La
scomparsa
di
Slobodan
Milosevic
appare
inquietante
quanto
la
sua
vita.
Non
intendiamo
con
questo
avvalorare
le
tesi
di
assassinio,
che
pure
in
queste
ore
sono
circolate
dopo
le
preoccupazioni
espresse
nei
giorni
precedenti
alla
sua
morte
dallo
stesso
ex
uomo
forte
di
Belgrado.
È
inquietante
perché
con
la
fine
di
Milosevic,
e
con
il
suicidio
del
5
marzo
scorso
di
Milan
Babic,
già
presidente
della
autoproclamata
Repubblica
serba
di
Krajna,
sembra
esaurirsi
il
ruolo
–
pure
controverso
–
dello
stesso
Tribunale
Penale
Internazionale
de
L’Aja
(TPI).
Non
che
non
ci
siano
altri
personaggi
responsabili
di
crimini
contro
l’umanità
da
sottoporre
a
giudizio
ed
altre
pagine
della
tragedia
degli
anni
’90
sulle
quali
cercare
di
aprire
squarci
di
verità,
ma
con
l’uscita
di
scena
di
Milosevic
si
smonta
il
palco,
ed
anche
l’eventuale
cattura
di
suoi
luogotenenti
serbo-bosniaci
Karadzic
e
Mladic
assumerebbe
un
valore
quasi
beffardo,
potendo
scaricare
sul
fantasma
di
Slobo
ogni
responsabilità.
Ed
è
inquietante
anche
per
un’altra
ragione:
perché
la
vita
di
quest’uomo,
con
il
suo
carico
di
responsabilità,
era
un
bene
prezioso
da
salvaguardare,
anche
se
–
a
differenza
di
Babic
–
Milosevic
non
aveva
mai
riconosciuto
le
proprie
colpe
così
come
l’autorevolezza
dello
stesso
TPI.
Tuttavia
era
attorno
all’ultima
figura
chiave
(scomparsi
Tudjman
ed
Izetbegovic)
della
disintegrazione
jugoslava
che
ruotava
gran
parte
della
ricerca
delle
responsabilità
politiche
(e
di
natura
criminale)
sugli
avvenimenti
degli
anni
’90.
Risulta
così
davvero
inammissibile
che
le
sue
condizioni
di
salute,
manifestatamene
precarie,
non
fossero
monitorate
in
tempo
reale.
Con
l’effetto
che
ora
la
morte
di
Milosevic
–
oltre
ad
azzerare
quattro
anni
di
lavoro
del
TPI
–
appare
come
una
grande
beffa
per
tutte
le
vittime
della
“guerra
dei
dieci
anni”,
ancora
in
attesa
di
giustizia.
Non
abbiamo
mai
creduto
alla
ricostruzione
della
storia
attraverso
le
aule
dei
tribunali,
altre
sono
le
piste
di
lavoro
attraverso
le
quali
affermare
verità
e
riconciliazione,
prima
fra
tutte
quell’elaborazione
del
conflitto
tanto
difficile
quanto
rara
nei
percorsi
post
bellici.
Ma
ciò
non
significa
affatto
negare
la
necessità
di
inchiodare
i
responsabili
attorno
alle
proprie
colpe,
accertando
gli
avvenimenti
e
la
loro
natura,
i
contesti
e
le
complicità,
interne
ed
internazionali.
Sotto
questo
profilo
Milosevic
ne
aveva
da
raccontare,
perché
fra
i
responsabili
principali
nell’aver
cannibalizzato
la
vecchia
Jugoslavia,
un’operazione
che
dietro
la
facciata
del
nazionalismo
nascondeva
un
disegno
ben
più
prosaico
e
moderno
di
potere
e
di
criminalità
finanziaria.
Sostenuto
in
questo
da
quanti
intravidero
nello
sgretolarsi
di
quel
paese
la
possibilità
di
costruire
nuove
aree
di
influenza
politica,
economica
e
culturale.
Un
disegno
rimasto
ben
sfumato
a
L’Aja,
di
fronte
ad
un
Milosevic
che
ha
avuto
invece
buon
gioco
nel
definirsi
uno
dei
garanti
degli
accordi
di
Dayton
e
nel
rivendicare
il
diritto
di
intervenire
con
la
forza
di
fronte
al
prendere
corpo
di
una
secessione
armata
in
un
paese
sovrano,
mistificando
così
le
sue
responsabilità
dirette
nella
carneficina
bosniaca
come
nella
pulizia
etnica
in
Kossovo
o
negli
eccidi
in
Krajna
e
Slavonia.
Vicende
sulle
quali
la
verità
è
per
molte
pagine
ancora
da
scrivere,
perché
ben
più
complessa
di
quella
che
una
lettura
superficiale
degli
avvenimenti
potrebbe
indicare,
e
anche
di
quella
che
la
comunità
internazionale
ha
teso
ad
avallare
per
giustificare
l’ipocrisia
di
una
guerra
definita
umanitaria
che
ha
lasciato
dietro
di
sé
un’instabilità
profonda,
contraddizioni
ancor
più
laceranti
ed
uranio
impoverito.
E
questo
senza
nulla
togliere
al
ruolo
centrale
(e
criminale)
del
leader
serbo
e
della
vecchia
classe
dirigente
di
quel
che
rimaneva
della
Federazione
Jugoslava.
Che
avrebbe
dovuto
rispondere
del
proprio
operato
in
primis
di
fronte
al
suo
paese,
per
evitare
che
il
fantasma
di
Milosevic
(e
di
Seselj)
portassero
il
Partito
Radicale
Serbo
a
diventare
il
primo
partito
in
Serbia,
per
prevenire
quel
che
si
profila
con
la
secessione
del
Montenegro
ed
infine
per
affrontare
con
la
necessaria
lungimiranza
ed
intelligenza
politica
la
questione
dello
status
del
Kosovo.
Verità
che
la
morte
di
Milosevic
si
porterà
con
sé,
lasciando
così
che
i
fantasmi
che
ancora
s’aggirano
nei
Balcani
occidentali
continuino
a
pesare
sul
presente
e
sul
futuro
di
questa
regione,
ipotecando
la
possibilità
di
un’elaborazione
collettiva
di
ciò
che
è
realmente
accaduto
durante
gli
anni
’90.
Uscito
di
scena
definitivamente
Milosevic,
si
potrebbe
pensare
che
ora
–
con
l’ormai
imminente
cattura
di
Karadzic
e
Mladic
–
siano
tolti
di
mezzo
i
maggiori
ostacoli
nella
risoluzione
dei
nodi
della
regione,
ma
temo
che
così
non
sarà.
Non
lo
è
per
la
natura
post
moderna
di
quanto
è
accaduto
in
questi
anni
nei
Balcani,
non
lo
è
perché
sono
ancora
sanguinanti
le
ferite
che
dieci
anni
di
conflitti
hanno
aperto
e
che
dieci
anni
di
stabilizzazione
internazionale
non
sono
riusciti
a
curare.
E
non
lo
è
perché
nel
frattempo
l’Europa
ha
camminato
a
ritroso,
lacerandosi
sotto
la
spinta
euroatlantica
e
perdendo
di
vista
la
via
maestra
del
suo
progetto
politico
unitario,
della
progressiva
integrazione
dell’Europa
geografica
ed
infine
della
sua
capacità
di
guardare
e
di
divenire
ponte
verso
il
Mediterraneo.
Senza
dimenticare
che
quel
che
accade
nell’Europa
di
mezzo
si
riverbera
–
oggi
come
ieri
–
anche
da
quest’altra
parte
dell’Adriatico,
riguardando
la
nostra
Europa
più
da
vicino
di
quanto
non
possiamo
immaginare,
in
quello
specchio
nel
quale
si
riflettono
deregolazione
e
criminalità
economica,
paure
e
scontro
di
civiltà.
Anche
nei
suoi
strascichi
la
guerra
dei
dieci
anni
si
conferma
davvero
non
l’ultima
del
Novecento,
ma
la
prima
del
nuovo
secolo.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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