Venerdì
scorso
è stata
presa
una
decisione
che
era
già nell’aria
da
parecchio
tempo:
la
chiusura
dell’Ufficio
dell’Alto
Rappresentante
(OHR)
e il
progressivo
trasferimento
dei
poteri
al
Rappresentante
Speciale
dell’Unione
Europea
(EUSR).
L’Ufficio
dell’Alto
Rappresentante
chiuderà il
30
giugno
2007,
ma
i preparativi
per
la
chiusura
inizieranno
fin
da
ora.
Lo
ha
deciso
il
Comitato
Esecutivo
del
Peace
Implementation
Council
(PIC),
che
ogni
6 mesi
esamina
lo
stato
dell’avanzamento
del
processo
di
pace
in
Bosnia
ed
Erzegovina.
Alla
chiusura
dell’OHR
fa
seguito
un
rafforzamento
della
presenza
dell’Unione
Europea,
che
rimarrà impegnata
con
le
autorità della
Bosnia
ed
Erzegovina
per
facilitare
il
processo
di
riforme,
prima
fra
tutte
la
riforma
costituzionale.
EUFOR,
la
forza
di
pace
della
UE,
manterrà la
sua
presenza
nel
2007
e fin
quando
cio’
sia
necessario
per
scoraggiare
ogni
potenziale
ritorno
al
conflitto
e mantenere
la
pace.
Lo
stesso
farà l’EUPM,
la
forza
di
polizia
dell’Unione
Europea,
che
continuerà a sostenere
la
creazione
di
una
forza
di
polizia
multietnica
e professionale.
Nato,
OSCE,
le
Nazioni
Unite,
la
Banca
Mondiale,
il
Fondo
Monetario
Internazionale
e il
Consiglio
d’Europa
continueranno
anch’essi
ad
operare
in
Bosnia
ed
Erzegovina.
Il
comunicato
non
dice
nulla
dei
cosiddetti
“Bonn
Powers”,
i famosi
poteri
imperiali
di
cui
l’Alto
Rappresentate
dispone,
cioè quello
di
emanare
leggi
e decreti
e rimuovere
funzionari
che
ostruiscono
il
processo
di
pace,
ma
è alquanto
implicito
che
tali
poteri
scompariranno
con
la
figura
dell’Alto
Rappresentante
stesso.
Negli
anni
scorsi,
l’uso
di
tali
poteri
da
parte
dell’OHR
è stato
cruciale
sia
per
l’avanzamento
del
processo
di
pace
e la
creazione
delle
istituzioni
comuni
che
per
la
rimozione
di
funzionari
e politici
che
impedivano
l’attuazione
degli
accordi
di
Dayton.
Ma
a lungo
andare,
e la
critica
era
emersa
soprattutto
durante
il
mandato
di
Paddy
Ashdown,
cio’
aveva
trasformato
la
Bosnia
ed
Erzegovina
in
una
sorta
di
“semiprotettorato”
governato
per
mezzo
di
decreti
da
un
“dittatore
benevolo”
come
l’Alto
Rappresentante.
A lungo
andare,
cio’
ha
portato
ad
una
deresponsabilizzazione
della
classe
politica
che,
in
molti
casi,
ha
mantenuto
posizioni
radicali
e fatto
ricorso
alla
retorica
degli
anni
del
conflitto
senza
dar
segno
di
voler
scendere
a compromessi
o a
posizioni
comuni.
Cio’
ha
provocato
un
progressivo
scollamento
da
parte
degli
elettori
e il
disinteresse
verso
la
vita
politica,
dato
che
l’elettorato
più colto
e moderato
ha
compreso
la
situazione
e che
in
realtà il
deprimente
teatrino
della
politica
locale
era
ininfluente
per
le
sorti
del
paese.
Il
progressivo
calo
dell’affluenza
alle
urne
nel
corso
delle
varie
elezioni
politiche
ha
testimoniato
la
disaffezione
degli
elettori
verso
la
vita
politica.
Così
se
da
un
lato
la
vita
nel
paese
è andata
progressivamente
normalizzandosi,
incluso
le
relazioni
tra
i gruppi
etnici,
i politici
della
Bosnia
ed
Erzegovina
si
sono
sempre
mantenuti
su
posizioni
vicine
a quelle
tenute
nel
corso
del
conflitto
e spesso
è bastato
poco
per
polarizzare
gli
atteggiamenti
dei
vari
politici.
Una
prova
di
questo
è stato
il
recente
dibattito
sul
referendum
sull’indipendenza
della
Republika
Srpska,
avvenuto
in
risposta
sia
al
referendum
in
Montenegro
che
alle
richieste
massimaliste
di
alcuni
partiti
della
Federazione,
come
il
partito
di
Silajdzic,
di
abolire
la
Republika
Srpska
e stabilire
una
Bosnia
unitaria.
La
polemica
sul
referendum
in
realtà è stata
di
relativamente
breve
durata:
già nella
dichiarazione
finale
del
Peace
Implementation
Council,
si
è ribadito
che
i tentativi
di
cambiare
l’ordine
creato
a Dayton
non
saranno
tollerati
e lo
stesso
Alto
Rappresentante,
Christian
Schwarz-Schilling
ha
ribadito
durante
una
conferenza
stampa
che
non
vi
sono
le
basi
per
un
referendum
della
Republika
Srpska
e che
allo
stesso
tempo
i cambiamenti
della
struttura
all’interno
del
paese
potranno
avvenire
solamente
con
il
consenso
di
tutti
e tre
i popoli
costituenti.
Un
colpo
al
cerchio
e un
colpo
alla
botte
insomma.
Boris
Tadic,
in
occasione
della
sua
visita
a Sarajevo,
ha
chiaramente
affermato
che
è nell’interesse
strategico
della
Serbia
che
la
Bosnia
continui
ad
esistere
come
stato
sovrano
e che
i cambiamenti
interni
in
Bosnia
saranno
possibili
solo
col
consenso
di
tutti
e tre
i suoi
popoli.
Le
reazioni
del
mondo
politico
alla
notizia
della
chiusura
di
OHR
sono
state
di
natura
opposta:
mentre
nella
Republika
Srpska
Dodik
e Ivanic
hanno
salutato
con
favore
la
decisione
del
Peace
Implementation
Council,
vista
come
un
segno
di
fiducia
verso
le
istituzioni
create
in
Bosnia
ed
Erzegovina,
nella
Federazione,
soprattutto
per
voce
di
Tihic
e Terzic,
l’annunciata
chiusura
dell’OHR
è vista
con
preoccupazione
e Terzic
ha
ribadito
che
la
chiusura
dell’OHR
dovrebbe
essere
collegata
alla
firma
dell’Accordo
di
Stabilizzazione
e Associazione.
Incerta
la
società civile,
ma
vanno
menzionate
le
posizioni
di
due
movimenti
emergenti
di
cittadini,
Grozd
e Dosta.
Grozd
ha
affermato
che
dovranno
essere
i cittadini
a far
pressione
sui
politici
come
lo
faceva
OHR,
mentre
Dosta
ha
ribadito
che
OHR
non
sarebbe
necessario
se
i cittadini
si
prendessero
le
proprie
responsabilità .
Un
po’
più cauto
è stato
invece
James
Lyon,
dell’International
Crisis
Group,
che
ha
detto
che
forse
questo
non
è il
momento
più adatto
per
annunciare
il
disimpegno
della
comunità internazionale,
dato
l’anno
turbolento
che
si
sta
vivendo
nella
regione.
In
realtà ,
già con
l’arrivo
di
Christian
Schwarz-Schilling
l’OHR
aveva
assunto
un
ruolo
decisamente
meno
interventista
dell’onnipresente
Ashdown.
Nei
primi
sei
mesi
del
suo
potere,
Schwarz-Schilling
ha
utilizzato
i “Bonn
Powers”
in
modo
estremamente
limitato
e in
gran
parte
per
emanare
provvedimenti
di
natura
sostanzialmente
tecnica.
Il
suo
approccio
è stato
molto
più defilato,
iniziando
così
il
trasferimento
dell’autorità nelle
mani
dei
politici
locali.
Schwarz-Schilling
ha
anche
rifiutato
di
intervenire
con
mano
pesante
nella
polemica
sul
referendum:
mentre
non
ha
esitato
a dichiarare
l’incostituzionalità di
tale
referendum,
allo
stesso
tempo
non
ha
dato
ascolto
alle
voci
dei
partiti
nella
Federazione
che
volevano
che
Dodik
e il
suo
partito
fossero
sanzionati.
Un
disimpegno
progressivo,
senza
tanto
clamore,
in
modo
da
rendere
più facile
possibile
la
transizione
in
Bosnia
ed
Erzegovina.
Allo
stesso
tempo
pero’
Schwarz-Schilling
ha
detto
chiaramente
ai
politici
locali
quali
sono
i compiti
che
essi
stessi
devono
svolgere:
l’arresto
dei
criminali
di
guerra,
la
riforma
della
polizia,
del
sistema
televisivo
e la
legge
sull’educazione
secondaria.
Schwarz-Schilling
ha
detto
chiaramente
che
si
aspetta
di
lavorare
con
i politici
locali
su
questa
serie
di
riforme.
I politici
della
Bosnia
ed
Erzegovina,
si
trovano
dunque
di
fronte
ad
una
situazione,
per
loro,
del
tutto
insolita
da
alcuni
anni
a questa
parte:
governare
il
paese
ed
essere
responsabili
di
fronte
agli
elettori.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
|