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Vivi
a Srebrenica
da
due
anni,
ormai.
Qual
è
il
motivo
di
questa
scelta?
Mi
occupo
di
Balcani
e viaggio
nei
Balcani
da
anni.
Ad
un
certo
punto
ho
deciso
di
legare
la
mia
storia
alle
storie
che
ho
conosciuto
da
queste
parti.
Ho
deciso
di
dirigere
verso
i Balcani
la
mia
attività
professionale,
cioè
quella
di
assistente
presso
la
cattedra
di
Scienze
della
cooperazione
per
lo
sviluppo
e la
pace
dell'Università
Cattolica
di
Milano.
Ho
così
cominciato
a proporre
ai
miei
studenti,
anziché
di
fare
lezione
in
aula
sui
temi
della
guerra
e della
pace,
di
provare
a seguirmi
in
alcuni
dei
viaggi
che
facevo
regolarmente,
tentando
di
dare
dignità
di
strumento
didattico
e scientifico
alle
cose
che
di
solito
in
università
non
hanno.
Cioè
memoria
e testimonianza.
Con
quali
modalità
lavorate
su
questi
temi?
Invito
i miei
studenti
a venire
in
visita
per
alcuni
giorni
con
il
desiderio
di
accostarsi
a questo
contesto,
quindi
incontrando
vari
attori
locali,
cioè
tutti
coloro
che
a diverso
titolo
sono
coinvolti
in
quello
che
possiamo
chiamare
"sforzo
di
ricostruzione
di
una
situazione
di
convivenza"
o di
pace,
qui
sul
territorio.
Attori
come
esponenti
dell'associazionismo
locale,
dell'autorità
politica,
di
quella
religiosa,
andando
in
visita
ai
luoghi
di
culto,
ai
luoghi
della
memoria
come
il
memoriale
di
Potocari.
Per
ascoltare
cosa
essi
intendono
realizzare,
cosa
organizzano,
cosa
riescono
a fare
su
questo
territorio,
quindi
parlare
con
loro
e farsi
raccontare.
Questa
attività
come
viene
recepita
dai
vostri
interlocutori?
La
decisione
di
trasferirmi
stabilmente
qui
nel
2004,
facendo
assumere
una
dimensione
locale
alle
attività,
si
è
basata
anche
sulla
risposta
straordinaria
che
abbiamo
raccolto
dall’intera
comunità,
relazionandoci
con
l'intero
territorio.
Tutt'oggi
è
una
risposta
straordinaria,
di
grande
benevolenza
nei
nostri
confronti,
nei
confronti
delle
cose,
anche
piccole,
che
con
grande
semplicità
e artigianalità
riusciamo
a fare.
Credo
che
le
ragioni
siano
molteplici.
Innanzitutto
ricordiamo
che
Srebrenica
è
un
posto
assolutamente
isolato,
anche
geograficamente,
non
è
un
luogo
di
passaggio
come
Tuzla
o Mostar.
Chi
viene
a Srebrenica
è
perché
lo
vuole
proprio
fare.
Va
poi
considerato
che
a Srebrenica
non
ci
sono
altre
presenze
stabili
internazionali.
La
presenza
di
circa
dieci
persone
al
mese,
studenti
che
si
fermano
per
4/5
giorni
e che
poi
ritornano
in
seguito
perché
hanno
creato
dei
legami
con
il
luogo
e le
persone
che
l'abitano,
rappresenta
un'occasione
concreta
di
rottura,
proprio
grazie
alla
nostra
presenza
fisica,
dell’isolamento
al
quale
la
città
sembra
essere
condannata.
Quindi
la
vicinanza
quotidiana,
la
condivisione
dell'isolamento
è
una
carta
fondamentale
per
costruire
canali
di
comunicazione?
Credo
che
soltanto
la
presenza
fisica
sia
in
grado
di
rompere
questo
stato
di
isolamento,
perché
tutti
gli
altri
strumenti
che
noi
siamo
abituati
ad
utilizzare
nel
comunicare,
parlo
ad
esempio
di
internet,
non
ci
sono
o non
c'erano
fino
a poco
tempo
fa.
