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Ho
letto
con
estremo
interesse
l’intervento
di
Michele
Nardelli
sulla
situazione
della
Bosnia
Erzegovina,
intervento
che
cade
con
un
tempismo
per
me
incredibile
rispetto
alle
riflessioni
che
stavo
facendo
al
ritorno
da
un
recentissimo
viaggio
proprio
in
quel
paese.
Dico
incredibile
ma
non
sorprendente,
perché
le
parole
di
Nardelli
confermano
quanto
vado
affermando
in
questi
giorni,
e cioè
che
la
Bosnia
Erzegovina
non
è
solo
un
paese
fermo
(sospeso,
dice
bene
Michele)
ma
sotto
certi
aspetti
è
un
paese
che
sta
arretrando.
Lo
scorso
giovedì
20
luglio
ad
una
trasmissione
radio
della
Rai
regionale
del
Friuli
Venezia
Giulia,
alla
quale
ho
partecipato
proprio
insieme
a Nardelli
e ad
altri
autori
dei
saggi
contenuti
nel
libro
“Le
città
divise”,
anche
rischiando
di
esagerare
ho
lanciato
un
vero
“grido
d’allarme”
che
desideravo
e desidero
rivolgere
a quanti
hanno
a cuore
le
sorti
della
Bosnia,
ma
anche
e soprattutto
a quanti
lavorano
e cooperano
con
questo
paese,
a quanti,
istituzioni,
imprese
e associazioni,
hanno
interessi
seppur
diversi
in
quella
parte
dei
Balcani.
Ritengo
che
la
situazione
sia
molto
preoccupante
e temo
fortemente
che
si
stiano
sottovalutando
le
inerzie
silenziose
ma
cariche
di
conseguenze.
Il
mio
grido
d’allarme,
personale,
dettato
da
sensazioni
e analisi
di
osservatore
e di
studioso,
verte
su
due
considerazioni
principali:
le
divisioni
etniche
e istituzionali
si
stanno
radicalizzando
invece
che
ammorbidirsi
e,
soprattutto,
in
Bosnia
Erzegovina
sta
emergendo
drammaticamente
la
questione
sociale.
Si
sa
come
questi
due
fenomeni
siano
legati
tra
loro
e come
una
situazione
di
crescente
disagio
economico
e sociale
sia
terreno
fertile
per
usare
la
leva
del
nazionalismo
e dell’appartenenza
etnica
per
dividere
ancora
e per
radicalizzare
rancori
e paure.
E la
Bosnia
è
un
paese
dove,
in
una
città
come
Mostar,
basta
una
partita
di
calcio
ai
mondiali
per
scatenare
scontri
tra
giovani
di
diversa
appartenenza
e dove
l’unica
scuola
interetnica
è
continuamente
bersaglio
di
manifestazioni
violente.
È
un
paese
dove
non
riescono
ad
emergere
le
voci
del
dialogo
e della
ricostruzione
della
fiducia,
dove
la
“pratica
difficile
e dolorosa
dell’elaborazione
del
conflitto”
(come
la
definisce
Michele)
è
sommersa
mediaticamente
sotto
la
propaganda
nazionalista
e sotto
il
paradosso
degli
estremi
che
si
toccano,
degli
interessi
nazionalistici
opposti
e in
conflitto
che
però
perseguono
lo
stesso
obiettivo,
e cioè
che
nulla
cambi.
Quanto
meno
la
situazione
si
muove,
tanto
più
vengono
soddisfatti
gli
interessi
delle
élites
nazionaliste.
Non
un
passo
in
avanti,
anzi.
E mentre
si
discute
a tutti
i livelli
se
Dayton
ha
fallito
o meno,
la
Bosnia
Erzegovina
intanto
“ha
fame”,
ma
nessuno
sembra
accorgersene.
E anche
Nardelli
lo
dice,
nel
dopoguerra
sono
cresciute
le
condizioni
di
povertà.
Una
povertà
che
si
sente,
si
tocca
con
mano,
per
le
strade
di
Sarajevo,
dove
non
occorre
essere
ricercatori
o statistici
per
vedere
che
sono
in
aumento
gli
indigenti
e quelli
che
chiedono
l’elemosina
per
le
strade.
Agli
anziani
e agli
invalidi
di
guerra,
si
sono
aggiunti
i nuovi
immigrati,
come
i rom,
con
donne
e bambini
sempre
più
presenti
nelle
vie
pedonali
o ai
semafori,
rom
scappati
dal
Kosovo
o dall’Albania,
che
hanno
visto
comunque
in
Sarajevo
un
luogo
dove,
anche
grazie
ad
un
turismo
in
crescita,
qualche
soldo
gira.
E infatti
Sarajevo
per
certi
aspetti
è
una
città
dove
ancora
pulsa
l’anima
aperta
e dinamica
e dove
la
ricostruzione
dà
concreti
segnali
di
speranza,
tra
i quali,
uno
dei
più
recenti
e fortemente
simbolico
è
senza
dubbio
l’inizio
del
recupero
del
palazzo
del
Parlamento
(grazie
ad
un
finanziamento
del
governo
greco),
palazzo
simbolo,
insieme
alla
biblioteca
nazionale,
bombardato
durante
la
guerra
e il
cui
grigio
e ferito
scheletro
ricordava
a tutti
la
tragedia
della
guerra
e dell’urbicidio.
Ma
se
Sarajevo
ci
presenta
segnali
contrastanti,
sono
altre
città
che
mostrano
i segni
di
una
depressione
economica
che
non
dà
molte
speranze.
Vorrei
qui
portare
ad
esempio
Visegrad,
la
città
del
ponte
sulla
Drina,
per
la
quale
sembrano
lontani
i tempi
in
cui
univa
due
mondi,
città
multipla
in
cui
oriente
e occidente
si
incontravano.
Visegrad
continua
ad
essere
meta
di
turisti
e curiosi
che
vogliono
“toccare”
le
pietre
e gli
archi
del
manufatto
reso
celebre
del
grande
scrittore
Andric,
eppure
non
riesce
a darsi
una
nuova
anima
e un
nuovo
impulso
di
sviluppo,
anzi,
l’impressione
che
se
ne
trae
è
di
spaesamento
e declino.
Una
città
sospesa,
per
usare
ancora
il
termine
usato
da
Nardelli.
Come
dicevo
sopra
però
è
tutto
il
paese
che
soffre
e tale
situazione
fa
aumentare
anche
gli
yugo-nostalgici.
Ne
ho
incontrati
tanti,
che
dagli
anni
’90
in
poi
hanno
perso
quasi
tutto
e ai
quali
non
viene
offerto
un
futuro
decente
in
patria.
La
Bosnia
Erzegovina
rischia
sempre
più
di
essere
un
paese
dove
si
sta
peggio
che
nel
passato.
Come
mi
ha
detto
un
caro
amico,
non
si
tratta
della
solita
frase
“si
stava
meglio
quando
si
stava
peggio”,
il
problema
è
che
per
molti
vale
il
“si
stava
meglio”
e basta.
È
un
paese
che
non
dà
lavoro,
tanto
che
si
continua
ad
emigrare,
a non
tornare,
a cercare
lavoro
dove
e come
si
può.
Lungo
la
strada
tra
Foca
e Goradze
su
una
collina
capeggia
una
gigantesca
scritta
sull’erba
che
ricorda
Tito,
quasi
un
memoriale.
Proprio
lì
sotto
Sasha
vende
bibite
e frutta
e ci
racconta
che
prima
della
guerra
aveva
tutto,
mentre
ora
lui
ha
un
lavoro
molto
precario
e sua
moglie
e sua
figlia
sono
costrette
ad
andare
a lavorare
sulla
costa
croata,
perché
in
Dalmazia,
almeno
d’estate,
c’è
lavoro.
La
Bosnia
è
un
paese
dove
il
servizio
sanitario
è
allo
stremo
e non
riesce
più
a garantire
un
diritto
alla
salute
adeguato
per
tutti.
Un
paese
dove
ad
esempio,
anche
per
chi
può
permetterselo,
è
meglio
non
andare
dal
dentista,
perché
i dentisti
sono
costretti
a usare
sempre
gli
stessi
strumenti,
con
una
scarsissima
sicurezza
e igiene.
Eppure
di
potenziali
leve
di
sviluppo
ce
ne
sono,
ma
non
ci
sono
neanche
le
condizioni
perché
venga
resa
veramente
una
risorsa
la
straordinaria
ricchezza
di
beni
culturali
e ambientali.
La
natura
è
una
straordinaria
potenzialità
della
Bosnia
Erzegovina,
ma
anche
qui
tutto
è
fermo
o quasi.
Oltre
al
problema
delle
mine
(e
dell’uranio
impoverito,
altro
tema
trascurato),
spesso
anche
in
questo
caso
divisioni
e lacerazioni
contribuiscono
alla
staticità
della
situazione:
così,
nel
paese
che
presenta
valli
e gole
dei
fiumi
tra
le
più
belle
al
mondo,
quelle
valli
sono
ancora
simbolo
di
territori
contesi
per
poter
pensare
ad
uno
sviluppo
condiviso.
Sempre
nel
recente
viaggio
sono
passato
attraverso
il
parco
nazionale
della
Sutjeska,
una
natura
splendida,
incontaminata
e selvaggia,
non
troppo
lontano
da
Sarajevo,
ma
che
difficilmente
riuscirà
a decollare
finché
saranno
così
forti
le
divisioni
tra
Federazione
e Srpska.
Come
ho
detto
prima
il
mio
“grido
d’allarme”
è
rivolto
a tutti
quelli
che
hanno
a cuore
le
sorti
della
Bosnia
Erzegovina.
In
questo
senso
credo
che
una
grande
responsabilità
ce
l’abbia
l’Europa,
un’Europa
che
quanto
più
si
allarga
tanto
più
vede
aumentare
i confini
al
proprio
interno.
Sembrano
drammaticamente
attuali
le
parole
di
Langer,
l’Europa
muore
o rinasce
a Sarajevo.
Nei
Balcani
e in
Bosnia
in
particolare
si
gioca
il
futuro
dell’Europa:
solo
se
apriamo
gli
occhi
in
questo
senso
eviteremo
il
fallimento.
La
Bosnia
ha
bisogno
di
noi
e noi
della
Bosnia,
per
non
ritrovarci
a parlare
di
tragedie.
Se
si
continua
a lasciar
andare
le
cose
come
sono,
il
rischio
di
una
nuova
crisi
bosniaca
è
forte.
Concludo
come
ha
iniziato
Nardelli:
spero
di
sbagliarmi.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |