L'11
luglio
scorso
si
è
celebrato
il
decennale
del
massacro
di
Srebrenica,
uno
dei
colpi
di
coda
più
drammatici
del
conflitto
in
Bosnia.
All’inizio
del
luglio
1995,
sotto
lo
sguardo
dei
caschi
blu
dell’Onu,
ottomila
uomini
e
ragazzi
inermi
vennero
prelevati
dall’enclave
musulmana
e
sterminati
nel
giro
di
pochi
giorni.
Oggi
Srebrenica
è
una
città
semivuota,
che
faticosamente
riapre
il
capitolo
del
suo
passato
per
rendere
omaggio
alle
vittime.
Alla
cerimonia
di
commemorazione
hanno
partecipato
circa
50
mila
visitatori,
fra
cui
numerose
personalità
politiche
e
diplomatiche.
Spenti
i
riflettori,
però,
Srebrenica
è
tornata
a
essere
la
città
di
sempre
e
la
presenza
internazionale
si
riduce
a
due
persone.
Una
di
queste
è
Giuseppe
Terrasi,
31
anni,
professore
universitario
a
Milano.
I
suoi
alunni
studiano
“Scienze
della
cooperazione
per
lo
Sviluppo
e
la
Pace”,
e
si
recano
ogni
mese
in
gruppi
da
dieci
a
visitare
quella
che
i
manuali
definiscono
“situazione
post
conflittuale
di
medio
periodo”.
La
struttura
dove
svolgono
le
loro
attività,
ricavata
da
due
locali
dell’ex
caserma
di
polizia,
non
è
semplicemente
un
osservatorio.
E’
quella
che
il
suo
stesso
ideatore
definisce
una
“scuola
di
pace”,
dove
si
cerca
di
imparare
dalla
storia.
Anche
in
questi
giorni
in
cui
alla
storia
si
getta
uno
sguardo
particolare.
[L'intervista
è
stata
realizzata
qualche
giorno
prima
dell'11
luglio
(ndr)]
|
Qual
è
il
clima
che
si
respira
in
questi
giorni
a
Srebrenica?
È
un
clima
non
ordinario,
tanta
gente
dall’estero,
molte
macchine
targate
Corpo
Diplomatico,
molta
polizia
e
posti
di
blocco,
soprattutto
dopo
quello
che
è
successo
martedì,
quando
sono
stati
trovati
35
chili
di
esplosivo
vicino
e
dentro
al
memoriale
di
Potocari.
È
una
situazione
fuori
dalla
norma.
Per
un
mese
la
città
sarà
sotto
i
riflettori,
poi
tutto
tornerà
come
prima.
Le
presenze
straniere
fisse
qui
sono
solo
due:
io
e
una
ragazza
olandese
che
insegna
musica.
Allora
Srebrenica
si
può
davvero
descrivere
come
una
città
fantasma?
Sì.
La
città
è
semi-vuota,
moltissime
case
sono
disabitate.
Attualmente
risiedono
qui
10
mila
persone,
quando
prima
della
guerra
ce
n’erano
35-40
mila.
La
città
vive
dal
1995
una
parentesi
temporale
che
ha
portato
nella
quotidianità
i
segni
del
massacro.
Si
convive
con
le
fosse
comuni,
che
vengono
rinvenute
di
continuo
e
riaperte
per
tentare
un’identificazione
dei
cadaveri.
L’eccidio
fa
parte
della
quotidianità,
si
respira
nell’aria.
Perché
i
cittadini
di
Srebrenica
non
tornano
indietro?
A
parte
la
decimazione
dovuta
alla
strage,
se
qualcuno
può
evitare
di
tornare
lo
fa.
Solo
la
possibilità
di
un
alloggio
sicuro
può
attrarre
qui
chi
è
veramente
disperato.
Questa
è
una
città
isolata
dal
mondo,
internet
non
c’è,
i
telefoni
funzionano
male,
nessuno
viene
in
visita.
E
la
convivenza
quotidiana
fra
persone
che
hanno
un
passato
così
pesante
è
difficile.
Qualche
esempio?
Durante
la
giornata
mi
capita
di
incontrare
e
salutare
sia
un
musulmano
che
è
stato
in
un
campo
di
concentramento,
sia
quello
che
fu
il
suo
aguzzino
e
che
lo
picchiava
tutti
i
giorni.
E
siccome
Srebrenica
è
un
“paesone”,
più
che
una
città,
ognuno
sa
tutto
di
tutti.
Passato
e
presente.
Chi
ha
dei
trascorsi
in
guerra
conosce
e
riconosce
nel
suo
vicino
chi
stava
dall’altra
parte.
Può
capitare
che
il
tuo
vicino
di
casa
abbia
ucciso
un
tuo
familiare
dieci
anni
fa.
E
la
tensione
si
avverte,
è
innegabile.
Serbi
e
musulmani
non
si
frequentano,
hanno
locali
e
luoghi
di
aggregazione
diversi,
a
partire
dai
punti
di
riferimento
religiosi,
che
sono
la
chiesa
ortodossa
e
la
moschea.
Anche
i
giovani
vivono
la
separazione?
Spesso
a
casa
mia
si
ritrovano
giovani
di
origini
diverse,
serbi
e
musulmani.
All’inizio
sono
un
po’
stupiti
di
trovarsi
insieme,
ma
accade
anche
che
i
rapporti
si
sciolgano
e
diventino
quelli
fra
ragazzi
normali
di
qualsiasi
Paese.
Ho
tuttavia
la
certezza
che
anche
tra
i
giovani
esistono
tensioni.
Non
potrebbe
essere
altrimenti.
I
serbi
sentono
sulle
loro
spalle
il
peso
di
una
responsabilità
che
nel
98
per
cento
dei
casi
non
li
riguarda
direttamente:
persone
che
con
l’eccidio
non
hanno
avuto
niente
a
che
fare
e
che
hanno
perso
casa
e
affetti.
Non
sono
tutti
ex
criminali
di
guerra,
come
vorrebbe
la
visione
semplicistica
più
diffusa.
Dall’esterno
è
facile
scaricare
la
colpa
su
di
loro:
chi
arriva
qui
senza
esserci
mai
stato
ha
una
visione
dicotomica,
in
bianco
e
nero.
Vuole
dividere
a
tutti
i
costi
il
buono
dal
cattivo,
attribuire
colpe
e
responsabilità.
Dopo
pochi
giorni
invece
la
prospettiva
cambia
e
si
acquisiscono
le
sfumature.
È
impossibile
separare
i
buoni
dai
cattivi,
la
situazione
è
molto
più
complessa.
Spesso
sono
gli
stessi
giornalisti
e
le
personalità
che
arrivano
qui
a
creare
disagio,
con
domande
del
tutto
inopportune
rivolte
alle
persone
sbagliate.
Ma
ti
può
capitare
di
parlare
ad
esempio,
con
una
ragazza
serba
che
è
stata
in
un
campo
profughi
e
allora
capisci
che
non
ci
sono
differenze.
Anche
perché
la
maggioranza
dei
profughi
oggi
è
composta
da
serbi,
una
situazione
che
si
è
creata
ad
esempio
anche
in
Kosovo.
Qual
è
il
sentimento
predominante
tra
i
giovani?
I
giovani
non
hanno
prospettive.
Si
sentono
isolati,
perciò
per
loro
è
un
grande
stimolo
quando
porto
qui
i
miei
studenti
di
Milano.
Qui
non
arriva
nessuno.
Le
Nazioni
Unite
(UNDP)
e
alcune
Organizzazioni
non
governative
hanno
uffici
di
rappresentanza,
ma
l’impatto
sulla
popolazione
non
è
percepito
in
maniera
capillare.
Tra
di
loro
ci
sono
molte
differenze,
non
si
può
parlare
di
sentimento
predominante
perché
dipende
dalla
storia
personale
di
ognuno.
Chi
ha
subito
violenza
cova
quasi
inevitabilmente
rabbia
e
rancore.
Quelli
che
prima
del
’92
sono
riusciti
a
scappare
e
vivere
in
città,
ad
esempio
a
Belgrado,
hanno
studiato,
possono
darsi
arie
da
intellettuali,
non
è
la
rabbia
il
loro
sentimento
dominante
ma
il
dialogo,
la
volontà
di
confrontarsi,
di
discutere.
C’è
chi
è
riuscito
a
fuggire
ma
ha
vissuto
in
campagna
e
non
ha
potuto
studiare,
per
cui
oggi
si
ritrova
senza
mezzi
in
un
contesto
che
in
ogni
caso
non
offre
lavoro.
È
l’attualità
a
preoccupare
maggiormente
i
giovani:
non
sono
ripiegati
sul
passato
perché
si
trovano
a
dover
affrontare
il
loro
presente
e
a
pensare
al
loro
futuro.
Che
è
appunto
senza
prospettive.
Per
questo
alcune
emergenze
sociali
come
l’alcolismo
sono
presenti
in
maniera
trasversale.
Prevale
sicuramente
un
desiderio
di
andare
in
un
posto
migliore.
Vogliono
uscire
da
questa
situazione,
e
cercano
di
farlo:
hanno
richiesto
un
corso
di
italiano,
che
partirà
in
autunno,
e
ci
sono
alcuni
che
si
occupano
di
teatro,
frequentando
un
laboratorio.
Sono
piccoli
progetti,
ma
importanti.
Che
cosa
ha
da
insegnare
una
città
come
Srebrenica?
Si
può
davvero
imparare
dalla
storia?
Il
privilegio
degli
stranieri
è
poter
parlare
con
tutti,
sentire
le
voci
diverse
che
tra
di
loro
non
comunicano.
La
conseguenza,
come
ho
già
detto,
è
che
si
impara
a
vedere
le
sfumature,
a
rinunciare
a
una
visione
in
bianco
e
nero.
I
ragazzi
si
confrontano
con
giovani
che
non
sono
affatto
diversi
da
loro,
e
si
trovano
improvvisamente
vicini
a
una
situazione
che
sembrava
lontana
e
difficilmente
comprensibile.
Si
trovano
con
sorpresa
a
dire:
“poteva
succedere
anche
da
noi”.
Non
serve
più
di
una
settimana,
dieci
giorni
per
rendersi
conto
di
tutto
ciò.
Per
questo
l’esperienza
sul
campo
è
a
mio
parere
quasi
necessaria,
soprattutto
per
chi
come
i
miei
alunni
studia
questi
argomenti
e
un
domani
potrebbe
ritrovarsi
ad
affrontare
un
contesto
post-conflittuale.
Come
vede
i
prossimi
giorni?
Dopo
il
rinvenimento
della
bomba
proprio
non
lo
so.
Non
me
l’aspettavo,
sicuramente
ci
saranno
tensioni,
ma
non
so
di
che
entità.
Viene
certamente
vista
con
fastidio
la
partecipazione
alla
cerimonia
del
presidente
serbo
Boris
Tadic,
che
suona
come
una
presa
di
coscienza
ma
anche
come
una
sfida.
I
serbi
hanno
deciso
di
celebrare
le
loro
vittime
il
12
luglio,
in
concomitanza
della
festa
degli
apostoli
S.
Pietro
e
S.
Paolo.
Non
conosco
casi
di
serbi
che
partecipano
alla
manifestazione
dell’11.
Siamo
ancora
lontani
da
una
situazione
di
questo
tipo.
Tutti
hanno
memorie
pesanti
da
sopportare.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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