I tragici
fatti
dei
Balcani
continuano,
non
si
esauriscono
nel
ricordo
come
avviene
per
altri.
Chi
li
ha
vissuti,
chi
ne
è
stato
vittima,
non
li
dimentica
facilmente.
Chi
per
tanto
tempo
è
stato
immerso
in
essi
non
può
cancellarli
dalla
memoria”.
Prefazione
a cura
di
Predrag
Matvejevic
al
libro
"Al
di
là
del
caos"
Ieri,
in
una
sua
sentenza,
la
Corte
internazionale
di
giustizia
dell'Aja
ha
affermato
che
a Srebrenica
avvenne
un
genocidio,
ma
che
la
Serbia
non
può
essere
ritenuta
imputabile
per
questo
fatto
e per
la
guerra
in
Bosnia.
Quale
la
tua
reazione?
Mi
aspettavo
una
sentenza
di
questo
tipo
e quindi
non
sono
rimasta
stupita.
Milosevic
è
morto
e il
processo
a suo
carico
non
è
potuto
continuare,
Mladic
e Karadzic
non
sono
stati
ancora
arrestati
...
difficile
aspettarsi
un
esito
diverso.
Nel
caso
avessero
condannato
la
Serbia
noi
cittadini
della
Bosnia
l'avremmo
visto
come
atto
di
giustizia
ma
non
per
colpevolizzare
i cittadini
serbi
ma
per
rendere
chiare
le
responsabilità
dei
governi
che
allora
erano
al
potere
in
Serbia
e per
individuare
le
responsabilità
dell'aggressione
che
venne
fatta
nei
confronti
della
Bosnia
Erzegovina.
A
breve
l’uscita
del
tuo
primo
libro,
"Al
di
là
del
caos".
Un
viaggio
fisico
che
dall'Italia
ti
ha
riportato
a Srebrenica,
dove
sei
nata.
E un
viaggio
psicologico.
Cosa
ti
ha
spinto
a scriverlo?
E’
stato
un
atto
egoistico.
Per
anni
non
avevo
voluto
più
pensare
a Srebrenica,
avevo
pensato
che
la
strategia
migliore
fosse
non
pensarci
più.
Avevo
15
anni
quando
è
successa
la
strage
in
cui
sono
scomparsi
mio
padre
e mio
zio.
Poi
mi
sono
ammalata
di
attacchi
di
panico,
vari
disturbi
psicologici
e quando
cercavo
di
analizzarli,
finivo
con
il
ricordo
sempre
a Srebrenica.
Ho
quindi
iniziato
a scrivere
un
memorandum,
un
diario
di
tutto
quello
che
ricordavo
per
un
bisogno
mio,
psicologico,
e non
perché
avessi
l’idea
“sociale”
di
dare
memoria
a Srebrenica.
Poi,
dato
che
è
la
scrittura
che
cresce
te
e non
sei
tu
che
la
comandi,
tutto
si
è
trasformato.
Ho
scritto
la
prima
bozza
che
ho
finito
durante
una
mia
permanenza
a Srebrenica
dopo
dodici
anni
che
non
ci
tornavo.
Ho
finito
le
mie
terapie
psicologiche
e l’ho
lasciato
“decantare”
per
un
po'.
Dopodiché
è
morto
Milosevic,
ogni
due
giorni
sembra
che
prendano
Mladic
ma
poi
non
succede,
hanno
premiato
i soldati
olandesi
che
erano
a Srebrenica
nei
giorni
del
massacro
....
Tutto
ciò
ti
risveglia
un
po’
di
rabbia
“sociale”,
che
non
è
solo
tua
personale.
Così
ho
iniziato
a scriverlo
sotto
forma
di
libro.
All’inizio
non
volevo
essere
arrabbiata,
perché
al
mio
paese,
al
tempo
della
ex-Jugoslavia,
mi
avevano
insegnato
che
dovevamo
essere
cosmopoliti,
che
avevamo
mille
religioni
diverse,
che
dovevamo
convivere.
Ho
proprio
notato
che
all'inizio
non
provavo
rabbia,
senso
di
ingiustizia,
come
se
avessi
accettato
tutto.
