A
Sarajevo,
in
questi
anni
di
pace
armata,
sotto
l’occhio
dei
militari
italiani
-
da
sempre
apprezzati
dalla
popolazione
locale
-
sono
stati
ricostruiti
molti
edifici.
Ora
però
restano
da
ricostruire
gli
uomini,
le
donne,
i
bambini
“Ci
vorranno
almeno
due
generazioni
prima
che
l’odio
e
il
sangue
della
tragedia
balcanica
vengano
forse
sepolti
-
dice
il
colonnello
Franco
Diella,
comandante
contingente
italiano
a
Sarajevo
-.
Credo
che
la
nostra
presenza
sia
ancora
necessaria
per
garantire
pace
e
sicurezza.
Siamo
un
punto
di
riferimento
importante.
Al
momento
i
problemi
maggiori
sono
la
disoccupazione
e
la
necessità
di
ricostruire
il
sistema
economico
e
sociale”.
Quasi
quattro
anni
di
guerra
e
dieci
di
violenza
non
si
possono
cancellare
con
un
pugno
di
soldi
e
una
gettata
di
cemento.
Per
le
strade
del
centro,
a
fianco
dei
look
occidentali,
sono
aumentati
gli
chador
e
gli
integralismi
sono
nell’aria.
Il
lavoro
non
c’è
e
i
giovani,
molti,
cercano
fortuna
altrove.
È
il
settembre
del
2005.
La
guerra,
quella
vera
(anche
se
si
continua
a
morire
per
le
mine)
è
finita
da
dieci
anni,
o
per
meglio
dire,
si
sta
vivendo
una
lunga
tregua
che
potrebbe
interrompersi
in
ogni
momento.
Era
necessario
tornare
a
Sarajevo.
Per
non
dimenticare
questa
terribile
guerra
scoppiata
a
pochi
passi
da
casa
tra
l’indifferenza
della
diplomazia
europea,
che
non
era
riuscita
o
non
aveva
voluto,
aiutare
la
Jugoslavia
del
dopo
Tito,
avviandola
verso
la
democrazia.
Troppi
interessi
da
parte
di
troppe
Nazioni
hanno
causato
migliaia
di
morti.
Qualcuno
una
volta
disse
che
“un
morto
è
terribile,
ma
mille
sono
solo
un
dato
statistico”.
Perchè
si
continua
ad
andare
in
Bosnia?
Forse
per
quel
fascino
perverso
che
la
guerra
esercita
su
tutti
noi.
Oppure
per
cercare
di
capire,
ma
in
realtà
si
riesce
a
capire
ben
poco
di
questa
guerra
anche
parlandone
direttamente
con
i
“protagonisti”.
Tutti
si
chiedono
“perché”,
ma
ben
pochi
sono
disposti
ad
addossarsi
delle
responsabilità
o
a
perdonare,
per
ricostruire
una
società
comune.
La
disumanità
delle
guerre
civili
non
è
mai
da
una
sola
parte.
L'aguzzino
di
oggi
può
essere
il
perseguitato
di
domani.
La
Bosnia
e
Sarajevo,
erano
la
concreta
prefigurazione
dell'Europa
multietnica:
ogni
bomba,
ogni
vittima
colpita
a
Sarajevo
o
a
Mostar
o
in
tanti
sperduti
villaggi,
ha
significato
anche
il
fallimento
del
tentativo
di
dare
vita
a
un'Europa
unita,
da
troppo
tempo
incompiuta.
A
Sarajevo
non
c’erano
solo
i
diversi
quartieri:
musulmano,
croato,
serbo
o
la
compresenza
di
chiese,
moschee
e
sinagoghe;
c’erano
sopratutto
spazi
pubblici
senza
riferimento
specifico
ad
un’etnia
o
ad
una
religione.
A
Sarajevo,
il
luogo
dove
si
manifestavano
le
particolarità
delle
diverse
tradizioni
era
la
casa,
il
quartiere.
La
diversità
era
vissuta
nella
famiglia
e
nell’intimità,
mentre
la
città
offriva
ampi
spazi
per
tutti,
dove
ci
si
frequentava
al
di
sopra
di
ogni
differenza.
Sarajevo,
le
sue
case,
i
suoi
edifici
sono
stati
distrutti
perché
il
loro
stesso
essere,
il
loro
aspetto
fisico
rappresentavano
un’organizzazione
urbana
multietnica
e
pluri-confessionale
da
cancellare.
Forse
non
è
un
caso
che
nell’aprile
del
‘92
la
prima
vittima
dei
cecchini
sia
stata
una
giovane
studentessa
universitaria
croata
di
Spalato,
Suada
Dilberovic,
divenuta
un
simbolo
di
questa
folle
guerra.
Entrare
a
Sarajevo,
che
nasce
e
si
sviluppa
nella
stretta
valle
del
torrente
Miljacka,
attraverso
il
tristemente
famoso
“boulevard
dei
cecchini”
che
fino
a
quel
momento
molti
lo
avevano
visto
solo
attraverso
le
immagini
dei
telegiornali,
è
impressionante.
La
guerra,
tra
le
sue
vittime,
conta
anche
migliaia
di
bambini
che
non
potranno
mai
più
dimenticare
quello
che
è
successo.
Senza
l’oblio
non
ci
sarà
il
perdono
e
forse
neppure
la
pace.
Adesso
si
stanno
restaurando
gli
edifici,
ma
si
tenta
anche
di
ricostruire
gli
uomini,
le
donne,
i
bambini
che
hanno
vissuto
questa
moderna
tragedia.
Nel
centro
storico
di
Sarajevo
in
poco
più
di
cento
metri
quadrati
ci
sono
la
cattedrale
cattolica,
la
principale
chiesa
ortodossa
e
la
più
importante
moschea
del
Paese.
Tre
religioni
che
per
secoli
hanno
convissuto
gioendo
o
soffrendo
per
le
stesse
cose.
Tutto
questo
non
fa
che
aumentare
lo
sgomento
di
chi,
come
noi,
arriva
da
un’altra
parte.
Abdulah
Sidran,
uno
dei
più
importanti
poeti
bosniaci
scrive:
“È
qui
il
confine.
La
Bosnia.
Si
toccano
qui,
e
si
combattono,
la
croce
d’Oriente
e
la
croce
d’Occidente,
nate
da
una
sola
Croce.
Ma
il
popolo
bosniaco
è
mite.
Per
questo
ha
raccolto
la
mano
della
Terza
Fede:
in
un
solo
Dio,
che
non
è
nato,
né
ha
generato,
ed
è
il
Signore
dei
mondi,
e
sovrano
del
Giorno
del
Giudizio.
Guardo
il
cielo.
I
signori
della
terra
hanno
deciso
che
il
popolo
bosniaco
non
c’è”.
Ed
è
ora,
spentisi
i
riflettori,
che
è
necessario
impegnarsi
per
la
pace
e
per
dare
loro
un
futuro.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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