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Peace Reporter
 
Peace Reporter - 6 ottobre 2005
di Christian Elia, 5 ottobre 2005
 

ultimo aggiornamento
06.02.06 14:36

 
 
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Qualcosa è cambiato
 
Dalla Bosnia e dalla Croazia arrivano due buone notizie. Per sperare nel futuro
 
Il 5 ottobre 2000, con una sollevazione popolare che è diventata la madre di tutte le rivoluzioni ‘arancioni’ viste negli ultimi tempi, cadeva il regime di Slobodan Milosevic. Quello che non erano riuscite a fare le bombe della Nato nel 1999 è riuscito agli esponenti della società civile serba. In molti quel giorno erano pronti a giurare che la caduta del tiranno apriva la strada a un futuro di pace per i Balcani, ma dopo 5 anni i problemi irrisolti restano tanti. Anche se i fucili tacciono, i pregiudizi culturali e le divisioni sociali che attraversano i paesi dell’ex Jugoslavia sono ancora tante. Nell’ultima settimana però si sono verificati due episodi che fanno ben sperare. Due episodi, uno in Croazia e uno in Bosnia Erzegovina, che potrebbero aprire la strada a una riflessione profonda sui crimini che hanno caratterizzato gli anni Novanta nei Balcani.
 
La lista della vergogna
Una commissione nominata dal governo della Repubblica Srpska (l’entità sub-statuale serba che con la Bosnia-Erzegovina forma la federazione bosniaca), il 4 ottobre scorso, ha compilato una lista di 19473 serbo-bosniaci. Non sono persone qualunque: sono i militari e i poliziotti che, nel luglio del 1995, hanno sterminato circa 8mila civili musulmani inermi a Srebrenica. “Il governo della Repubblica Srpska ha finalmente preso sul serio i propri obblighi ed ha reso accessibili le informazioni in suo possesso”, ha commentato Paddy Ashdown, il rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, e ha aggiunto che “questo rappresenta un serio tentativo di stilare un elenco esauriente di tutte le persone coinvolte nei crimini di Srebrenica”. L’ottimismo di Ashdown è giustificato perché è la prima volta, dal 1995, che i serbi di Bosnia collaborano attivamente a fare chiarezza sul massacro di Srebrenica. Un eccidio che, negli ambienti serbo-ortodossi più oltranzisti, è stato in qualche occasione negato. Siamo molto lontani dalla consegna di Karadzic e Maldic, il mandante e l’organizzatore della strage ancora latitanti, ma la consegna della lista è un passo importante verso quella giustizia senza la quale non ci può essere pace.
 
Eroe o assassino?
Il 4 ottobre scorso è stato un giorno fondamentale nella storia della Croazia. La conferenza intergovernativa di Lussemburgo tra i 25 membri dell'Unione Europea e il governo di Zagabria ha dato esito positivo. Possono cominciare a questo punto i negoziati per l'adesione della Croazia all'Ue. Non esistevano dei particolari ostacoli all'ingresso della Croazia, come nel caso della Turchia, ma sul vertice pesava come un macigno il parere di Carla Del Ponte, il procuratore capo del Tribunale dell'Aja che indaga sui crimini di guerra e i crimini contro l'umanità commessi durante la guerra in ex-Jugoslavia. La Del Ponte aveva spesso accusato il governo di Zagabria di offrire protezione ai criminali di guerra croati. Il generale Ante Gotovina per esempio. Il generale che, come recita il mandato di cattura internazionale,”ha partecipato ad un impresa criminale il cui obiettivo era quello di eliminare con la forza e permanentemente la popolazione serba dalla regione della Krajina”. Ancora latitante e, secondo la Del Ponte, protetto dal governo croato. Lo scandalo è scoppiato quando, circa un anno fa, è stato ritrovato un passaporto falso utilizzato da Gotovina per sfuggire alla cattura. Un passaporto ottenuto con la collaborazione delle autorità croate. Il governo di Zagabria ha sempre negato ogni responsabilità, ma non è un segreto per nessuno che Gotovina, come accade in Serbia per Karadizic e Mladic, è considerato un eroe nazionale e nessun politico ha voluto prendersi la responsabilità di consegnarlo all'Aja. Alla fine ha prevalso la ragion di Stato e la Croazia ha ritenuto più importante cominciare le trattative con l'Ue. “Se la Croazia continua a lavorare con una simile determinazione e intensità sono convinta che tra poco il generale Gotovina potrà essere trasferito all’Aja” ha detto la Del Ponte, concedendo così un sostanziale lasciapassare all'inizio dei negoziati. L'avvocato di Gotovina ha fatto sapere che il suo cliente è pronto a consegnarsi a patto di essere processato in Croazia e non all'Aja. Questo si vedrà, ma l'impressione è che adesso Gotovina faticherà a trovare protezioni istituzionali. Magari qualcosa sta cambiando sul serio nel Balcani.
(autorizzazione alla riproduzione concessa)
 
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