.. .. edizione del

.. ....

testata e logo di Macondo Tre
counter adozioni
 
Peace Reporter
 
Peace Reporter - 23 febbraio 2005
di Enrico Piovesana, 31 gennaio 2005
 

ultimo aggiornamento
02.10.05 11:23

 
 
canali
happrofondimenti
 
 

Il generale buono
 
Serbo, disertò per difendere Sarajevo, e dedicarsi agli orfani di guerra
 
Viso rubicondo e sorridente, occhi buoni e sinceri. Amante della puntualità e delle buone maniere. Il generale Jovan Divjak, sessantotto anni, serbo di origine ma bosniaco per scelta, rappresenta una bella pagina di umanità nella tragica storia di Sarajevo.
Tra le decine di soprammobili che riempiono il suo ufficio, sulle colline a sud della città, c’è un piccolo busto del maresciallo Tito, leader comunista dell’ex Jugoslavia che qui molti ancora rimpiangono.
“Da giovane – racconta Divjak – servivo nella guardia presidenziale. Avevamo il compito di garantire la sicurezza di Tito. Ricordo quegli anni con grande nostalgia. E non sono certo l’unico. Non solo perché lo Stato garantiva lavoro e ottimi servizi sociali a tutti, ma soprattutto perché lui aveva capito che il nazionalismo rappresentava una mortale minaccia per la Jugoslavia, e riuscì a tenerlo sotto controllo”.
“Nel 1967 fui trasferito da Belgrado a Sarajevo e da allora sono sempre vissuto qui. Questa divenne la mia città, e le mie origini serbe non mi impedirono di stringere molte belle amicizie con la gente di qui. Nel 1984, Tito era morto da quattro anni, mi fu affidato il comando della Difesa civile della Bosnia-Herzegovina, una sorta di protezione civile regionale che esisteva a quell’epoca”.
“Era ancora il 1989 quando sentii MilosevicÌ che parlava di ‘Grande Serbia’, minacciando guerra a croati cattolici e bosniaci musulmani nel caso in cui ai serbi ortodossi non fosse stato riconosciuto il possesso di tutti quei territori della federazione jugoslava che nei secoli passati erano state terre serbe. Le sue parole mi spaventarono ma non immaginavo quello che sarebbe stato capace di fare”.

La guerra
“Nel 1992 l’esercito jugoslavo, trasformatosi in esercito serbo, aggredì la Bosnia e Sarajevo. Non potevo crederci! Ma non ebbi alcuna esitazione nello scegliere da che parte stare. Nonostante le mie origini serbe e il mio dovere di fedeltà verso il governo di Belgrado, rifiutai di combattere per MilosevicÌ e KaradzicÌ e decisi di rimanere nella Sarajevo assediata a difendere i miei amici. Mi venne offerto il ruolo di vicecomandante dello stato maggiore multietnico che guidava la resistenza. Accettai con orgoglio”.
“I serbi mi accusarono di tradimento e per questo ancora oggi non posso andare in Serbia. Ma io non mi sento un traditore: lo sarei stato se in quella situazione avessi abbandonato i miei amici e la mia città. I serbi di Bosnia mi bollarono come un criminale di guerra e con questa accusa sono attualmente ricercato nella Repubblica Srpska”.
“Vidi cose orrende durante la guerra. Vidi morire tanti bambini e soprattutto ne vidi molti altri diventare orfani. Nel 1994, ancora in pieno assedio serbo, decisi di creare un’associazione che si prendesse cura dei piccoli che avevano perso i genitori e che non avevano più nessuno che si occupasse di loro, della loro educazione, del loro futuro. La chiamai ‘L’educazione costruisce la Bosnia-Herzegovina’ ”.
 
Il nostro futuro
“In questi undici anni, grazie alle donazioni che abbiamo raccolto con concerti, mostre e aste di beneficenza, abbiamo distribuito un milione e mezzo di euro in borse di studio, con le quali abbiamo garantito un’istruzione completa, fino a livello universitario, a 1.400 orfani, senza distinzione di etnia o religione. Attualmente ne stiamo seguendo duecento. Oltre a pagare gli studi agli orfani organizziamo per loro corsi integrativi di educazione ecologica e sessuale, laboratori creativi e vacanze all’estero”.
“Le autorità governative bosniache ci danno una mano, ma non è su di loro che contiamo per andare avanti. Il futuro della Bosnia e di tutta l’ex-Jugoslavia non è nelle mani dei politici, ancora imbevuti di nazionalismo, né tanto meno in quelle della comunità internazionale, che continua a fare gli stessi errori che ha fatto in passato. Il nostro avvenire è solo nelle nostre mani, nelle mani della società civile che deve rimboccarsi le maniche e lavorare per educare le prossime generazioni e per far crescere una cultura di pace e di convivenza che non guardi più al passato, ma al presente e al futuro”.
(autorizzazione alla riproduzione concessa)
 
© 2005 - Enrico Piovesana
il logo di Peace Reporter
 
 
 
 
 
 
indirizzo e recapito telefonico
clicca qui per i credits e i copyright
pulsante rss -