Invece
poi,
grazie
ad
uno
spettacolo
teatrale
che
ho
visto,
“Souvenir
Srebrenica”
di
Roberta
Biagiarelli,
mi
sono
accorta
che
si
arrabbiano
degli
italiani
per
ingiustizie
subite
da
noi,
e mi
son
chiesta
perché
non
avrei
dovuto
farlo
anch’io.
Quindi
il
libro
ti
è
servito
per
affrontare
il
trauma
che
hai
vissuto
e per
trasmettere
pubblicamente
questa
rabbia
in
maniera
costruttiva?
Esatto.
Infatti
lo
chiamo
“la
mia
creatura”
perché
mi
ha
cambiato,
ha
cambiato
il
mio
modo
di
pensare,
il
mio
modo
di
sentire
le
cose,
un
po’
si
è
anche
distanziato
da
me
tutto
quello
che
è
successo
perché
nel
momento
in
cui
riesci
a farlo
leggere
agli
altri,
ti
lascia
in
pace.
Con
il
libro
sono
riuscita
anche
a pronunciare
certe
parole,
a capire
come
stavo,
l'origine
di
tutti
i miei
incubi...
questi
uomini
con
le
barbe
e altre
immagini
strane.
Nel
libro
sono
riuscita
ad
affrontarle.
Spesso
nella
mia
scrittura
potrò
sembrare
anche
arrogante,
perché
emerge
la
mia
rabbia,
nei
confronti
dell’Europa
o dell’esercito
paramilitare
serbo.
Non
è
una
rabbia
cieca
ma
che
nasce
anche
dall'aver
letto
molto,
essermi
informata,
sulla
storia
della
ex-Jugoslavia,
sul
revisionismo
storico
che
si
sta
cercando
di
fare,
su
quello
che
si
dice
“non
essere
successo”
a Srebrenica.
Poi
ho
soprattutto
superato
quella
classica
vergogna
derivata
dal
fatto
che
sono
state
uccise
8.000
persone
e si
sa
chi
sono
responsabili
ma
sono
ancora
tranquillamente
in
libertà.
Parli
di
vergogna.
Puoi
spiegarci
meglio?
Sono
cresciuta
in
una
famiglia
“titina”,
nel
senso
buono
del
termine
e quindi
senza
riferirmi
a fatti
come
quelle
di
cui
si
è
parlato
molto,
ad
esempio
le
foibe.
Intendo
una
famiglia
in
cui
non
si
facevano
distinguo,
c’erano
matrimoni
misti,
la
convivenza
non
era
costretta,
forzata.
Riuscire
a dire,
dieci
anni
dopo
“cavolo,
quel
ragazzino
che
era
mio
amico,
fa
parte
di
quell’etnia
che
mi
ha
ucciso
quasi
tutti
i parenti”...
Ti
vergogni,
del
fatto
che
sia
potuto
succedere,
del
fatto
che
non
te
ne
sei
accorto.
Forse
non
c’era
nemmeno
nulla
di
cui
accorgersi,
perché
forse
ha
preso
il
sopravvento
una
specie
di
follia
di
massa.
La
vergogna
anche
di
perdere
in
qualche
modo
il
tuo
passato,
perché
per
quindici
anni
vivi
con
l’illusione
di
un
certo
paese,
di
una
certa
ex-Jugoslavia
e poi
invece
scopri
che
non
esiste
o per
lo
meno
non
esiste
più…
Parli
di
Europa.
Sei
di
adozione
italiana
e bosniaca
di
origine.
Da
cittadina
europea
“di
mezzo”
come
vivi
questo
rapporto
con
la
rabbia
nei
confronti
dell'Europa
che
ha
lasciato
Srebrenica
da
sola
in
quel
luglio
’95
ma
anche
dopo?
Vorrei
sottolineare
che
mi
sento
molto
europea.
Forse
ciò
che
è
avvenuto
a Srebrenica
era
“il
prezzo”
che
si
doveva
pagare
perché
si
arrivasse
alla
firma
del
trattato
di
Dayton.
Sembra
proprio
un
massacro
costruito...
la
guerra
è
infatti
finita
solo
qualche
mese
dopo.
Rispetto
all'Europa
posso
fare
delle
ipotesi
personali:
forse
non
se
n’è
accorta,
forse
ci
ha
visto
troppo
distanti.
Perché
veniamo
dai
Balcani,
perché
siamo
“slavi”
o “strani”.
O forse
non
aveva
capito,
come
tutti
coloro
che
hanno
cercato
di
mettere
le
mani
in
Bosnia,
che
cosa
era
effettivamente
la
storia
dell’ex-Jugoslavia
e che
cosa
si
portava
dietro.
Ritengo
che
la
presenza
dell'ONU
durante
la
guerra,
così
come
era
stata
strutturata,
sia
stata
inutile.
Non
so
come
abbiano
fatto
a non
accorgersene.
In
una
città
assediata,
dove
la
gente
moriva
di
fame
da
tre
anni
e mezzo
era
inutile
mandare
lì
cento
ragazzi
di
vent’anni
mentre
le
forze
serbe
si
preparavano
ad
attaccare,
è
ovvio
che
non
abbiano
mosso
un
dito.
Erano
dell’ONU,
erano
lì
per
mantenere
la
pace…
uno
spreco
di
soldi,
per
mantenere
la
pace
in
un
paese
che
era
in
guerra.
Si
può
mantenere
qualcosa
che
c’è…non
qualcosa
che
non
c’è!
Sembra
quasi
che
con
l'intervento
ONU
si
volessero
scaricare
la
coscienza,
per
poter
dire
“qualcosa
abbiamo
fatto,
ci
siamo
stati”
ma
senza
un
reale
obiettivo
di
ingerenza.
Per
dirla
nuda
e cruda,
penso
che
l’Europa
abbia
lasciato
che
ci
ammazzassimo
tra
noi.
Per
dieci
anni,
fino
all'intervento
in
Kosovo,
ci
hanno
lasciato
a litigarcela
da
soli,
non
capendo
nulla.
Questa
non
comprensione
di
ciò
che
fosse
l’ex-Jugoslavia,
di
cosa
stesse
succedendo…
lo
trovi
anche
nella
gente
con
cui
hai
a che
fare
quotidianamente
in
Italia?
Assolutamente
sì.
Una
cosa
che
mi
sconvolge
è
che
quando
dico
“sono
di
Srebrenica”
penso
che
la
gente
possa
averla
sentita
nominare…
non
dico
quelli
della
mia
età
che
allora
erano
troppo
giovani,
ma
almeno
la
generazione
che
nel
1995
era
adulta,
che
guardava
la
televisione.
Invece
non
sanno
cosa
sia
Srebrenica.
Cos’è?
Una
città,
un
luogo?
E’
l’unico
genocidio
del
dopoguerra
europeo
e non
lo
sanno:
questo
fatto
fa
riflettere
molto.
Se
mettiamo
sullo
stesso
piano
la
strage
delle
Torri
gemelle
e Srebrenica,
come
fa
Matvejevic
nella
prefazione
del
libro,
nonostante
a Srebrenica
siano
morte
8.000
persone
e il
fatto
sia
stato
dichiarato
genocidio,
nessuno
ha
pensato
di
mettersi
a cercare
i criminali
responsabili.
Forse
perché
ci
sono
morti
che
non
valgono,
forse
perché
vi
sembravamo
lontani.
Vedere
in
televisione
la
gente
di
Srebrenica,
scheletri
non
persone,
erano
immagini
da
cui
vi
sentivate
lontani,
diversamente
dalle
persone
vestite
in
giacca
e cravatta
come
voi,
morte
sotto
le
Torri
gemelle.
Forse
perché
comprendere
l’ex-Jugoslavia
non
è
facile,
ci
sono
quattro
religioni,
una
storia
complessa
e invece
di
far
lo
sforzo
di
capire,
si
rimuove.
Quindi
eravamo,
e siamo,
un’Europa
che
non
è
Europa.
Infatti
credo
saremo
anche
l'unico
paese
dell'area
che
non
vi
entrerà
mai.
Un
mancato
ingresso
che
crea
nella
gente
una
profonda
delusione
ma
anche
senso
di
ingiustizia.
Non
per
fare
i soliti
paragoni
ma
la
domanda
che
ci
facciamo
è
perché
può
entrare
un
paese
come
la
Serbia
e noi
no.
Non
me
la
prendo
con
la
popolazione,
mi
riferisco
ai
governi
che
hanno
giudato
quel
paese,
alla
mancata
collaborazione
mostrata
nel
prendere
i criminali.
E'
un
po’
un
controsenso.
Tutto
bene
finché
bisogna
mandarci
i vestiti
tramite
la
Caritas
ma
quando
poi
arriva
il
momento
di
accettare
la
Bosnia
come
paese
europeo,
non
si
capisce
bene
perché
venga
negato.
Certo,
anche
la
Bosnia
è
un
paese
che
dovrebbe
essere
ripulito,
pieno
di
criminali
di
guerra
di
tutti
i tipi,
bosniaci,
anche
tra
gli
stessi
musulmani,
perché
la
guerra
crea
criminali,
mica
gente
onesta.
Hai
finito
il
libro
a Srebrenica.
Quando
ci
sei
tornata?
Come
hai
vissuto
questo
ritorno?
Ci
sono
tornata
dodici
anni
dopo
essere
scappata
via
da
profuga
e,
attraverso
la
Croazia,
essere
approdata
in
Italia.
Mi
sono
sentita
strana:
quando
stai
in
un
posto
in
cui
cresci
e poi
ci
ritorni
da
adulta,
ti
sembra
tutto
piccolo.
Inoltre,
è
piccolo
veramente:
la
metà
delle
cose
non
ci
sono
più
perché
è
stata
bombardata.
Tornare
a casa
mia,
soprattutto
da
mai
nonna,
e non
trovare
altro
che
tre
muri
che
si
tengono
su
a stento,
senza
porte
e finestre,
dove
ci
vivono
i cani
randagi,
è
stato
molto
difficile.
Perché
per
dodici
anni
hai
vissuto
lontano
con
la
nostalgia
di
queste
cose,
e non
essendoci
mai
tornata
continui
ad
alimentare
la
nostalgia
per
Srebrenica,
a pensare
che
potresti
tornare
a viverci.
Poi
torni,
guardi
la
tua
scuola
ed
è
scritto
solo
in
cirillico
mentre
prima
della
guerra
si
usavano
tutti
e due
gli
alfabeti,
arrivi
alla
casa
di
tua
nonna
dove
sei
cresciuta
e trovi
solo
macerie.
Ma
soprattutto
parli
con
le
persone,
la
maggior
parte
anziane
o persone
di
quarant’anni
perché
i giovani
non
ci
tornano
a studiare
in
una
scuola
dove
ti
insegnano
che
Mladic
è
un
eroe
nazionale.
Quindi
parli
con
le
persone,
guardi
quante
donne
ci
sono
e quanti
uomini
non
ci
sono,
perché
la
popolazione
musulmana
di
Srebrenica
è
una
popolazione
di
donne,
e non
ti
fa
bene.
Soprattutto
non
ti
fa
bene
ascoltare
chi
ti
racconta
“vedi
quello
che
abita
là?
Era
tra
i serbi
quando
ci
hanno
deportato”.
Ti
senti
impotente.
Cammini
per
strada
e i
responsabili
dei
crimini
camminano
per
strada
come
te,
provi
paura.
Volevo
tornare
soprattutto
per
rivedere
le
persone
che
conoscevo.
Il
problema
più
grosso
è
stato
proprio
quello.
Tra
tutti
gli
amici
di
mio
padre
e mia
madre
ne
ho
incontrati
solo
due,
perché
la
maggior
parte
sono
morti,
mentre
altri
sono
serbi
quindi
oggi
vivono
in
Serbia
o altrove.
Sono
anche
andata
a cercare
gente
della
mia
età,
per
vedere
che
fine
avessero
fatto,
come
vivessero.
Purtroppo
non
ho
trovato
nessuno,
chi
ha
ventisette
anni
come
me
a Srebrenica
non
ci
torna.
Cosa
ritieni
necessario
in
futuro
per
Srebrenica
e anche
per
i cittadini
di
Srebrenica
sparpagliati
per
il
mondo?
Esistono
in
loco
dei
progetti
di
intervento,
di
cooperazione
internazionale,
che
stanno
affrontando
i grandi
problemi
ancora
esistenti?
Per
Srebrenica
e i
suoi
cittadini,
bisogna
fare
giustizia.
Quando
sono
tornata
a Srebrenica
non
dormivo
tranquilla,
perché
quando
sai
che
nella
tua
città
vivono
delle
persone
che
hanno
fatto
determinate
cose,
non
puoi
vivere
serenamente.
Non
puoi
farlo
nemmeno
con
gli
altri,
coloro
che
non
hanno
fatto
niente,
perché
è
come
se
nessuno
ti
riconoscesse
il
torto
che
hai
subito.
E coloro
che
ne
sono
responsabili,
è
giusto
che
paghino.
L'unica
associazione
che
c’è
a Srebrenica
e che
lavora
bene
in
questo
senso
è
“Tuzlanska
Amika”.
E'
l’unica
che
si
occupa
delle
persone
che
hanno
subito
traumi,
che
ne
pagano
le
pesanti
conseguenze.
Purtroppo
non
c’è
attenzione
nei
confronti
delle
persone
che
hanno
subito
questi
traumi
in
generale
in
tutta
la
Bosnia
ma
soprattutto
a Srebrenica
che
è
vista
come
l’ultima
fetta
del
mondo.
Non
c’è
attenzione
verso
Srebrenica
dall’Europa,
ma
non
è
che
ce
ne
sia
da
parte
della
Bosnia
stessa!
Tant’è
che
le
persone
che
hanno
subito
traumi,
stupri,
conseguenti
gravidanze
imposte,
non
vengono
assolutamente
sostenute,
tutelate.
La
presenza
internazionale
è
quasi
nulla.
Ho
conosciuto
qualcuno
che
porta
vanti
un
progetto
in
loco
ma
l'ho
ritenuto
fallimentare,
pur
avendoci
anche
partecipato.
Non
è
importante
la
sigla…
ma
voglio
dire
che
a distanza
di
quasi
due
anni
dall'inizio
di
questo
progetto,
non
ho
visto
sul
territorio
un
reale
e concreto
impatto.
Le
persone
che
vengono
dall'estero,
per
brevi
periodi
a Srebrenica,
non
hanno
reali
contatti
con
la
gente,
non
parlano
la
lingua
locale.
Comincio
a pensare
che
gli
italiani
siano
convinti
che
serva
molto
di
più
lavorare
sul
posto
che
da
fuori
per
capire
e operare
bene.
Questo
non
è
vero
o per
lo
meno
non
basta.
Se
pensiamo
ad
Andrea
Rossini,
che
ha
fatto
un
documentario
su
Srebrenica,
Roberta
Biagiarelli
che
porta
in
giro
uno
spettacolo
su
Srebrenica…
sono
cose
che
fanno
capire
alle
persone
cosa
è
successo
davvero.
E una
volta
che
l’hai
capito,
che
hai
studiato,
puoi
andare
là
e fare
qualcosa.
Ma
fino
a quando
non
hai
le
idee
chiare,
non
hai
letto
nemmeno
due
atti
del
Tribunale
de
L’Aja,
non
è
giusto
che
vai
e fai
improvvisazione,
ti
cerchi
un
ruolo….in
Bosnia
è
facile
crearsi
un
ruolo
ma
bisogna
partire
da
basi
di
preparazione
solide
per
andare
in
una
città
come
Srebrenica,
ed
essere
utile
[Al
di
là
del
caos
- Elvira
Mujcic,
Infinito
edizioni
2007]
.
Il
tuo
futuro?
Scrivo
da
quando
ho
quattro
anni,
mi
piacerebbe
continuare.
Ma
sono
molto
irrequieta.
Vivo
a Roma
da
un
anno
ma
penso
già
a dove
potrei
andare
adesso.
Sono
un
po’
incostante,
perché
quando
ti
strappano
da
una
radice,
tutte
le
altre
non
attecchiscono
poi
molto
bene…
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |