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Peace Reporter
 
Peace Reporter - 4 agosto 2005
di Francesca Micheletti, 11 luglio 2005
 

ultimo aggiornamento
30.09.05 7:25

 
 
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Oggi, dieci anni fa
 
L'11 luglio scorso si è celebrato il decennale del massacro di Srebrenica, uno dei colpi di coda più drammatici del conflitto in Bosnia. All’inizio del luglio 1995, sotto lo sguardo dei caschi blu dell’Onu, ottomila uomini e ragazzi inermi vennero prelevati dall’enclave musulmana e sterminati nel giro di pochi giorni. Oggi Srebrenica è una città semivuota, che faticosamente riapre il capitolo del suo passato per rendere omaggio alle vittime. Alla cerimonia di commemorazione hanno partecipato circa 50 mila visitatori, fra cui numerose personalità politiche e diplomatiche. Spenti i riflettori, però, Srebrenica è tornata a essere la città di sempre e la presenza internazionale si riduce a due persone. Una di queste è Giuseppe Terrasi, 31 anni, professore universitario a Milano. I suoi alunni studiano “Scienze della cooperazione per lo Sviluppo e la Pace”, e si recano ogni mese in gruppi da dieci a visitare quella che i manuali definiscono “situazione post conflittuale di medio periodo”. La struttura dove svolgono le loro attività, ricavata da due locali dell’ex caserma di polizia, non è semplicemente un osservatorio.  E’ quella che il suo stesso ideatore definisce una “scuola di pace”, dove si cerca di imparare dalla storia. Anche in questi giorni in cui alla storia si getta uno sguardo particolare.
[L'intervista è stata realizzata qualche giorno prima dell'11 luglio (ndr)]
 
Qual è il clima che si respira in questi giorni a Srebrenica?
È un clima non ordinario, tanta gente dall’estero, molte macchine targate Corpo Diplomatico, molta polizia e posti di blocco, soprattutto dopo quello che è successo martedì, quando sono stati trovati 35 chili di esplosivo vicino e dentro al memoriale di Potocari. È una situazione fuori dalla norma. Per un mese la città sarà sotto i riflettori, poi tutto tornerà come prima. Le presenze straniere fisse qui sono solo due: io e una ragazza olandese che insegna musica.
 
Allora Srebrenica si può davvero descrivere come una città fantasma?
Sì. La città è semi-vuota, moltissime case sono disabitate. Attualmente risiedono qui 10 mila persone, quando prima della guerra ce n’erano 35-40 mila. La città vive dal 1995 una parentesi temporale che ha portato nella quotidianità i segni del massacro. Si convive con le fosse comuni, che vengono rinvenute di continuo e riaperte per tentare un’identificazione dei cadaveri. L’eccidio fa parte della quotidianità, si respira nell’aria.
 
Perché i cittadini di Srebrenica non tornano indietro?
A parte la decimazione dovuta alla strage, se qualcuno può evitare di tornare lo fa. Solo la possibilità di un alloggio sicuro può attrarre qui chi è veramente disperato. Questa è una città isolata dal mondo, internet non c’è, i telefoni funzionano male, nessuno viene in visita. E la convivenza quotidiana fra persone che hanno un passato così pesante è difficile.
 
Qualche esempio?
Durante la giornata mi capita di incontrare e salutare sia un musulmano che è stato in un campo di concentramento, sia quello che fu il suo aguzzino e che lo picchiava tutti i giorni. E siccome Srebrenica è un “paesone”, più che una città, ognuno sa tutto di tutti. Passato e presente. Chi ha dei trascorsi in guerra conosce e riconosce nel suo vicino chi stava dall’altra parte. Può capitare che il tuo vicino di casa abbia ucciso un tuo familiare dieci anni fa. E la tensione si avverte, è innegabile. Serbi e musulmani non si frequentano, hanno locali e luoghi di aggregazione diversi, a partire dai punti di riferimento religiosi, che sono la chiesa ortodossa e la moschea.
 
Anche i giovani vivono la separazione?
Spesso a casa mia si ritrovano giovani di origini diverse, serbi e musulmani. All’inizio sono un po’ stupiti di trovarsi insieme, ma accade anche che i rapporti si sciolgano e diventino quelli fra ragazzi normali di qualsiasi Paese. Ho tuttavia la certezza che anche tra i giovani esistono tensioni. Non potrebbe essere altrimenti. I serbi sentono sulle loro spalle il peso di una responsabilità che nel 98 per cento dei casi non li riguarda direttamente: persone che con l’eccidio non hanno avuto niente a che fare e che hanno perso casa e affetti. Non sono tutti ex criminali di guerra, come vorrebbe la visione semplicistica più diffusa. Dall’esterno è facile scaricare la colpa su di loro: chi arriva qui senza esserci mai stato ha una visione dicotomica, in bianco e nero. Vuole dividere a tutti i costi il buono dal cattivo, attribuire colpe e responsabilità. Dopo pochi giorni invece la prospettiva cambia e si acquisiscono le sfumature. È impossibile separare i buoni dai cattivi, la situazione è molto più complessa. Spesso sono gli stessi giornalisti e le personalità che arrivano qui a creare disagio, con domande del tutto inopportune rivolte alle persone sbagliate. Ma ti può capitare di parlare ad esempio, con una ragazza serba che è stata in un campo profughi e allora capisci che non ci sono differenze. Anche perché la maggioranza dei profughi oggi è composta da serbi, una situazione che si è creata ad esempio anche in Kosovo.
 
Qual è il sentimento predominante tra i giovani?
I giovani non hanno prospettive. Si sentono isolati, perciò per loro è un grande stimolo quando porto qui i miei studenti di Milano. Qui non arriva nessuno. Le Nazioni Unite (UNDP) e alcune Organizzazioni non governative hanno uffici di rappresentanza, ma l’impatto sulla popolazione non è percepito in maniera capillare. Tra di loro ci sono molte differenze, non si può parlare di sentimento predominante perché dipende dalla storia personale di ognuno. Chi ha subito violenza cova quasi inevitabilmente rabbia e rancore. Quelli che prima del ’92 sono riusciti a scappare e vivere in città, ad esempio a Belgrado, hanno studiato, possono darsi arie da intellettuali, non è la rabbia il loro sentimento dominante ma il dialogo, la volontà di confrontarsi, di discutere. C’è chi è riuscito a fuggire ma ha vissuto in campagna e non ha potuto studiare, per cui oggi si ritrova senza mezzi in un contesto che in ogni caso non offre lavoro. È l’attualità a preoccupare maggiormente i giovani: non sono ripiegati sul passato perché si trovano a dover affrontare il loro presente e a pensare al loro futuro. Che è appunto senza prospettive. Per questo alcune emergenze sociali come l’alcolismo sono presenti in maniera trasversale. Prevale sicuramente un desiderio di andare in un posto migliore. Vogliono uscire da questa situazione, e cercano di farlo: hanno richiesto un corso di italiano, che partirà in autunno, e ci sono alcuni che si occupano di teatro, frequentando un laboratorio. Sono piccoli progetti, ma importanti.
 
Che cosa ha da insegnare una città come Srebrenica? Si può davvero imparare dalla storia?

Il privilegio degli stranieri è poter parlare con tutti, sentire le voci diverse che tra di loro non comunicano. La conseguenza, come ho già detto, è che si impara a vedere le sfumature, a rinunciare a una visione in bianco e nero. I ragazzi si confrontano con giovani che non sono affatto diversi da loro, e si trovano improvvisamente vicini a una situazione che sembrava lontana e difficilmente comprensibile. Si trovano con sorpresa a dire: “poteva succedere anche da noi”. Non serve più di una settimana, dieci giorni per rendersi conto di tutto ciò. Per questo l’esperienza sul campo è a mio parere quasi necessaria, soprattutto per chi come i miei alunni studia questi argomenti e un domani potrebbe ritrovarsi ad affrontare un contesto post-conflittuale.
 
Come vede i prossimi giorni?
Dopo il rinvenimento della bomba proprio non lo so. Non me l’aspettavo, sicuramente ci saranno tensioni, ma non so di che entità. Viene certamente vista con fastidio la partecipazione alla cerimonia del presidente serbo Boris Tadic, che suona come una presa di coscienza ma anche come una sfida. I serbi hanno deciso di celebrare le loro vittime il 12 luglio, in concomitanza della festa degli apostoli S. Pietro e S. Paolo. Non conosco casi di serbi che partecipano alla manifestazione dell’11. Siamo ancora lontani da una situazione di questo tipo. Tutti hanno memorie pesanti da sopportare.
(autorizzazione alla riproduzione concessa)
 
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