La
rete
internet
è
appena
arrivata,
perché
fino
a pochi
mesi
fa
le
linee
telefoniche
non
erano
in
grado
di
supportare
le
connessioni.
L’internet
point
più
vicino
è
a due
ore
e mezza
di
strada.
Quindi
a distanza
è
veramente
difficile
restare
in
contatto.
Il
rapporto
continuativo
con
la
realtà,
attraverso
la
mia
presenza
"ponte",
che
gli
studenti
italiani
alimentano
quando
vengono,
avvia
dei
meccanismi
positivi
di
relazione
con
la
nostra
principale
interlocutrice,
la
comunità
giovanile
locale.
Con
essa
collaboriamo,
sediamo
agli
stessi
tavoli,
co-organizziamo
eventi
e attività.
Attività
di
che
tipo
e con
quale
percorso
progettuale?
Ci
muoviamo
in
base
alle
richieste
che
arrivano
dalla
comunità
locale.
Ad
esempio
è
stata
richiesta
l’organizzazione
e la
gestione
del
corso
di
lingua
e letteratura
italiana.
Nato
su
richiesta
dei
ragazzi
del
posto
spinti
dal
desiderio
di
comunicare
anche
verbalmente
con
i ragazzi
che
venivano
dall’Italia,
l’abbiamo
tenuto
per
un
anno
intero
con
49
iscritti
e,
visto
il
successo,
contiamo
di
attivare
una
seconda
classe
a settembre.
Il
corso
è
stato
occasione
per
organizzare
mille
altre
iniziative,
dai
concerti
di
folk
locale
o italiana
ad
altre
iniziative
culturali.
Per
fare
solo
un
esempio,
due
settimane
fa
abbiamo
inaugurato
la
manifestazione
culturale
“italijanske
veceri
na
Guberu”
(Serate
italiane
al
Guber).
Il
Guber
è
un
posto
molto
bello,
immerso
nel
bosco
ed
era
l’antica
attrazione
turistica
di
Srebrenica.
È
una
sorgente
di
acqua
curativa,
ricchezza
del
territorio
che
non
viene
per
nulla
sfruttata.
Prima
della
guerra
c’erano
anche
un
ristorante
e un
albergo,
ora
è
tutto
raso
al
suolo.
Stiamo
cercando
di
riattivarlo
e di
legarlo
appunto
ad
un’iniziativa
culturale,
organizzata
assieme
all’Ambasciata
italiana
e alla
municipalità
di
Srebrenica,
oltre
a tutti
i ragazzi
locali
con
i quali
collaboriamo.
Serate
fatte
di
musica,
per
stare
insieme
attorno
al
fuoco,
cose
davvero
molto
semplici,
ma
simbolicamente
importanti.
Qual
è
il
livello
di
partecipazione
della
popolazione?
È
stupefacente.
A Srebrenica
c’
è
un
grosso
problema
di
coinvolgimento
e di
partecipazione
della
cittadinanza.
Le
nostre
iniziative,
proprio
perché
sfuggono
alla
connotazione
etnico-nazional-religiosa,
sono
iniziative
incredibilmente
frequentate.
Esistono
iniziative,
come
il
centro
giovanile
situato
in
centro
città,
che
non
vengono
frequentate.
Al
Guber,
dove
si
deve
camminare
per
45
minuti
a piedi,
c’è
stata
una
presenza
di
un
centinaio
di
persone
e per
la
comunità
locale
questi
sono
numeri
importanti.
Perché
il
centro
giovanile
non
è
frequentato?
Diciamo
che
alcune
iniziative
al
centro
giovani
non
sono
frequentate.
Il
centro
è
nato
grazie
alla
brillante
idea
della
comunità
locale.
Ricavato
dall’ex
cinema-teatro
della
città,
andato
distrutto
durante
la
guerra
e poi
ristrutturato
con
fondi
di
Paesi
del
nord
Europa,
gode
di
finanziamenti
della
stessa
fonte
ma
viene
gestito
a livello
locale.
A volte
realizza
attività
molto
interessanti
e con
grandissima
partecipazione,
come
ad
esempio
il
concerto
dei
“Zabranjeno
Pusenje”
[ndr:
gruppo
musicale
fondato
nel
1980
a Sarajevo
Zabranjeno
Pusenje
] di
fine
maggio.
Però
credo
che
anche
il
centro
giovani
spesso
non
riesca
a sfuggire
alla
"connotazione"
delle
attività.
Non
da
parte
degli
organizzatori,
che
sono
assolutamente
bravi,
ai
quali
però
riesce
a volte
difficile
sfuggire
alla
connotazione
del
tipo...
È
un’attivtà
serba
è
un’attività
musulmana,
ci
vanno
solo
questi
o solo
quelli...
La
vostra
presenza,
in
quanto
"terza
persona",
riesce
a destrutturare
queste
divisioni?
In
una
certa
misura
sì.
Sebbene
sia
molto
difficile
spiegare
il
fenomeno
con
una
sola
risposta,
perché
si
tratta
di
una
realtà
molto
complessa.
Esiste
un
problema
di
connotazione
che
grava
sulle
attività,
seppur
intelligenti
e organizzate
su
tutto
il
territorio.
Ma
esistono
anche
altri
problemi.
Per
esempio
alcuni
non
si
avvicinano
al
centro
giovanile
perché
purtroppo
c’è
un
certo
consumo
di
alcool,
che
è
uno
dei
modi
attraverso
il
quale
qui
sfocia
uno
dei
disagi
giovanili.
Quindi
persone
un
po’
più
adulte
o famigliole
non
si
avvicinano
volentieri
ad
alcuni
luoghi
anche
per
motivi
del
genere
e non
per
la
connotazione
“etnica”.
Le
attività
organizzate
dalla
nostra
associazione,
hanno
il
privilegio
di
poter
beneficiare
di
un
fatto.
La
mia
posizione
mi
permette
di
poter
dialogare
con
tutti,
perché
quella
che
è
stata
non
è
la
mia
guerra.
Sono
straniero,
siciliano
e consapevole
nonché
orgoglioso
delle
mie
radici.
Questo
mi
permette
di
stare
qua
con
equilibrio
ed
essere
in
grado
di
dialogare.
Che
non
significa
essere
imparziale
rispetto
alla
storia
di
Srebrenica
o di
fronte
alla
"distribuzione
delle
responsabilità".
Ho
visto
che
questa
è
una
cosa
che
noi
stranieri
adoriamo
fare...abbiamo
un’atteggiamento
incredibilmente
distributivo
delle
responsabilità,
abbiamo
bisogno
di
definire
chi
è
colpevole
e chi
è
innocente...
Parli
di
dialogo.
Si
può
parlare
di
avviamento
di
un
percorso
di
rielaborazione
del
conflitto?
Credo
noi
si
sia
ad
uno
stadio
precedente,
cioè
di
preparazione
del
terreno
verso
un
percorso
di
rielaborazione.
Siamo
in
grado
di
creare
delle
occasioni
aperte,
abbiamo
un
ruolo
di
facilitazione
della
ripresa
del
dialogo.
Ma
quando
parliamo
di
rielaborazione
del
conflitto
credo
non
si
possa
prescindere
da
una
fase
precedente:
l’elaborazione
del
lutto.
È
importante
ricordare
che
al
memoriale
di
Potocari
sono
sepolte
al
momento
circa
2000
salme
e ne
mancano
all’appello
circa
6.000.
Nel
centro
di
riconoscimento
di
Tuzla
ci
sono
alcune
migliaia
di
sacchi
contenenti
i resti
dei
corpi
trovati
finora
ed
in
attesa
di
identificazione.
Sono
passati
11
anni
e credo
sia
intuitivo
capire
che
l’elaborazione
del
lutto
di
un
familiare,
che
in
situazione
di
normalità
credo
possa
durare
da
sei
mesi
a due
anni,
qua
si
protrarre
da
oltre
un
decennio.
Credo
che
questo
sia
fonte
di
uno
squilibrio
forte,
che
ha
ripercussioni
sulla
comunità
locale
intera.
Quanto
la
comunità
internazionale
partecipa
a questo
percorso?
Parlavi
di
assenza
di
presenze
permanenti...
Sì.
Non
ci
sono
internazionali
permanenti
qui
a Srebrenica
e forse
anche
questo
è
il
motivo
della
benevolenza
verso
di
me
che
mi
facilita
il
lavoro.
Progetti
in
realtà
ne
vengono
fatti,
penso
a Tuzlanska
amika”
assciazione
di
Tuzla
ma
anche
altri,
tutte
persone
spinte
da
buone
intenzioni
e buona
volontà.
Ma
parlo
di
disponibilità
a condividere
la
quotidianità.
E di
internazionali
che
lo
fanno
non
ce
n'è.
Le
ragioni
di
questa
assenza
sono
molteplici.
Srebrenica
è
conosciuta
come
il
luogo
con
la
precentuale
di
fallimenti
progettuali
più
alta
di
tutta
la
Bosnia
Erzegovina.
In
passato
le
organizzazioni
sono
venute,
il
progetto
è
fallito
e l'organizzazione
non
è
più
tornata
e difficimente
propaga
un’esperienza
positiva
rispetto
al
territorio.
Credo
che
una
parte
sia
legata
a questa
“fama”
che
Srebrenica
si
porta
dietro.
Poi
c'è
la
questione
della
fase
di
ideazione
dei
progetti.
Manca
una
cosa
banale
quanto
essenziale:
l’analisi
del
territorio.
Se
io
avessi
un
milione
di
Euro
e dovessi
investirlo
sull’economia
di
un
paese,
analizzarei
le
schede
paese,
calcolerei
il
“rischio
paese”,
cose
che
fior
di
società
finanziarie
a livello
internazionale
fanno.
Un
economista
non
metterebbe
mai
a disposizione
il
proprio
patrimonio
se
non
dietro
una
severa
analisi
del
rischio
di
quel
territorio.
Dici
che
il
mondo
della
cooperazione
agisce
spesso
senza
cognizione
di
causa?
In
generale
il
mondo
legato
alla
cooperazione,
quella
istituzionale,
decentrata,
non
istituzionale
dandogli
una
definizione
ampia,
ha
a disposizione
un
patrimonio
incredibile
in
termini
di
buona
volontà
e spesso
importanti
strumenti
economici,
ma
ha
capacità
vaghe
di
analisi
del
territorio.
Credo
che
i progetti
qui
falliscano
perché
non
si
conosce
affatto
il
contesto.
La
complessità
del
territorio
richiede
che
i progetti,
per
riuscire,
debbano
radicarsi
con
alcune
modalità,
delle
attenzioni
che
non
credo
ci
siano.
Complessità
date
dal
fatto
che
a Srebrenica,
contrariamente
ad
altre
città
come
Sarajevo,
la
conflittualità
tra
le
comunità
che
vivono
in
città
non
è
latente,
non
è
mascherata,
esiste.
Essa
va
osservata,
analizzata
e gli
interventi
devono
sapersi
proporre,
utilizzare
alcune
chiavi
di
accesso
che
mancano
alla
comunità
internazionale
in
generale.
Intendo
che
la
comunità
internazionale
dovrebbe
muoversi
spinta
da
un
interesse
non
solo
proprio,
ma
di
reale
cooperazione...cioè
che
da
un
progetto
fatto
a Srebrenica
se
ne
avvantaggi
la
popolazione
intera
e non
solo
chi
lo
propone
e lo
realizza.
Poi
ci
sono
motivi
anche
banali.
Sono
a Srebrenica
e ci
sto
con
positività
perché
ho
una
chiave
di
accesso
sobria,
siamo
un’associazione
artigianale
e povera.
