Ad
inizio
ottobre
è
stata
istituita
una
nuova
Commissione
parlamentare
d’inchiesta
sulla
questione
uranio
impoverito.
Quali
le
differenze
rispetto
alla
precedente?
La
Commissione
Difesa
ha
deciso
l’istituzione
di
una
nuova
Commissione
d’inchiesta
sull'uranio
impoverito
in
sede
deliberante,
sulla
base
dell'accordo
tra
tutti
i gruppi,
e questo
dovrebbe
far
superare
le
difficoltà
che
abbiamo
avuto
nella
passata
legislatura.
Il
dato
estremamente
positivo
è
che
non
abbiamo
neanche
dovuto
ricorrere
al
voto
dell’aula.
L’istituzione
di
questa
Commissione
è
stata
la
più
veloce
nella
storia
della
nostra
Repubblica,
anche
perchè
si
tratta
della
continuazione
di
un
lavoro
già
avviato
che
gode
del
sostegno
del
20%
dei
senatori
di
tutti
i gruppi,
concordi
sul
fatto
che
il
lavoro
debba
continuare.
Io
sono
il
primo
firmatario,
ma
se
non
ci
fosse
stato
il
sostegno
di
tutti
i gruppi
non
ci
sarebbe
stata
la
possibilità
di
istituirla
così
velocemente.
Che
cosa
era
successo
allora?
Sappiamo
che
sono
state
molteplici
le
difficoltà
incontrate
durante
l’anno
di
lavoro
della
prima
Commissione...
C’erano
state
reticenze
di
alcuni
gruppi,
in
particolare
Forza
Italia,
che
aveva
sia
il
Ministro
della
Difesa
che
il
Presidente
del
Senato,
ed
ha
avuto
un
ruolo
forte
di
freno
e sabotaggio.
Questa
volta,
credo
grazie
soprattutto
al
lavoro
fatto
da
tutta
la
Commissione
l’anno
passato,
si
sono
fugati
tutti
i dubbi
relativi
a possibili
attività
propagandistiche
che
avrebbe
potuto
svolgere
la
Commissione
ai
danni
delle
gerarchie
militari,
del
ministero
della
Difesa
o delle
Forze
armate.
Le
cose
che
avevamo
chiesto
e che
non
ci
sono
state
date
allora
le
dobbiamo
ottenere
assolutamente
ora,
da
parte
del
ministero
della
Difesa,
e riguardano
innanzitutto
i dati
su
cui
è
possibile
costruire
degli
elementi
statistici
fondanti.
Con
quali
presupposti
parte
il
lavoro
della
nuova
Commissione?
Allo
stato
attuale
il
lavoro
è
stato
parziale,
perché
non
ci
sono
mai
stati
forniti
i dati.
Penso
che
la
Commissione
possa
entrare
in
funzione
già
prima
di
Natale
e possa
riconfermare
la
squadra
molto
valida
che
abbiamo
avuto
l’anno
passato.
Conterà
sempre
21
membri
e anche
il
numero
dei
consulenti
dovrebbe
essere
riconfermato,
anche
perché
sono
persone
che
si
sono
dimostrate
molto
valide
e sono
ormai
diventate
di
fama
internazionale.
Dopodiché
abbiamo
avuto
anche
la
possibilità,
che
ho
voluto
introdurre
come
elemento
legato
alle
valutazioni
che
avevamo
fatto
nella
passata
legislatura,
di
allargare
il
campo
alle
popolazioni
civili
sia
attorno
ai
poligoni
di
tiro
sia
ai
teatri
di
guerra
che
sono
stati
oggetto
dell’intervento
delle
nostre
missioni
militari.
Come
intendete
allargare
il
campo
di
indagine
ai
civili?
Non
è
possibile
pensare
di
fare
un’indagine
epidemiologica
di
massa
nei
territori
dei
Balcani,
in
Afghanistan
e Iraq.
Però
è
possibile
acquisire
degli
elementi
mirati
in
situazioni
specifiche
in
cui
ci
sono
state
delle
evidenze
sulle
popolazioni
civili,
che
possono
essere
di
conforto
rispetto
alle
presenze
più
limitate
nel
tempo
dei
nostri
militari.
Raggiungere
la
verità
sul
rapporto
causa
effetto
rispetto
a determinati
munizionamenti,
all’uranio
impoverito
ma
anche
altri,
è
più
facile
se
allarghiamo
la
possibilità
d’indagine
sul
territorio
a chi
è
stato
stabilmente
in
quella
realtà
dall’inizio.
Per
quanto
riguarda
i Balcani
questo
è
fondamentale
perché
lì
abbiamo
popolazioni
civili
che,
benché
vi
siano
dati
dispersi,
hanno
vissuto
tragedie
immani,
sono
cadute
come
mosche.
Nel
2001,
scoppiato
lo
scandalo
a seguito
delle
prime
denunce
di
militari
morti,
si
era
avviato
in
Italia
con
decreto
il
monitoraggio
sanitario
dei
militari
e dei
civili
italiani
che
avevano
operato
nei
Balcani.
Si
è
concluso
il
primo
quinquennio
di
raccolta
dati.
Sebbene
l’adesione
al
monitoraggio
fosse
su
base
volontaria
e i
numeri
dei
soggetti
che
hanno
aderito
non
siano
alti,
esistono
oggi
dati
sui
risultati?
Sappiamo
che
ci
sono
delle
persone
che
durante
il
servizio
civile
si
sono
ammalate,
ma
non
abbiamo
i dati
statistici
neppure
di
quelli
che
avevamo
chiesto
istituzionalmente,
e cioè
dei
militari.
