L’11
luglio
2005,
presso
il
Memoriale
di
Potocari,
si
è
tenuta
la
cerimonia
per
il
decennale
del
massacro
di
Srebrenica.
L’evento
è
rimasto
sotto
i riflettori
dei
media
internazionali
per
diversi
giorni
ed
ha
visto
la
partecipazione
di
molte
delegazioni
straniere
per
commemorare
alcune
delle
vittime
di
un
eccidio
che
è
stato
considerato
come
il
peggior
crimine
compiuto
in
Europa
dopo
il
secondo
conflitto
mondiale.
Con
questo
lavoro
ho
voluto
analizzare
gli
eventi
di
Srebrenica
prendendo
in
considerazione
ciò
che
è
stato
realizzato,
in
questi
dieci
anni,
da
parte
del
Tribunale
Penale
Internazionale
per
l’ex-Jugoslavia
(TPI),
da
parte
di
alcune
Commissioni
d’indagine
e di
alcune
organizzazioni
locali
ed
internazionali.
Questi
soggetti,
infatti,
si
sono
impegnati
al
fine
di
ricostruire
la
verità
dei
fatti,
individuarne
le
responsabilità
dirette
ed
indirette,
contribuire
allo
sviluppo
della
società
civile
della
città
e,
quindi,
poter
avviare
un
processo
di
riconciliazione
sul
territorio.
Il
lavoro
del
TPI,
tuttora
in
corso,
tramite
le
testimonianze
di
alcuni
imputati
ha
portato
alla
luce
quanto
accaduto
a Srebrenica
nel
luglio
del
‘95.
Le
sentenze
che
ho
analizzato
hanno
contribuito
alla
ricostruzione
del
massacro
dall’interno;
in
particolare,
la
condanna
del
generale
Krstic
per
complicità
in
genocidio
è
da
considerarsi
di
grande
rilevanza
per
la
giustizia
internazionale,
perché
ha
provato
il
primo
caso
di
genocidio
sul
suolo
europeo
dai
processi
di
Norimberga.
Analizzando
la
sua
attività,
ho
avuto
modo
di
riflettere
sul
ruolo
del
TPI
anche
all’interno
del
processo
di
riconciliazione
in
Bosnia-Erzegovina,
ed
in
particolare
a Srebrenica,
e di
riscontrare
i limiti
e le
contraddizioni
di
questo
strumento
giuridico.
Infatti,
ritengo
che
il
limitato
raggio
d’azione
del
TPI
non
sia
realmente
adeguato
al
raggiungimento
degli
obiettivi
che
si
è
preposto:
la
condanna
di
criminali
di
guerra
a pene
simboliche
tramite
il
meccanismo
dei
patteggiamenti,
per
esempio,
non
può
essere
considerato
un
atto
di
giustizia
nei
confronti
dei
sopravvissuti.
Dal
1995
al
2004
diverse
Commissioni
d’indagine
si
sono
susseguite
al
fine
di
realizzare
delle
inchieste
volte
a chiarire
i ruoli
e le
eventuali
responsabilità
che
hanno
avuto
nella
vicenda
di
Srebrenica
le
Nazioni
Unite,
gli
Stati
coinvolti
e gli
eserciti
impegnati
sul
suolo.
Nel
mio
lavoro
ho
analizzato
in
particolare
il
rapporto
delle
Nazioni
Unite
(ONU),
quello
dell’Istituto
Olandese
per
la
Documentazione
di
Guerra
(NIOD)
e quello
della
Republika
Srpska
(RS)
del
2004.
I rapporti
dell’ONU
e del
NIOD
accusano
le
Nazioni
Unite
ed
il
governo
olandese
di
essersi
impegnati
in
una
missione
di
pace
per
la
quale
non
erano
preparati
e che,
viste
le
condizioni
sul
campo,
era
totalmente
irrealizzabile.
Entrambi,
tuttavia,
ammettono
esclusivamente
una
responsabilità
‘morale’
nei
confronti
delle
istituzioni
che
li
hanno
commissionati
rispetto
a quanto
accaduto,
e nella
ricostruzione
degli
eventi
non
chiariscono
le
circostanze
in
cui
erano
coinvolti
personalmente
i loro
rappresentanti,
evitando
così
di
individuare
singoli
responsabili.
