnia
ed
Erzegovina
non
è
stata
un’aggressione
internazionale,
ma
una
guerra
civile
dei
tre
popoli.
Il
riferimento
alla
causa
in
corso
alla
Corte
Internazionale
di
Giustizia
è
chiaro.
Nelle
città
della
Srpska,
come
Banja
Luka,
Doboj
e Prijedor,
sono
state
accese
candele
e sono
state
deposte
corone
di
fiori.
La
sensazione
è
che
l’opinione
pubblica
nella
Republika
Srpska
sia
più
morbida
nei
confronti
di
Milosevic
di
quanto
non
lo
sia
in
Serbia,
dove
numerosi
politici
dell’attuale
classe
dirigente
sono
stati
vittime
della
repressione
di
Milosevic,
primo
fra
tutti
il
Ministro
degli
Esteri
Vuk
Draskovic.
Se
in
Republika
Srpska
non
vi
sono
espressioni
di
critica
nei
confronti
di
Milosevic,
l’atteggiamento
dei
politici
più
moderati,
come
Ivanic,
è
quello
di
voler
mettere
una
pietra
sopra
sul
passato,
voltare
pagina
ed
andare
avanti.
Ivanic
dice
che
è
ora
di
guardare
al
futuro
e che
voltando
pagina
le
relazioni
tra
i popoli
della
Bosnia
ed
Erzegovina
miglioreranno.
Questo
atteggiamento
è
simile
a quello
che
emerge
in
relazione
alla
causa
pendente
di
fronte
alla
Corte
di
Giustizia:
rivangare
il
conflitto,
analizzarlo
e rielaborarne
le
cause
è
un
processo
che
rischia
di
portare
instabilità
e riaprire
le
ferite.
Meglio
metterci
una
pietra
sopra
e guardare
in
avanti.
È
questo
una
sorta
di
atteggiamento
generalizzato
che
sta
emergendo
sia
in
Republika
Srspka
che
in
Serbia,
le
relazioni
tra
popoli
sono
buone
finchè
non
si
vanno
a toccare
certi
argomenti
collegati
al
conflitto.
Quando
si
sollevano
certe
questioni,
ci
si
rende
conto
che
le
opinioni
pubbliche
rimangono
ancora
polarizzate
su
posizioni
diametralmente
opposte.
Richard
Holbrooke,
intervistato
per
la
CNN,
dice
che
sostanzialmente
è
stata
fatta
giustizia
sommaria,
dato
che
comunque
Milosevic
sarebbe
stato
condannato
all’ergastolo
e non
avrebbe
più
rivisto
la
luce
del
giorno,
come
in
effetti
è
avvenuto.
Ma
Holbrooke
dimentica
che
Milosevic
era
già
in
cella
a Belgrado
quando
è
stato
consegnato
all’Aja.
A Belgrado,
Milosevic
avrebbe
dovuto
comunque
fronteggiare
un
processo
di
fronte
alle
autorità
serbe
per
le
sue
attività
come
presidente.
Il
processo
per
crimini
di
guerra
e genocidio
avrebbe
servito
lo
scopo
di
far
luce
sulle
politiche
perseguite
da
Milosevic
nella
dissoluzione
della
Jugoslavia
e avrebbe
permesso
di
spiegare
l’”impresa
criminale”
in
cui
Milosevic
si
era
imbarcato
quando
aveva
iniziato
a cavalcare
il
nazionalismo
serbo.
Tali
spiegazioni
sono
di
estrema
importanza
nei
paesi
della
ex
Jugoslavia,
dove
al
giorno
d’oggi
le
memorie
sono
ancora
divise.
Le
idee
di
Milosevic,
propagate
dalla
propaganda
serba
e ripetute
nel
corso
di
questi
anni
dai
suoi
accoliti,
sono
ancora
vive
e rappresentano
al
giorno
d’oggi
ancora
un
fattore
di
divisione.
E’
paradossale
che
quelli
che
maggiormente
esprimono
il
dispiacere
per
la
scomparsa
di
Milosevic
sono
alcune
associazioni
di
vittime
della
Federazione,
come
l’associazione
degli
ex
internati
nei
campi
di
concentramento,
come
l’associazione
delle
donne
violentate,
che
si
rendono
conto
che
alla
fine
Milosevic
porterà
con
se
i suoi
segreti
e non
sarà
possibile
far
luce
sui
suoi
crimini.
Lo
stesso
Lagumdzja
esprime
la
preoccupazione
che
le
idee
di
Milosevic,
cioè
il
sogno
della
Grande
Serbia,
seppur
non
in
ottima
salute,
siano
ancora
vive.
Altri
come
Tihic,
in
parallelo
con
il
suo
alter
ego
Paravac,
affermano
che
nonostante
la
morte
di
Milosevic,
il
caso
di
fronte
alla
Corte
di
Giuzia
continuerà
e si
giungerà
comunque
alla
verità.
Con
Milosevic
scompare
l’ultimo
dei
firmatari
di
Dayton.
Tudjman
e Izetbegovic
l’avevano
già
preceduto
anni
fa.
Per
tutti
e tre
questi
leader
erano
state
mosse
accuse
più
o meno
gravi
di
crimini
di
guerra,
anche
se
per
Tudjman
ed
Izetbegovic
la
morte
era
sopraggiunta
prima
che
il
Tribunale
dell’Aja
potesse
guardare
seriamente
nei
loro
casi.
Le
idee
di
questi
tre
leader,
come
quelle
di
Karadzic
e Mladic,
sono
purtroppo
ancora
vive
e i
nazionalisti
di
ogni
gruppo
etnico
continuano
ad
usarle
per
i propri
scopi
personali.
Ed
è
per
questo
che
sono
le
vittime
ad
esprimere
il
dolore
maggiore,
mentre
soprattutto
tra
i serbi
della
RS,
vi
è
quasi
una
sorta
di
sollievo,
mascherato
da
espressioni
di
cordoglio
e giudizi
ambigui
sulla
figura
di
Milosevic.
Sollievo
perchè
certe
cose
non
verranno
sollevate
al
Tribunale
dell’Aja,
sollievo
perchè
non
si
giungerà
ad
una
sentenza
che,
in
parallelo
con
quella
della
Corte
di
Giustizia,
potrebbe
aver
avuto
effetti
destabilizzanti
sulle
varie
leadership
politiche,
soprattutto
in
RS.
La
classica
pietra
sopra,
in
questo
caso,
una
pietra
tombale.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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