Lo
svolgimento
di
questa
ricerca
deriva
dalla
necessità
di
approfondire
gli
aspetti
e le
conseguenze
del
recente
conflitto
bosniaco
e in
particolare
gli
avvenimenti
che
hanno
coinvolto
direttamente
la
comunità
musulmana,
in
termini
di
conseguenze
dirette
sulla
società
laica
e sugli
aspetti
confessionali.
Durante
i quattro
anni
di
conflitto,
qualsiasi
istituzione
che
potesse
definirsi
“bosniaca”
è
stata
travolta
e scavalcata
dalla
furia
nazionalista.
Di
fatto,
la
vicenda
bosniaca
può
essere
analizzata
in
quanto
paradigma
del
potere
distruttivo
dell’etnonazionalismo,
e la
situazione
attuale
come
una
diretta
conseguenza
della
messa
in
pratica
delle
sue
teorie.
Nel
corso
degli
anni
tra
il
1991
e il
1995
si
è
verificato
un
fenomeno
di
polarizzazione
culturale,
che
ha
portato
alla
disintegrazione
dei
principi
di
convivenza
interreligiosa
tra
i bosniaci.
Questa
situazione
si
è
creata
anche
a causa
dell’errata
interpretazione
della
complessità
delle
strutture
sociali
locali,
sacrificate
ad
una
semplificazione
di
carattere
politico
religioso:
se
si
accetta
il
principio
per
il
quale
la
Bosnia
è
abitata
da
croati,
serbi
e musulmani,
quanto
accaduto
durante
il
conflitto
appare
una
conseguenza
ovvia
della
volontà
di
cattolici
e ortodossi
di
congiungersi
alle
rispettive
madrepatrie.
Così
facendo,
si
è
giustificata
la
politica
nazionalista
e si
è
negata
l’esistenza
di
una
nazione
bosniaca,
non
solo
musulmana,
ma
comprendente
tutte
le
caratteristiche
confessionali
del
paese,
come
dimostra
l’elevata
percentuale
di
matrimoni
misti,
che
fino
agli
anni
del
conflitto
erano
considerati
la
normalità.
Di
conseguenza,
la
domanda
sorge
spontanea:
se
i moderatori
europei
non
avessero
deciso
di
considerare
i serbi
e i
croati
bosniaci
degli
interlocutori
alla
pari
con
il
Governo
centrale
democraticamente
eletto
(ovvero
la
presidenza
bosniaca
e Alija
Izetbegovic)
cosa
sarebbe
accaduto
in
Bosnia?
L’errore
della
comunità
internazionale
è
stato
quello
di
voler
vedere
nel
conflitto
bosniaco
un
guerra
civile
e non
una
guerra
di
aggressione,
avallando
così
le
pretese
territoriali
dei
partiti
nazionalisti.
L’ipotesi
di
costituzione
di
uno
stato-nazione
bosniaco
è
stato
così
rinviato
al
difficile
processo
di
ricostruzione
dei
rapporti
interni
alla
società,
danneggiati
quasi
irreversibilmente
dalle
violenze
del
conflitto.
La
guerra
in
Bosnia
ne
ha
distrutto
la
dimensione
morale,
e negli
anni
del
dopoguerra
la
distanza
sociale
tra
i diversi
gruppi
è
andata
crescendo.
Essere
musulmani
(o
bosgnacchi)
significa
quindi
fare
parte
di
una
componente
nazionale
ben
definita,
che
non
può
essere
confusa
né
con
quella
serba
né
con
quella
croata.
Nel
corso
del
conflitto,
la
comunità
musulmana
(di
cui
solo
una
percentuale
minore
si
dichiarava
praticante)
è
stata
proiettata
in
una
nuova
dimensione
della
fede,
sia
a causa
dell’azione
politica
dei
propri
rappresentanti,
sia
a causa
della
presenza
di
numerose
associazioni
di
volontari
giunti
da
tutto
il
mondo
musulmano,
che
hanno
importato
in
Bosnia
nuovi
aspetti
della
pratica
religiosa.
A partire
dallo
scoppio
del
conflitto,
essere
musulmani
implicava
appartenere
alla
schiera
confessionale
dell’Islam,
particolare
per
niente
scontato
nell’ambito
della
Bosnia
jugoslava.
Durante
il
conflitto
i musulmani
bosniaci
hanno
subito
l’influenza
di
un
nuovo
modo
di
vivere
la
religione,
relativamente
distante
dalla
pratica
tradizionale.
Nella
Bosnia
del
dopoguerra,
la
tensione
tra
l’Islam
della
tradizione
locale
e l’Islam
cosiddetto
“importato”
sta
riaccendendo
il
dibattito
nella
comunità,
a proposito
delle
manifestazioni
pubbliche
del
sentimento
religioso,
che
invece
di
rafforzare
l’identità
specifica
della
fede
islamica
bosniaca
presenta
i caratteri
“non
originali”
di
un’esasperazione
dei
costumi.
Il
carattere
multiconfessionale
della
Bosnia
titoista
ha
perso
terreno
nei
confronti
del
fenomeno
di
polarizzazione
religiosa
che
ha
colpito
la
Bosnia
post-bellica.
Il
rischio
sta
nel
fatto
che
il
persistere
di
questo
atteggiamento
possa
rallentare
il
processo
di
ricostruzione
del
paese,
sia
in
termini
di
riassestamento
politico,
che
in
termini
di
ripresa
della
società.
La
scelta
che
deve
compiere
la
Bosnia
si
ritrova
nelle
parole
dello
scrittore
mostarino
Predrag
Matvejevic:
«Non
è
blindandoci
che
potremo
salvarci.
Non
possiamo,
non
dobbiamo
rimettere
in
discussione
il
nostro
essere,
in
Europa,
società
multiculturali,
aperte.
Non
possiamo,
non
dobbiamo
guardare
all’Islam
come
a un
monolite
privo
di
sfaccettature.
Dobbiamo
osservare
le
differenze,
che
esistono,
e che
sono
foriere
di
speranza.
Io
queste
differenze
le
ho
toccate
con
mano;
ho
conosciuto
un
Islam
laico,
moderato,
dialogante.
L’ho
conosciuto
in
Bosnia».
Per
crescere,
il
paese
necessita
di
una
corretta
elaborazione
del
passato,
che
permetta
di
evitare
il
ripetersi
degli
errori
commessi
negli
anni
novanta.
Per
superare
i limiti
imposti
dalle
proprie
barriere
interne,
è
necessaria
una
svolta
che
imponga
una
revisione
del
modello
proposto
da
Dayton,
e che
permetta
una
crescita
politica
ed
economica
adeguata
alle
esigenze
del
paese,
un’azione
concreta
nei
confronti
dell’eliminazione
delle
barriere
etnico-religiose
costruite
durante
la
guerra.
Questo
implica
che
il
futuro
della
Bosnia
non
potrà
essere
imposto
dall’alto,
ma
dovrà
provenire
dal
basso,
tramite
il
progressivo
ricongiungersi
delle
comunità.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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