Di
fronte
al
fenomeno
delle
numerose
morti
dei
soldati
italiani
che
hanno
preso
parte
alle
diverse
operazioni
di
decontaminazione
del
territorio
bosniaco
dopo
la
fine
della
guerra
nella
ex
Jugoslavia,
viene
da
domandarsi
quale
sia
lo
stato
di
salute
della
popolazione
bosniaca
che
abita
o abitava
nelle
stesse
zone
in
cui
hanno
operato
i nostri
soldati.
Non
è
solo
una
curiosità,
è
anche
uno
degli
obiettivi
della
nuova
Commissione
d'inchiesta
sull'uranio
impoverito,
recentemente
istituita
dalla
Commissione
difesa
del
Senato1,
la
cui
principale
novità
risiede
nella
possibilità
di
indagare
non
solo
sui
militari
colpiti
ma
anche
“sulle
popolazioni
civili
nei
teatri
di
conflitto
e nelle
zone
adiacenti
le
basi
militari
sul
territorio
nazionale”.
Un’analisi
della
diffusione
delle
patologie
tumorali
in
Bosnia
(in
termini
quantitativi
e con
riferimento
alla
provenienza
geografica
dei
malati)
potrebbe
fornire
elementi
anche
per
verificare
l’eventuale
correlazione
tra
l’insorgere
delle
malattie
e le
condizioni
ambientali
che
si
sono
create
come
conseguenza
dell’esplosione
di
proiettili
all’uranio
impoverito.
Come
si
evince
dalla
letteratura
recente
sull’argomento2,
a cui
si
rimanda,
non
è
né
dimostrato
né
negato
il
legame
diretto
tra
l’insorgere
dei
tumori
e la
presenza
di
radioattività
da
uranio
impoverito
nell’ambiente;
tuttavia
alcuni
ricercatori3
stanno
verificando
che
lo
sviluppo
di
numerosi
tumori
(linfomi
e leucemie)
che
si
riscontrano
nei
nostri
soldati
è
correlabile
all’inalazione
e all’ingestione
delle
nano-particelle
di
metalli
pesanti;
si
tratta
dei
metalli
pesanti
contenuti
nei
proiettili
e che,
alla
elevata
temperatura
che
si
genera
nell’esplosione
proprio
in
virtù
dell’uranio
impoverito,
si
riducono
alla
dimensione
di
non-particelle
cancerogene.
Verificare
e denunciare
con
più
evidenza
il
legame
tra
malattie
e condizioni
ambientali
potrebbe
servire
alla
causa
della
richiesta
di
decontaminare
il
territorio.
Attraverso
le
interviste
realizzate
abbiamo
quindi
cercato
risposta
alle
seguenti
domande:
- è
aumentato
in
Bosnia
il
numero
dei
malati
e dei
morti
per
linfomi
e leucemie,
cioè
per
le
stesse
malattie
di
cui
sono
stati
vittime
i nostri
soldati?
- dove
vivevano
le
persone
che
si
sono
ammalate?
- l’ambiente
bosniaco
risulta
contaminato
ed
eventualmente
da
che
cosa
(radiazioni
e/o
nano-particelle)?
Non
è
semplice
trovare
risposta
a queste
domande;
o meglio,
non
è
semplice
trovare
qualcuno
che
risponda.
Per
diversi
motivi.
Ma
qualcosa
emerge.
L’aumento
della
mortalità
Al
Ministero
della
Salute
della
Bosnia
Erzegovina
non
esistono
registri
dei
malati
prima
della
guerra
confrontabili
con
i registri
dei
malati
dopo
la
guerra.
Questo
è
dovuto
al
fatto
che,
dopo
gli
accordi
di
Dayton
della
fine
del
1995,
una
parte
significativa
della
popolazione
di
origine
serba
si
è
spostata
in
altre
zone
e in
particolare
in
Republika
Srpska,
dove
è
stata
inserita
nei
registri
delle
relative
istituzioni
sanitarie;
allo
stesso
modo
in
Federazione
sono
arrivate
altre
persone
di
origine
bosniaca
e croata
che
prima
vivevano
in
altre
zone.
Dunque
le
Autorità
sanitarie
bosniache
non
possono
verificare
se
tra
le
persone
che
abitavano
le
zone
bombardate
al
momento
delle
esplosioni
con
l’uranio
impoverito
c’è
stato
un
aumento
della
mortalità.
Questo
per
quanto
riguarda
il
confronto
tra
dati
raccolti
prima
e dopo
le
esplosioni.
Ma,
poiché
l’ambiente
potrebbe
essere
ancora
contaminato
(da
radiazioni,
ma
anche
da
nano-particelle)
sarebbe
utile
conoscere
lo
sviluppo
dei
tumori
nella
popolazione
che
ormai
da
11
anni
abita
nelle
zone
bombardate
(le
zone
sono
abitate
da
bosniaci
e anche
un
certo
numero
di
serbi
che
hanno
scelto
di
rimanervi).
Ma
anche
questi
dati
non
sono
in
possesso
del
Ministero
della
Salute.
Goran
Cerkez,
assistente
del
Ministro,
dice
che
questa
specifica
verifica
non
è
stata
fatta
perché
ci
sono
altre
priorità
di
cui
il
Ministero
si
deve
occupare
per
la
Bosnia.
All’Ospedale
Kosevo
di
Sarajevo,
dove
l’indicazione
dell’eventuale
aumento
della
mortalità
per
tumori
dovrebbe
poter
essere
accessibile,
un
appuntamento
già
concordato
con
la
professoressa
Nermina
Obralic
dell’Istituto
di
Oncologia,
ci
viene
negato
all’ultimo
minuto;
la
professoressa
dice
che
a novembre
2005
ha
incontrato
una
Commissione
medica
italiana
e che
ha
già
detto
tutto
quello
che
aveva
da
dire.
In
effetti
durante
tale
incontro
sono
stati
stabiliti
contatti
importanti
tra
alcuni
medici
di
Sarajevo
e dei
ricercatori
italiani.
In
particolare
la
dottoressa
Antonietta
Gatti
dell’Università
di
Modena,
colei
che
ha
individuato
la
probabile
responsabilità
delle
nano-particelle
nell’insorgenza
dei
diversi
tumori
nei
nostri
soldati,
sta
collaborando
con
alcuni
medici
dell’Ospedale
Kosevo
che,
in
modo
informale,
le
mandano
i dati
clinici
di
alcuni
malati
per
un
confronto
con
i dati
dei
soldati
italiani.
Le
verifiche
di
analogie
patologiche
sono
in
corso.
Ma
questo
tipo
di
collaborazione
non
è
tra
le
attività
prioritarie
dell’Ospedale
che
è
in
forti
difficoltà
economiche
e al
momento
ha
altre
priorità
(la
disponibilità
di
medicinali,
ad
esempio:
fino
a pochi
anni
fa
erano
forniti
gratuitamente
dagli
americani,
ma
adesso
scarseggiano).
Poniamo
la
stessa
domanda
relativa
alla
verifica
dell’aumento
della
mortalità
al
professor
Slavtko
Zdrale
dell’Ospedale
Kasindo:
l’ospedale
si
trova
nella
parte
serba
di
Sarajevo
(Sarajevo
Est,
che
qualcuno
chiama
Srpski
Sarajevo)
e dovrebbe
avere
in
cura
malati
prevalentemente
serbi,
quindi
in
teoria
la
parte
maggiormente
“lesa”
dall’esplosione
dei
proiettili
all’uranio
impoverito.
Il
dottor
Zdrale
però
è
restio
a fornire
dati;
gli
interessa
di
più
dire
che
a Belgrado
i medici
sono
riusciti
a curare
con
successo
un
uomo
affetto
dai
tipici
tumori
legati
all’esplosione
di
uranio
impoverito.
Un
interlocutore
più
disponibile
a dare
informazioni
sull’aumento
delle
malattie
è
l’associazione
“Il
cuore
per
i bambini
malati
di
cancro
nella
Federazione
di
Bosnia
Erzegovina”
(“Srce
za
djecu
koja
boluju
od
raka
u FBiH”)
e il
suo
presidente,
Sabahudin
Hadzialic.
L’associazione
è
stata
fondata
a Sarajevo
nell’aprile
del
2003
e riunisce
genitori
e amici
di
bambini
malati;
essa
ha
verificato
che
dopo
la
guerra
la
situazione
dei
bambini
malati
di
cancro
ha
assunto
dimensioni
molto
maggiori
rispetto
a prima,
per
motivi
diversi;
in
particolare
nella
Federazione
la
malattia
è
raddoppiata
rispetto
al
periodo
precedente
alla
guerra,
cioè
rispetto
alla
diffusione
della
malattia
tra
il
1990
e il
1992;
è
raddoppiata
soprattutto
nel
periodo
2000-2004:
in
tale
periodo
nella
sezione
di
Oncologia
e di
Ematologia
della
Clinica
Pediatrica
a Sarajevo
sono
stati
ricoverati
230
bambini
con
forme
varie
di
cancro:
leucemie,
linfoma,
cancro
delle
ossa,
eccetera.
Questo
dato,
nella
sua
drammaticità,
è
importante
ma
è
troppo
semplice,
è
incompleto
e non
consente
di
individuare
un
legame
diretto
tra
tumori
e presenza
di
uranio
impoverito
o di
nano-particelle
nell’ambiente;
bisognerebbe
sapere
di
quali
tumori
sono
malati
i bambini
e in
quali
aree
di
Sarajevo
vivevano
per
poter
eventualmente
mettere
in
relazione
la
malattia
con
la
contaminazione
da
uranio
impoverito.
Ma
all’Associazione
non
è
stato
possibile
fare
questa
verifica.
Sabahudin
Hadzialic
ha
chiesto
da
anni
al
governo
della
Federazione
di
effettuare
degli
studi
indipendenti,
ma
non
gli
sono
stati
concessi.
Al
momento
l’informazione
può
essere
accolta
come
un
dato
di
fatto:
nell’area
di
Sarajevo
la
mortalità
dei
bambini
è
aumentata
dopo
la
guerra.
L’unico
lavoro
oggi
disponibile
di
verifica
dell’aumento
della
mortalità
collegabile
alle
esplosioni
di
proiettili
all’uranio
impoverito
è
quello
di
Slavica
Jovanovic,
dottoressa
della
Dom
Zdraljie
di
Bratunac,
la
Casa
della
Salute.
Il
suo
studio
riguarda
la
popolazione
direttamente
esposta
alle
esplosioni,
poiché
ha
analizzato
l’aumento
di
tumori
tra
i profughi
che
vivevano
ad
Hadzici.
Hadzici
è
una
località
a 27
km
da
Sarajevo
che
durante
la
guerra
era
in
mano
ai
serbi,
i quali
anche
da
tale
postazione
assediavano
la
città:
la
località,
e in
particolare
una
fabbrica
di
manutenzione
di
armamenti,
è
stata
bombardata
dalla
Nato
nel
settembre
del
1995
con
proiettili
all’uranio
impoverito.
Ora
i profughi
serbi
di
Hadzici
si
sono
spostati
a Bratunac,
cittadina
che
gli
accordi
di
Dayton
hanno
attribuito
alla
Repubblica
Srpska.
La
dottoressa
Jovanovic´
ha
analizzato
i dati
relativi
alla
mortalità
nella
popolazione
proveniente
da
Hadz¯ic´i
(tra
le
4.500
e 5.500
persone)
e da
altre
regioni
del
Cantone
di
Sarajevo.
In
particolare
ha
analizzato
e confrontato
la
percentuale
di
mortalità
su
tre
gruppi
di
popolazione
del
territorio
del
Comune
di
Bratunac
dal
1996
al
2000:
- popolazione
residente
a Bratunac
già
prima
della
guerra
- profughi
arrivati
a Bratunac
da
Hadzici
- profughi
arrivati
a Bratunac
da
altre
zone
della
Bosnia
Erzegovina.
L’analisi
dimostra
che
la
mortalità
tra
i profughi
di
Hadzici
è
4,6
volte
più
alta
rispetto
a quella
della
popolazione
di
Bratunac,
mentre
la
mortalità
dei
profughi
che
arrivano
da
altre
parti
della
Bosnia
è
2,2
volte
maggiore
rispetto
a quella
dei
cittadini
di
Bratunac.
Ci
sono
diversi
possibili
motivi
per
spiegare
l’alta
percentuale
di
mortalità
nella
popolazione
che
si
è
spostata
da
una
parte
all’altra
del
territorio:
lo
stress
durante
e dopo
la
guerra,
la
perdita
di
familiari
e di
beni,
la
cattiva
alimentazione,
le
cattive
condizioni
igieniche,
ma
anche
la
vita
in
un
territorio
contaminato
da
radiazioni
o da
nano-particelle
di
metalli
pesanti.
Dalla
stessa
analisi
svolta
dalla
dottoressa
Jovanovic
è
possibile
estrapolare
la
percentuale
di
mortalità
dovuta
a tumori
e verificare
come
la
popolazione
di
Hadzici
presenti
la
percentuale
maggiore
rispetto
agli
altri
due
gruppi.
Purtroppo
non
viene
fornito
il
dato
di
dettaglio
circa
la
tipologia
di
tumori,
dato
che
potrebbe
confermare
il
legame
con
la
contaminazione
dell’ambiente
da
parte
dell’uranio.
Però
intanto
si
registra
che
la
mortalità
da
tumore
di
questa
popolazione
è
più
del
doppio
rispetto
a quella
della
popolazione
locale
e supera
di
un
terzo
la
mortalità
per
tumore
degli
altri
profughi.
Dopo
il
2000
l’analisi
non
è
stata
più
proseguita
perché
il
gruppo
target
di
Hadzici
non
era
più
in
condizione
di
essere
seguito,
avendo
subito
ulteriori
grandi
migrazioni.
Il
lavoro
della
dottoressa
Jovanovic
indica
che
le
persone
che
abitavano
nelle
zone
dove
è
avvenuta
l’esplosione
dei
proiettili
si
sono
ammalati
di
tumore
e sono
morti
in
percentuale
maggiore
rispetto
alla
popolazione
non
esposta.
Invece,
per
quanto
riguarda
l’aumento
della
mortalità
nella
popolazione
attualmente
residente,
l’unica
segnalazione
è
quella
proveniente
dal
dato
del
raddoppio
della
mortalità
nei
bambini
che
vivono
intorno
a Sarajevo.
Ma
quali
sono
le
condizioni
ambientali
attuali
delle
zone
bombardate
nel
1995?
(1
–
continua)
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
|