Il
rapporto
della
RS,
pur
non
apportando
nuove
informazioni,
ritengo
sia
da
considerarsi
importante
perché
redatto
con
documenti
provenienti
direttamente
dagli
archivi
della
RS
e perché
credo
che
rappresenti
un
primo
passo
verso
una
collaborazione
con
il
Tribunale
dell’Aja.
É
da
sottolineare,
però,
il
fatto
che
la
sua
creazione
sia
stata
frutto
di
forti
pressioni
da
parte
dell’allora
Alto
Rappresentante,
Paddy
Ashdown,
e che
le
indagini
della
Commissione
siano
state
ostacolate
da
persone
ed
istituzioni
pronte
ad
occultare,
ancora
oggi,
i crimini
commessi.
Srebrenica
oggi
è
una
città
immobile,
il
lento
processo
di
sviluppo
della
sua
società
civile
lo
dimostra
ampiamente.
Ciò
non
è
dovuto
esclusivamente
alle
difficoltà
da
parte
della
comunità
musulmana
di
ritornare
in
un
luogo
dove
ha
subito
una
‘pulizia
etnica’,
ma
anche
al
fatto
che
la
ricostruzione
di
case
e infrastrutture,
da
parte
delle
organizzazioni
internazionali,
è
stata
bloccata
fino
al
2000
per
l’ostruzionismo
posto
dalla
RS.
Il
processo
di
rientro
degli
abitanti
è
iniziato
solo
nel
2001
ed
è
tutt’oggi
in
corso,
ma
non
è
supportato
da
condizioni
di
sostenibilità,
così
come
previsto
dagli
Accordi
di
Dayton.
Infatti,
la
ricostruzione
fisica
dovrebbe
essere
accompagnata
dalla
realizzazione
di
progetti
per
lo
sviluppo
economico
della
regione,
al
fine
di
creare
opportunità
di
reddito;
dall’accesso
all’istruzione
ed
ai
trasporti;
e da
una
percezione
minima
di
sicurezza
per
tutti
i rientranti.
Ciò
al
fine
d’inserire
il
processo
di
ricostruzione
fisica
della
municipalità
all’interno
di
una
prospettiva
di
sviluppo
locale
del
territorio,
in
grado
di
coinvolgere
la
partecipazione
attiva
delle
due
principali
comunità
(serbo-bosniaca
e musulmano-bosniaca).
Nella
mia
ricerca
ho
analizzato
l’intervento
del
Programma
di
Sviluppo
delle
Nazioni
Unite
(UNDP),
che
terminerà
il
suo
mandato
a Srebrenica
entro
il
2006,
e che
finora
non
sembra
aver
apportato
grandi
progressi
alla
crescita
economica
della
regione;
l’attività
dell’International
Commission
on
Missing
Persons
che,
tramite
l’esumazione
delle
vittime
dalle
fosse
comuni
e la
loro
identificazione,
aiuta
le
famiglie
degli
scomparsi
a confrontarsi
con
il
loro
passato
recente;
ed
infine,
il
ruolo
che
alcune
associazioni
locali
di
donne
svolgono
sul
piano
della
riconciliazione,
fornendo
sostegno
psicologico
e assistenza
economica
a molte
famiglie
che
hanno
subito
forti
traumi
durante
e dopo
il
conflitto,
con
l’intento
di
aiutarle
a superarli.
Ciò
che
emerge
da
questo
lavoro
è
che
oggi,
a dieci
anni
dagli
eventi,
sussiste
ancora
da
parte
delle
organizzazioni
internazionali,
degli
Stati
e delle
autorità
locali,
l’intenzione
di
occultare
i fatti
e la
mancanza
di
volontà
di
determinare
le
responsabilità
individuali
per
quanto
accaduto.
In
questo
modo
non
è
possibile
collaborare
con
gli
abitanti
di
Srebrenica
al
fine
di
poterli
aiutare
ad
affrontare
il
loro
passato,
di
promuovere
la
creazione
di
un
dialogo
tra
le
comunità
e,
quindi,
di
contribuire
alla
costruzione
del
processo
di
riconciliazione
in
Bosnia-Erzegovina.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |