La
decisione
era
nell’aria
da
alcune
settimane.
Da
più
parti
si
poteva
percepire
una
certa
preoccupazione
da
parte
della
comunità
internazionale
sugli
sviluppi
della
situazione
nella
regione.
L’International
Crisis
Group
(ICG)
aveva
espresso
la
propria
contrarietà
alla
chiusura
dell'Ufficio
dell'Alto
Rappresentante
(OHR)
e la
voce
di
questo
centro
studi
non
passa
inascoltata
nelle
ambasciate
straniere
in
Bosnia
ed
Erzegovina,
soprattutto
in
quelle
americane
ed
inglesi.
Croazia,
Bosnia,
Serbia
(col
Kosovo)
e Montenegro
funzionano
come
un
sistema
di
vasi
comunicanti:
se
si
alza
il
livello
della
tensione
in
un
paese,
automaticamente
avviene
lo
stesso
negli
altri
paesi.
E così
l’indipendenza
del
Montenegro
e il
futuro
status
del
Kossovo
sono
fattori
che
hanno
provocato
e rischiano
di
provocare
un
aumento
della
tensione
in
Bosnia
ed
Erzegovina.
Tali
tensioni
rinvigoriscono
le
spinte
referendarie
sbandierate
da
Dodik
nel
corso
dell’infuocata
campagna
elettorale
e del
(pseudo)
duello
verbale
con
Haris
Silajdzic.
Le
apprensioni
della
comunità
internazionale
Ha
vinto
la
paura
quindi.
La
comunità
internazionale
ha
deciso
di
non
mollare
le
redini
del
controllo
bosniaco,
in
vista
degli
inevitabili
scossoni
che
già
si
preannunciano
nei
prossimi
mesi.
A ciò
si
è
aggiunta
la
notizia
che
comunque
Schwarz-Schilling
non
avrebbe
richiesto
l’estensione
del
proprio
mandato,
e quindi
vi
sarà
un
nuovo
Alto
rappresentante
dopo
di
lui.
La
sensazione
è
che
si
cercherà
una
persona
in
grado
di
far
un
uso
energico
dei
poteri
di
Bonn,
contrariamente
a quanto
era
avvenuto
con
Schwarz-Schilling,
che
non
li
aveva
quasi
mai
usati
e che
anzi
aveva
riabilitato
quasi
tutti
coloro
che
erano
stati
rimossi
dai
suoi
predecessori.
La
comunità
internazionale
percorre
a ritroso
quel
cammino
che
aveva
intrapreso
e che
avrebbe
portato
all’abolizione
del
“semi
protettorato”
internazionale
e alla
presa
di
potere
piena
da
parte
della
classe
politica
bosniaca.
Il
dibattito
sull’abolizione
dei
poteri
di
Bonn,
in
seno
alle
varie
ambasciate
e organizzazioni
internazionali,
dura
sostanzialmente
dal
2003,
da
quando
lo
European
Stability
Initiative
(ESI)
lanciò
un
rapporto
denunciando
le
derive
colonialistiche
della
presenza
dell'OHR
in
Bosnia
ed
Erzegovina,
e la
necessità
di
iniziare
a concepire
una
via
d’uscita
dai
poteri
di
Bonn,
che
già
allora,
a detta
di
ESI,
avevano
fatto
il
loro
tempo.
A quel
tempo
l'ICG,
nel
rapporto
Paddy
Ashdown
and
the
paradoxes
of
State
Building,
aveva
invocato
un
utilizzo
dei
poteri
di
Bonn
ancora
maggiore
allo
scopo
di
implementare
una
serie
di
riforme
di
importanza
strategica
per
il
paese
che,
a distanza
di
quattro
anni,
sono
state
praticamente
tutte
implementate.
La
sensazione
è
che
ogni
volta
che
la
Bosnia
sia
sul
punto
di
arrivare
alla
meta,
il
traguardo
venga
spostato
sempre
più
avanti
e che
la
paura
prevalga
nella
comunità
internazionale.
In
questo
caso,
la
decisione
di
mantenere
i poteri
di
Bonn
può
essere
efficace
nel
breve
periodo
per
prevenire
instabilità,
ma
occorre
preparare
anche
una
strategia
di
medio-lungo
periodo
per
uscire
dall’impasse.
Le
posizioni
dei
politici
bosniaci
Di
fronte
ad
uno
scenario
regionale
che
si
annuncia
tempestoso
nei
prossimi
mesi,
poco
fanno
i politici
bosniaci
per
dimostrare
maturità
e responsabilità
e come
al
solito
sono
pronti
a cavalcare
la
tigre
del
nazionalismo
per
rafforzare
la
propria
posizione.
Le
posizioni
dei
leader
bosgnacchi
e serbi
sono
diametralmente
opposte
per
quanto
riguarda
l’estensione
dei
poteri
di
Bonn.
Non
solo,
la
decisione
della
comunità
internazionale
sostiene
apertamente
le
posizioni
di
Silajdzic
che,
a più
riprese,
aveva
invocato
l’uso
dei
poteri
di
Bonn
per
sanzionare
le
velleità
referendarie
di
Milorad
Dodik.
Il
mantenimento
dei
poteri
di
Bonn
suona
quindi
come
una
sorta
di
“cartellino
giallo”
nei
confronti
di
Dodik.
Un
avvertimento
a Dodik
di
non
cercare
di
sfruttare
la
decisione
sul
Kosovo
per
fini
politici
in
Bosnia
ed
Erzegovina.
Dodik
dal
canto
suo,
contrariato
dall’iniziativa,
ha
dato
segno
di
aver
recepito
il
messaggio
e ha
prontamente
ribadito
che
non
vi
sarà
una
rivoluzione
armata
quando
la
status
del
Kosovo
verrà
deciso,
ma
che
comunque
non
può
impedire
alla
gente
di
avere
la
propria
opinione.
Il
nocciolo
del
problema
sembra
però
rimanere
all’interno
della
Bosnia
ed
Erzegovina.
La
politica
in
Bosnia
ed
Erzegovina
è
un
gioco
a somma
zero,
dove
le
parti
tendono
ad
annullarsi
a vicenda
e l’intransigenza
nazionalistica
è
la
miglior
arma
per
consolidare
il
proprio
potere.
Una
sorta
di
“celodurismo”
bosniaco.
Preoccupa
soprattutto
che,
sia
da
parte
serba
che
da
parte
bosgnacca,
vi
siano
ancora
questioni
fondamentali
che
i partiti
non
vogliono
risolvere
e aprire
al
dialogo.
È
solo
risolvendo
tali
questioni
che
si
può
trovare
uno
spazio
politico
necessario
per
un’intesa
comune
sul
futuro
della
Bosnia
ed
Erzegovina.
Alcune
questioni
fondamentali
non
ancora
risolte
La
più
importante
di
tali
questioni
è
legata
proprio
alla
Republika
Srpska
e alla
sua
creazione.
Per
Silajdzic
e molti
politici
nella
Federazione,
la
Republika
Srpska
viene
vista
come
una
creatura
frutto
del
genocidio
e della
pulizia
etnica,
perciò
ogni
occasione
è
buona
per
cercare
di
indebolirla
e trasferire
competenze
statali
da
Banja
Luka
a Sarajevo.
Da
parte
di
Banja
Luka,
si
risponde
a questi
tentativi
di
centralizzazione
agitando
lo
spettro
del
referendum
popolare
e della
secessione,
e rifiutando
la
cooperazione
con
le
autorità
di
Sarajevo.
In
questo
senso,
Milorad
Dodik
sta
costruendo
un
piccolo
impero
attorno
a sé
e alcune
prese
di
posizione
contro
i media
locali
e statali
sembrano
indicare
una
certa
svolta
autoritaria
nei
rapporti
tra
i due
partiti.
Dodik
quindi
riscuote
successo
nella
Republika
Srpska
perchè
viene
visto
come
colui
che
riesce
a difendere
la
Republika
Srpska
dagli
attacchi
che
vengono
portati
dalla
Federazione.
Silajdzic
dal
canto
suo
riscuote
successo
perché
il
suo
intento
finale
è
quello
di
eliminare
la
creatura
figlia
della
pulizia
etnica.
Il
fatto
è
che
in
realtà
la
Republika
Srpska
odierna
è
una
cosa
ben
diversa
da
quella
creata
da
Karadzic
e Mladic
e,
nonostante
i suoi
toni
nazionalisti,
Dodik
non
può
essere
considerato
come
il
successore
politico
e ideologico
di
Karadzic.
La
Republika
Srpska
non
è
più
monoetnica,
ha
trasferito
numerose
competenze
agli
organi
centrali
della
Bosnia
ed
Erzegovina
e dal
punto
di
vista
delle
strutture
e dell’amministrazione
risulta
essere
più
efficiente
che
non
la
Federazione,
la
quale
deve
sempre
fare
i conti
con
il
doppio
livello
di
autorità,
Cantoni
e Federazione.
Questa
realtà
viene
spesso
taciuta
nella
Federazione.
Allo
stesso
tempo
però
la
Republika
Srpska
(RS)
e i
suoi
leader
devono
anche
avere
il
coraggio
di
ammettere
di
fronte
ai
propri
elettori
che
l’indipendenza
della
RS
o la
sua
possibile
annessione
alla
Serbia
non
sono
delle
opzioni
politiche
né
possibili
né
sostenibili,
che
il
futuro
della
RS
rimane
all’interno
della
Bosnia
ed
Erzegovina
e che
i serbi
in
Bosnia
ed
Erzegovina
non
sono
minacciati
dalla
creazione
di
uno
stato
islamico.
Continuare
ad
alimentare
illusioni
in
questo
senso
è
non
solo
inutile
ma
anche
pericoloso.
Che
agenda
per
il
prossimo
Alto
rappresentante?
Sono
queste
le
regole
del
gioco
che
dovrebbero
esser
rese
chiare
dalla
comunità
internazionale:
il
riconoscimento
da
parte
della
leadership
serbobosniaca
che
il
loro
futuro
è
all’interno
della
Bosnia
ed
Erzegovina
e il
riconoscimento
da
parte
bosgnacca
della
Republika
Srpska
come
parte
della
Bosnia
ed
Erzegovina.
In
questo
senso,
l’arrivo
del
nuovo
Alto
rappresentante
dovrebbe
essere
utilizzato
per
cercare
di
ottenere
il
consenso
da
parte
dei
partiti
politici
principali
sui
punti
di
cui
sopra,
che
non
sono
nient’altro
che
quanto
previsto
da
Dayton.
Solo
dopo
aver
ottenuto
questo
sarebbe
possibile
procedere
alle
riforme,
senza
cercare
di
accelerare
il
ritmo
su
questioni
come
la
riforma
della
polizia
o le
riforme
costituzionali
(due
autentiche
patate
bollenti).
Accanto
a questi
due
capisaldi,
la
comunità
internazionale
dovrebbe
favorire,
senza
imporre,
il
processo
di
rielaborazione
del
conflitto
e di
decostruzione
dei
miti
che
erano
stati
usati
dai
partiti
nazionalisti
per
infiammare
l’odio
etnico.
Lo
scopo
perseguito
è
quello
di
dare
un
segnale
di
discontinuità
politica
rispetto
ai
partiti
che
avevano
condotto
la
guerra
in
Bosnia
ed
Erzegovina.
È
proprio
la
mancanza
di
questi
segnali
che
induce
la
comunità
internazionale
a guardare
con
preoccupazione
la
situazione
in
Bosnia
ed
Erzegovina.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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