Una
lunga
catena
fatta
di
mani
che
tenevano
“cuscini”
ricamati
ha
svolto
anche
questo
mese,
come
negli
ultimi
dodici
anni,
la
sua
silenziosa
e mesta
processione
per
chiedere
giustizia
e non
dimenticare.
Domenica
11
marzo
le
donne,
le
madri,
le
figlie
delle
vittime
di
Srebrenica
hanno
inscenato
la
loro
marcia
sfilando
dal
lago
artificiale
salato
fino
al
centro
della
città
storica,
accanto
al
luogo
dove,
il
25
maggio
1995,
una
granata
serbo-bosniaca
uccise
71
ragazzi
che
in
strada
cercavano,
un
sabato
pomeriggio,
di
sfidare
la
guerra
dando
una
parvenza
di
normalità
alla
loro
vita.
L’occasione
di
questa
sfilata,
per
ricordare
le
10.701
vittime
del
genocidio
di
Srebrenica
(i
familiari
delle
vittime
respingono
le
cifre
ufficiali,
che
si
aggirano
intorno
agli
8.000
morti)
uccise
tra
l’11
e il
21
luglio
1995
dalle
forze
serbo-bosniache
guidate
dal
generale
Ratko
Mladic´
e dai
paramilitari
venuti
dalla
Serbia
aveva
però
molti
elementi
di
differenza
e di
novità
rispetto
alle
volte
precedenti.
Le
donne
hanno
voluto
innanzitutto
protestare
contro
la
sentenza
della
Corte
internazionale
di
giustizia
dell’Aja,
che
non
ha
riconosciuto
la
Serbia
colpevole
del
genocidio,
ma
solo
di
non
avere
fatto
il
necessario
per
prevenirlo.
“Eppure
–
racconta
EsØefa
Alic´,
46
anni
–
ricordo
benissimo
i bombardamenti
provenienti
dalla
Serbia.
Io,
mio
marito
e i
nostri
figli
abitavamo
in
un
villaggio
fuori
Srebrenica,
non
lontano
dal
confine
con
la
Serbia.
Durante
l’assedio,
finché
siamo
potuti
rimanere
a casa
nostra
abbiamo
raccolto
molte
granate
inesplose.
Su
alcune
c’era
scritto
‘Saluti
dalla
Serbia’.
Abbiamo
perduto
queste
prove
quando
abbiamo
dovuto
abbandonare
la
nostra
casa.
Come
avrei
potuto
portarle
visto
che
ci
è
stato
impossibile
salvare
persino
i vestiti
dei
bambini?
E oggi
ci
vengono
a dire
che
la
Serbia
non
c’entrava
nulla”.
C’è
grande
amarezza
per
la
sentenza
–
definita
da
tutte
le
donne
“politica”
–
ma
anche
dolore
per
un
articolo
pubblicato
all’indomani
della
decisione
dell’Aja
da
un
grande
quotidiano
italiano,
il
cui
inviato
ha
scritto
di
boschi
tagliati
dalle
donne
di
Srebrenica
per
protesta
contro
la
sentenza,
di
cuscini
che
sarebbero
stati
bruciati,
di
desiderio
di
vendetta.
L’articolo,
spedito
via
e-mail
dalla
diaspora
bosniaca
attraverso
le
organizzazioni
civili
bosniache,
ha
generato
grande
amarezza
anche
tra
gli
italiani.
Forse
non
tutti
sanno
che
a Tuzla
e Srebrenica
centinaia
di
famiglie
italiane,
tra
cui
quella
di
chi
scrive,
hanno
adottato
a distanza
bambini
bisognosi,
che
considerano
come
loro
figli.
Domenica
alla
manifestazione
hanno
partecipato
tanti
italiani:
sono
venuti
da
Bologna,
Roma,
Firenze,
Milano.
Si
sono
sobbarcati
15
ore
di
viaggio
in
automobile
per
andare
a vedere
se
veramente
i “loro”
figli
rischiassero
di
finire
in
mezzo
a un’altra
guerra.
Ma
qui,
tra
le
sopravvissute
di
Srebrenica,
non
c’è
voglia
di
vendetta
ma
solo
desiderio
di
quella
giustizia
che
finora
è
stata
negata.
E se
astio
c’è,
lo
si
riscontra
verso
Carla
Del
Ponte,
il
procuratore
capo
del
Tribunale
per
i crimini
di
guerra
nella
ex
Jugoslavia
(Tpi),
che
secondo
le
donne
“da
anni
dice
di
avere
le
celle
pronte
per
Mladic´
e per
Radovan
KaradzØic´,
ma
che
non
ha
mai
fatto
abbastanza
per
riempirle”.
Tante
di
loro
ancora
aspettano
di
poter
testimoniare
al
Tpi.
Un
capitolo
a parte
chiedono
le
altre
due
questioni,
l’annunciato
rogo
dei
cuscini
e il
taglio
del
bosco.
“Non
è
mai
esistito
alcun
bosco
dedicato
ai
nostri
cari.
Penso
che
ne
avremmo
almeno
sentito
parlare
in
tutti
questi
anni”
protesta
Haira
CØatic´,
leader
delle
donne
di
Srebrenica
con
base
a Tuzla
e con
una
brutta
malattia
alle
spalle.
“Per
quanto
riguarda
i cuscini
–
fa
prendendone
delicatamente
alcuni
tra
le
mani
e avvicinandoli
a una
guancia
–
li
abbiamo
fatti
con
le
nostre
mani
tanti
anni
fa
in
memoria
dei
nostri
cari
scomparsi
ricamandovi
sopra
i loro
nomi
e li
abbiamo
lasciati
appositamente
vuoti,
senza
l’imbottitura,
per
testimoniare
la
gravità
dell’assenza
dei
nostri
amati:
figli,
mariti,
genitori…
Abbiamo
chiesto
all’amministrazione
di
Srebrenica
di
acquistare
delle
teche
di
cristallo
per
poter
proteggere
i nostri
cuscini
e custodirli
all’interno
del
museo
sorto
in
una
delle
fabbriche
dell’orrore
di
PotocØari,
fuori
Srebrenica,
dove
molti
nostri
uomini
furono
torturati
e assassinati.
Vi
sembra
possibile
che
anche
lontanamente
qualcuna
di
noi
possa
aver
pensato
di
bruciare
uno
dei
nostri
beni
più
grandi?”
Mentre
lentamente
la
lunga
catena
–
rafforzata
da
molti
italiani
–
scorreva
lungo
le
vie
di
Tuzla,
le
donne
discutevano
di
quest’articolo
forse
ancor
di
più
della
stessa
sentenza
dell’Aja.
Nell’aria
c’era
stordimento,
paura.
La
stampa
può
riattizzare
fuochi
mai
sopiti,
coprendosi
di
colpe
gravi,
perché
grave
è
la
superficialità.
Questo
stesso
grande
quotidiano
italiano,
tra
l’altro,
nulla
ha
scritto
della
marcia
delle
donne,
evitando
di
seguire
l’evento.
Altra
questione
particolarmente
dibattuta
tra
le
donne
di
Srebrenica
è
la
proposta,
da
loro
stesse
avanzata,
di
rendere
Srebrenica
una
provincia
o distretto
autonomo,
sull’esempio
di
Brcko,
una
delle
zone
più
floride
e sviluppate
della
Bosnia
Erzegovina
contemporanea.
Lunedì
12
marzo
alcuni
politici
nazionali
riuniti
dal
sindaco
di
Srebrenica,
Abdurahman
Malkic´,
hanno
parlato
della
questione,
sebbene
l’impressione
è
che
la
strada
sia
ancora
molto
lunga.
Intanto
la
diaspora
mondiale
dei
bosniaci
insiste
nel
chiedere
la
cancellazione
attraverso
una
riforma
costituzionale
ad
hoc
dell’Entità
della
Republika
Srpska
di
Bosnia
(Rs),
“nata
sul
genocidio”,
e la
fondazione
di
un
Paese
finalmente
unito.
Per
questa
questione,
ammesso
che
mai
sarà
affrontata,
i tempi
si
profilano
ancora
più
lunghi
e i
problemi
ardui.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa) |