Viso
rubicondo
e sorridente,
occhi
buoni
e sinceri.
Amante
della
puntualità
e delle
buone
maniere.
Il
generale
Jovan
Divjak,
sessantotto
anni,
serbo
di
origine
ma
bosniaco
per
scelta,
rappresenta
una
bella
pagina
di
umanità
nella
tragica
storia
di
Sarajevo.
Tra
le
decine
di
soprammobili
che
riempiono
il
suo
ufficio,
sulle
colline
a sud
della
città,
c’è
un
piccolo
busto
del
maresciallo
Tito,
leader
comunista
dell’ex
Jugoslavia
che
qui
molti
ancora
rimpiangono.
“Da
giovane
–
racconta
Divjak
–
servivo
nella
guardia
presidenziale.
Avevamo
il
compito
di
garantire
la
sicurezza
di
Tito.
Ricordo
quegli
anni
con
grande
nostalgia.
E non
sono
certo
l’unico.
Non
solo
perché
lo
Stato
garantiva
lavoro
e ottimi
servizi
sociali
a tutti,
ma
soprattutto
perché
lui
aveva
capito
che
il
nazionalismo
rappresentava
una
mortale
minaccia
per
la
Jugoslavia,
e riuscì
a tenerlo
sotto
controllo”.
“Nel
1967
fui
trasferito
da
Belgrado
a Sarajevo
e da
allora
sono
sempre
vissuto
qui.
Questa
divenne
la
mia
città,
e le
mie
origini
serbe
non
mi
impedirono
di
stringere
molte
belle
amicizie
con
la
gente
di
qui.
Nel
1984,
Tito
era
morto
da
quattro
anni,
mi
fu
affidato
il
comando
della
Difesa
civile
della
Bosnia-Herzegovina,
una
sorta
di
protezione
civile
regionale
che
esisteva
a quell’epoca”.
“Era
ancora
il
1989
quando
sentii
MilosevicÌ
che
parlava
di
‘Grande
Serbia’,
minacciando
guerra
a croati
cattolici
e bosniaci
musulmani
nel
caso
in
cui
ai
serbi
ortodossi
non
fosse
stato
riconosciuto
il
possesso
di
tutti
quei
territori
della
federazione
jugoslava
che
nei
secoli
passati
erano
state
terre
serbe.
Le
sue
parole
mi
spaventarono
ma
non
immaginavo
quello
che
sarebbe
stato
capace
di
fare”.
La
guerra
“Nel
1992
l’esercito
jugoslavo,
trasformatosi
in
esercito
serbo,
aggredì
la
Bosnia
e Sarajevo.
Non
potevo
crederci!
Ma
non
ebbi
alcuna
esitazione
nello
scegliere
da
che
parte
stare.
Nonostante
le
mie
origini
serbe
e il
mio
dovere
di
fedeltà
verso
il
governo
di
Belgrado,
rifiutai
di
combattere
per
MilosevicÌ
e KaradzicÌ
e decisi
di
rimanere
nella
Sarajevo
assediata
a difendere
i miei
amici.
Mi
venne
offerto
il
ruolo
di
vicecomandante
dello
stato
maggiore
multietnico
che
guidava
la
resistenza.
Accettai
con
orgoglio”.
“I
serbi
mi
accusarono
di
tradimento
e per
questo
ancora
oggi
non
posso
andare
in
Serbia.
Ma
io
non
mi
sento
un
traditore:
lo
sarei
stato
se
in
quella
situazione
avessi
abbandonato
i miei
amici
e la
mia
città.
I serbi
di
Bosnia
mi
bollarono
come
un
criminale
di
guerra
e con
questa
accusa
sono
attualmente
ricercato
nella
Repubblica
Srpska”.
“Vidi
cose
orrende
durante
la
guerra.
Vidi
morire
tanti
bambini
e soprattutto
ne
vidi
molti
altri
diventare
orfani.
Nel
1994,
ancora
in
pieno
assedio
serbo,
decisi
di
creare
un’associazione
che
si
prendesse
cura
dei
piccoli
che
avevano
perso
i genitori
e che
non
avevano
più
nessuno
che
si
occupasse
di
loro,
della
loro
educazione,
del
loro
futuro.
La
chiamai
‘L’educazione
costruisce
la
Bosnia-Herzegovina’
”.
Il
nostro
futuro
“In
questi
undici
anni,
grazie
alle
donazioni
che
abbiamo
raccolto
con
concerti,
mostre
e aste
di
beneficenza,
abbiamo
distribuito
un
milione
e mezzo
di
euro
in
borse
di
studio,
con
le
quali
abbiamo
garantito
un’istruzione
completa,
fino
a livello
universitario,
a 1.400
orfani,
senza
distinzione
di
etnia
o religione.
Attualmente
ne
stiamo
seguendo
duecento.
Oltre
a pagare
gli
studi
agli
orfani
organizziamo
per
loro
corsi
integrativi
di
educazione
ecologica
e sessuale,
laboratori
creativi
e vacanze
all’estero”.
“Le
autorità
governative
bosniache
ci
danno
una
mano,
ma
non
è
su
di
loro
che
contiamo
per
andare
avanti.
Il
futuro
della
Bosnia
e di
tutta
l’ex-Jugoslavia
non
è
nelle
mani
dei
politici,
ancora
imbevuti
di
nazionalismo,
né
tanto
meno
in
quelle
della
comunità
internazionale,
che
continua
a fare
gli
stessi
errori
che
ha
fatto
in
passato.
Il
nostro
avvenire
è
solo
nelle
nostre
mani,
nelle
mani
della
società
civile
che
deve
rimboccarsi
le
maniche
e lavorare
per
educare
le
prossime
generazioni
e per
far
crescere
una
cultura
di
pace
e di
convivenza
che
non
guardi
più
al
passato,
ma
al
presente
e al
futuro”.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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