C’è
stato
un
sabotaggio
da
parte
del
ministero
delle
Difesa,
che
è
quello
che
ci
potrebbe
dare
degli
elementi
e che
ha
fatto
di
tutto
per
disperdere
i dati.
Parlo
soprattutto
di
militari,
perché
è
ciò
di
cui
ci
siamo
occupati
nel
lavoro
di
indagine
della
prima
Commissione.
Avremmo
avuto
la
possibilità,
attraverso
anche
la
stessa
Commissione
Mandelli
che
prevedeva
monitoraggi
prima,
durante
e dopo
la
missione,
di
avere
un
passaggio
anche
in
alcune
zone
particolari,
cioè
in
alcuni
ospedali
militari.
Lavorando
a ritmo
serrato,
ad
esempio
presso
l’ospedale
militare
di
Padova,
avremmo
potuto
avere
una
campionatura
molto
precisa
di
tutti
i dati.
Invece,
nonostante
ci
fosse
il
problema
di
recuperare
questi
dati
statistici,
i militari
sono
stati
invitati
a rivolgersi
a ospedali
qualsiasi
con
la
scusa
che
sarebbe
stato
più
comodo
magari
curarsi
vicino
a casa.
Il
risultato
è
che
si
è
disperso
il
dato
degli
stessi
militari,
e neppure
i distretti
militari
delle
singole
realtà
sono
stati
in
grado
di
fornire
il
dato
specifico
della
loro
zona.
La
nuova
Commissione
prevede
di
allargare
l’indagine
ai
civili,
potreste
quindi
pretendere
di
conoscere
i dati
del
monitoraggio
effettuato
su
di
loro
in
questi
anni,
per
quanto
esiguo...
La
Commissione
non
ha
oggi
a disposizione
nessun
dato
rispetto
ai
civili.
Introducendo
il
nuovo
elemento
della
ricerca
anche
su
questa
categoria,
però,
la
Commissione
è
abilitata
oggi
ad
occuparsene
e dunque
a pretendere
di
analizzare
i dati.
In
alcune
realtà,
anche
a Baghdad,
piuttosto
che
a Kabul
o altrove,
ci
sono
ospedali
che
possiedono
elementi
relativi
all’evoluzione
sanitaria
nel
corso
degli
anni.
Conosciamo
i disastri
della
guerra…
Ma
esistono
pur
sempre
dei
dati.
Anche
a Sarajevo,
che
è
stata
completamente
distrutta,
e i
cui
archivi
sono
stati
dispersi,
ci
sono
dati
significativi
che,
se
utilizzati
all’interno
della
prima
Commissione
d’inchiesta,
ci
avrebbero
aiutato
a capire
meglio
l’evoluzione
delle
patologie
in
relazione
ai
bombardamenti.
Mettere
ad
esempio
la
dottoressa
Gatti
[responsabile
del
laboratorio
dei
biomateriali
presso
l'Università
di
Modena,
ndr]
in
condizione
di
poter
analizzare
le
persone
che
hanno
subito
gli
effetti
dei
bombardamenti
è
un
percorso
che
ci
può
aiutare
per
scoprire
la
verità
rispetto
ai
nostri
militari.
Il
sistema
Italia
opera
nei
Balcani
con
interventi
di
cooperazione
grazie
a fondi,
come
la
legge
84/01,
stanziati
ad
hoc
per
la
stabilizzazione
dell’area.
Progetti
di
tutela
e recupero
ambientale,
di
sviluppo
del
turismo,
di
valorizzazione
delle
risorse
locali,
di
sminamento,
e tanto
altro.
Possibile
pensare
di
chiudere
il
cerchio
e far
sì
che
l’Italia,
se
dovesse
essere
riconfermato
il
rifinanziamento
della
legge
84,
possa
indagare
ma
anche
riparare
in
qualche
maniera
ai
danni
causati
dai
bombardamenti
con
uranio
impoverito
di
cui
siamo
anche
noi
responsabili?
Si
tratta
di
un
auspicio.
La
mia
valutazione
è
molto
negativa
e sono
un
po’
pessimista,
a riguardo,
sebbene
mi
auguro
di
sbagliarmi.
Io
ho
chiesto
al
sottosegretario
Casula,
che
si
occupa
della
parte
sanitaria
presso
il
ministero
della
Difesa,
che
ci
sia
la
possibilità
di
avere
nel
nostro
paese
un
centro
di
eccellenza
per
riuscire
a monitorare
queste
situazioni.
Il
centro
potrebbe
basarsi
sul
lavoro
fatto
all’Università
di
Modena
e Reggio
Emilia
dalla
dottoressa
Gatti,
e all’ospedale
militare
di
Padova
dal
dottor
Enzo
Chinelli.
Se
noi
mettessimo
insieme
queste
energie
potremmo
dare
un
contributo
importante
anche
ai
fini
dell’attività
disinquinante
di
quei
territori,
perché
mettiamo
a disposizione
anche
le
competenze
del
nostro
paese
in
quel
settore.
Se
però
non
abbiamo
la
volontà
di
andare
a concentrare
le
energie
laddove
le
cose
stanno
funzionando,
ho
l’impressione
che
anche
la
cooperazione
rischi
di
vanificarsi
e addirittura
diventare
uno
dei
supporti
alle
attività
militari…
La
mia
preoccupazione
è
data
dal
fatto
che
su
questo
il
nuovo
governo
non
ha
espresso
una
forte
discontinuità,
almeno
fino
ad
oggi.
Mi
auguro
di
sbagliarmi…
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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