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Spero
di
sbagliarmi,
ma
fra
qualche
tempo
–
così
come
accade
per
il
conflitto
in
Terrasanta
o per
l’Afghanistan
–
l’attenzione
dei
media
e dell’opinione
pubblica
ritornerà
sulla
Bosnia
Erzegovina.
E non
sarà
per
raccontare
di
un
paese
che
rinasce
dopo
la
guerra
che
lo
ha
devastato
negli
anni
’90
del
secolo
scorso.
Di
un
paese
che
cerca
fra
mille
difficoltà
di
trovare
una
propria
strada,
delle
contraddizioni
e dei
nervi
scoperti
che
un
conflitto
non
elaborato
porta
inevitabilmente
con
sé,
dell’ordinaria
deregolazione
che
segue
la
guerra
e che
segna
la
vita
pubblica
nell’amministrazione
come
nell’economia,
della
miseria
dei
tanti
anziani
che
hanno
perduto
tutto,
privati
anche
della
pensione
che
avrebbe
dovuto
garantire
un
paese
(la
Jugoslavia)
che
non
esiste
più,
dei
boschi
violentati
dalle
mine
o delle
miniere
trasformate
in
discariche
di
rifiuti
tossici,
non
ci
si
interessa
più
di
tanto.
Qualcuno
si
ricorda
che
undici
anni
fa
c’è
stato
un
eccidio,
quello
di
Srebrenica,
luogo
di
cui
spesso
non
si
sa
nemmeno
pronunciare
il
nome,
ma
anche
in
questo
caso
più
per
l’effetto
che
può
fare
l’immagine
di
centinaia
di
bare
allineate
che
per
l’interrogarsi
sulla
vergogna
dei
pogrom
o dei
campi
di
concentramento
riapparsi
nel
cuore
dell’Europa
o di
una
guerra
moderna
sull’uscio
di
casa
nostra
di
cui
non
abbiamo
capito
proprio
un
fico
secco.
Perché
dei
Balcani
non
vogliamo
sapere
nulla,
se
non
gli
stereotipi.
E così
passiamo
da
un’emergenza
all’altra,
senza
mai
aver
la
capacità
di
stare
sulle
cose,
di
scavare
dentro
i conflitti,
di
cogliere
il
messaggio
che
ne
viene.
Quasi
una
forma
di
autismo
che
ci
impedisce
di
vedere
e di
comprendere
la
complessità
e l’interazione
di
ciò
che
accade
con
le
nostre
stesse
esistenze.
Lo
dico
per
l’informazione,
per
la
politica,
per
lo
stesso
pacifismo
che
sa
manifestarsi
nel
clamore
e poco
invece
scavare
in
profondità,
in
quel
lavoro
oscuro
che
pure
qualcuno
ha
preferito
alla
propaganda,
che
al
clamore
–
appunto
–
non
concede
nulla,
che
si
pone
sul
terreno
non
solo
della
ricostruzione
delle
materialità
andate
distrutte
ma
delle
vite
nella
loro
dimensione
più
profonda,
della
riconciliazione,
quella
pratica
difficile
e dolorosa
che
chiamiamo
“elaborazione
del
conflitto”.
Che
ti
porta
ad
andare
oltre
la
logica
degli
aiuti,
che
si
fonda
sulla
costruzione
di
fiducia,
di
relazioni
vere
e durevoli,
che
richiede
tempo
e parole
prima
ancora
che
fatti
concreti,
perché
senza
la
parola
–
che
vuol
dire
racconto
del
proprio
vissuto,
ricerca
di
punti
d’incontro
delle
diverse
narrazioni,
comprensione
di
ciò
che
è
accaduto
–
non
c’è
futuro.
Le
ferite
non
curate
vanno
in
cancrena.
Così
una
storia
non
elaborata,
che
ti
porti
dentro
come
una
ferita
per
averla
vissuta
o per
il
racconto
che
i tuoi
cari
ne
hanno
fatto,
può
diventare
–
sapientemente
manipolata
o maldestramente
affrontata
–
motivo
di
altro
dolore,
di
odio,
di
rancore.
E non
serve
andare
tanto
lontano,
basta
ricordare
la
storia
di
una
piazza
che
doveva
diventare
“della
pace”.
Quel
lavoro
che,
tranne
qualche
rara
eccezione,
non
c’è
stato.
Così
la
Bosnia
Erzegovina,
ad
undici
anni
dalla
fine
della
guerra,
è
un
paese
sospeso,
lacerato
dalle
proprie
contraddizioni
e dai
propri
fantasmi.
Non
solo
quelli
di
Ratko
Mladic,
di
Radovan
Karadzic
o di
altri
criminali
liberi
e spesso
riveriti.
Un
paese
straordinariamente
ricco
di
risorse
naturali
–
l’acqua
dei
fiumi
verde
smeraldo
che
scorre
ovunque,
i boschi
come
non
trovi
in
nessuna
altra
parte
d’Europa
–
ma
prima
ancora
di
storia
e di
cultura,
di
tradizioni
e di
saperi,
di
città
straordinarie
come
Sarajevo
o Mostar
che
questa
storia
continuano
a raccontare,
nonostante
tutto.
Eppure
nel
dopoguerra
sono
cresciute
le
condizioni
di
povertà.
La
criminalità
economica
dagli
affari
della
guerra
è
passata
a gestire
quelli
della
ricostruzione,
aiuti
compresi.
Così
come
si
parla
ormai
apertamente
di
fallimento
del
castello
istituzionale
che
gli
accordi
di
Dayton
hanno
costruito.
Ogni
problema
è
motivo
di
propaganda
dei
partiti
nazionalisti
per
dare
la
colpa
all’altro
e così
rinascono
le
lacerazioni,
tanto
che
nella
campagna
elettorale
in
corso
il
tema
che
tiene
banco
è
quello
della
secessione
della
Republika
Srpska,
effetto
del
referendum
con
il
quale
il
Montenegro
si
è
staccato
dalla
Serbia
(e
di
quel
che
si
profila
in
Kossovo,
in
assenza
di
una
soluzione
condivisa
sullo
status
di
quella
regione),
ma
anche
dell’incapacità
di
interrogarsi
sulla
guerra
e sulla
sua
natura.
Non
voglio
nemmeno
pensare
a che
cosa
accadrebbe
in
una
prospettiva
di
questo
tipo,
soprattutto
laddove
c’è
stato
il
ritorno.
E noi,
cittadini
evoluti
di
un’Europa
che
cammina
a ritroso,
continuiamo
a non
voler
vedere
quel
che
accade
nel
cuore
di
questa
nostra
vecchia
e cara
Europa.
Che
nei
Balcani
–
se
non
sapremo
costruire
rapidamente
una
nuova
prospettiva
politica
di
integrazione
–
continuerà
a rispecchiare
il
proprio
fallimento.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |