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Peace Reporter
 
Peace Reporter - 16 novembre 2005
di Pierluigi Senatore, 30 ottobre 2005
 

ultimo aggiornamento
16.11.05 15:29

 
 
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Le cicatrici di Sarajevo
 
Tornare a Sarajevo dopo sette anni. Lettera del caporedattore di Radio Bruno
 
A Sarajevo, in questi anni di pace armata, sotto l’occhio dei militari italiani - da sempre apprezzati dalla popolazione locale - sono stati ricostruiti molti edifici. Ora però restano da ricostruire gli uomini, le donne, i bambini “Ci vorranno almeno due generazioni prima che l’odio e il sangue della tragedia balcanica vengano forse sepolti - dice il colonnello Franco Diella, comandante contingente italiano a Sarajevo -. Credo che la nostra presenza sia ancora necessaria per garantire pace e sicurezza. Siamo un punto di riferimento importante. Al momento i problemi maggiori sono la disoccupazione e la necessità di ricostruire il sistema economico e sociale”. Quasi quattro anni di guerra e dieci di violenza non si possono cancellare con un pugno di soldi e una gettata di cemento. Per le strade del centro, a fianco dei look occidentali, sono aumentati gli chador e gli integralismi sono nell’aria.  
Il lavoro non c’è e i giovani, molti, cercano fortuna altrove.
È il settembre del 2005. La guerra, quella vera (anche se si continua a morire per le mine) è finita da dieci anni, o per meglio dire, si sta vivendo una lunga tregua che potrebbe interrompersi in ogni momento.
Era necessario tornare a Sarajevo. Per non dimenticare questa terribile guerra scoppiata a pochi passi da casa tra l’indifferenza della diplomazia europea, che non era riuscita o non aveva voluto, aiutare la Jugoslavia del dopo Tito, avviandola verso la democrazia. Troppi interessi da parte di troppe Nazioni hanno causato migliaia di morti. Qualcuno una volta disse che “un morto è terribile, ma mille sono solo un dato statistico”.
Perchè si continua ad andare in Bosnia? Forse per quel fascino perverso che la guerra esercita su tutti noi. Oppure per cercare di capire, ma in realtà si riesce a capire ben poco di questa guerra anche parlandone direttamente con i “protagonisti”. Tutti si chiedono “perché”, ma ben pochi sono disposti ad addossarsi delle responsabilità o a perdonare, per ricostruire una società comune. La disumanità delle guerre civili non è mai da una sola parte. L'aguzzino di oggi può essere il perseguitato di domani. La Bosnia e Sarajevo, erano la concreta prefigurazione dell'Europa multietnica: ogni bomba, ogni vittima colpita a Sarajevo o a Mostar o in tanti sperduti villaggi, ha significato anche il fallimento del tentativo di dare vita a un'Europa unita, da troppo tempo incompiuta.  
A Sarajevo non c’erano solo i diversi quartieri: musulmano, croato, serbo o la compresenza di chiese, moschee e sinagoghe; c’erano sopratutto spazi pubblici senza riferimento specifico ad un’etnia o ad una religione. A Sarajevo, il luogo dove si manifestavano le particolarità delle diverse tradizioni era la casa, il quartiere. La diversità era vissuta nella famiglia e nell’intimità, mentre la città offriva ampi spazi per tutti, dove ci si frequentava al di sopra di ogni differenza. Sarajevo, le sue case, i suoi edifici sono stati distrutti perché il loro stesso essere, il loro aspetto fisico rappresentavano un’organizzazione urbana multietnica e pluri-confessionale da cancellare. Forse non è un caso che nell’aprile del ‘92 la prima vittima dei cecchini sia stata una giovane studentessa universitaria croata di Spalato, Suada Dilberovic, divenuta un simbolo di questa folle guerra.  
Entrare a Sarajevo, che nasce e si sviluppa nella stretta valle del torrente Miljacka, attraverso il tristemente famoso “boulevard dei cecchini” che fino a quel momento molti lo avevano visto solo attraverso le immagini dei telegiornali, è impressionante. La guerra, tra le sue vittime, conta anche migliaia di bambini che non potranno mai più dimenticare quello che è successo. Senza l’oblio non ci sarà il perdono e forse neppure la pace. Adesso si stanno restaurando gli edifici, ma si tenta anche di ricostruire gli uomini, le donne, i bambini che hanno vissuto questa moderna tragedia. Nel centro storico di Sarajevo in poco più di cento metri quadrati ci sono la cattedrale cattolica, la principale chiesa ortodossa e la più importante moschea del Paese. Tre religioni che per secoli hanno convissuto gioendo o soffrendo per le stesse cose. Tutto questo non fa che aumentare lo sgomento di chi, come noi, arriva da un’altra parte.  
Abdulah Sidran, uno dei più importanti poeti bosniaci scrive:

È qui il confine. La Bosnia.
Si toccano qui, e si combattono,
la croce d’Oriente e la croce d’Occidente, nate da una sola Croce.
Ma il popolo bosniaco è mite. Per questo ha raccolto la mano della Terza Fede: in un solo Dio, che non è nato, né ha generato,
ed è il Signore dei mondi, e sovrano del Giorno del Giudizio.
Guardo il cielo. I signori della terra hanno deciso che il popolo bosniaco non c’è
”.
 
Ed è ora, spentisi i riflettori, che è necessario impegnarsi per la pace e per dare loro un futuro.
(autorizzazione alla riproduzione concessa)
 
© 2005 - Christian Elia
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