Questo
ci
rende
automaticamente
vicini
alle
persone,
spesso
si
attivano
addirittura
dei
meccanismi
di
aiuto
verso
di
noi,
meccanismi
che
legano
moltissimo
i diversi
elementi
della
comunità
locale
tra
loro.
Intervengono
inoltre
anche
altri
fattori.
Io
vivo
al
sesto
piano
senza
ascensore,
molti
giorni
all’anno
non
c’è
l'acqua
e spesso
manca
la
corrente
elettrica.
La
comunità
internazionale
di
solito
si
muove
con
standar
diversi.
Le
torri
gemelle
a Sarajevo
sono
edifici
incredibilmente
belli,
ma
non
sono
restituti
ai
bosniaci,
sono
sede
di
banche
e di
istituzioni
internazionali.
Alcune
considerazioni
sugli
squilibiri
dell’intervento
della
comunità
internazionali
debbano
essere
fatte.
Come
vedi
Srebrenica
in
questi
giorni?
Questi
giorni
li
definisco
i giorni
della
memoria.
Dal
7 al
12
luglio
le
diverse
comunità
realizzano
dei
programmi,
manifestazioni
culturali,
presentazione
di
libri,
cerimonie
religiose,
con
i quali
cercano
di
"fare
memoria"
rispetto
ai
lutti
delle
proprie
comunità
di
appartenenza.
L’11
luglio
è
la
data
culmine
per
la
comunità
bosniaco-musulmana,
il
12
per
quella
serbo-bosniaco-ortodossa.
Il
dato
che
salta
agli
occhi
è
che
in
questi
giorni
la
città
è
incredibilmente
sotto
i riflettori
internazionali,
vediamo
macchinoni
e autorità
che
non
abbiamo
mai
visto
ma
si
tratta
di
presenze
spot.
Il
13
luglio
non
rimarranno
manifestazioni
culturali,
la
città
ritornerà
a vivere
come
prima,
sebbene
con
qualche
elemento
positivo.
Un
esempio:
il
29
luglio
si
terrà
la
seconda
edizione
delle
“Italijanske
veceri
na
Guberu”,
da
noi
organizzata
assieme
alla
comunità
locale.
Purtroppo,
ciò
che
succederà
in
questi
giorni
è
che
salirà
il
livello
della
tensione,
anche
politica,
tra
le
due
comunità.
perchéÈ
sullo
scontro
tra
le
due
comunità
si
basano
molti
poteri
che
poi
rimangono
assenti
da
Srebrenica.
La
loro
presenza
esagiterà
anche
i cittadini
locali,
quelli
che
vivono
qui
365
giorni
all’anno.
Le
mercedes
nere
blindate,
parcheggiate
davanti
al
comune,
resteranno
due
giorni
e non
di
più.
Non
torneranno
a vivere
al
sesto
piano
senza
ascensore
o a
vivere
con
103
marchi
di
pensione
al
mese.
Ciò
che
avverto
è
che
le
persone
semplici
che
vivono
in
città
assorbono
le
tensioni
che
vengono
importate
per
alcuni
giorni,
rendendo
difficile
l’accostarsi
a questi
eventi
di
memoria
con
serenità
e semplice
vicinanza
umana.
È
come
se
si
vedessero
i vari
personaggi
della
città,
anche
le
autorità,
esproriati
per
alcuni
giorni
del
proprio
ruolo.
Persone
che
ogni
giorno
dell’anno
fanno
un
grande
sforzo
nella
direzione
della
convivenza,
associazioni
locali,
noi,
per
quanto
possono
anche
le
autorità
locali,
tutti
più
o meno
onestamente.
Per
tre
giorni
l’anno
sembra
che
tutti
si
dimentichino
di
questo
lavoro
quotidiano.
Purtroppo
il
rischio
che
si
corre
è
quello
di
trasformare
l’esperienza
della
memoria
da
strumento
per
la
rielaborazione
del
conflitto,
dunque
di
ricostruzione
della
convivenza,
a strumento
di
radicalizzazione
dello
scontro.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |