Saranno
tre
moderati
a
guidare
la
Bosnia.
I
risultati
definitivi
delle
elezioni
dicono
infatti
che
alla
presidenza
tripartita
del
paese
sono
stati
eletti
il
musulmano
Haris
Silajdzic,
il
serbo
Nebojsa
Radmanovic
e
il
croato
Zeljko
Komsic:
tutti
e
tre
sono
considerati
moderati.
Con
il
voto
di
ieri
la
presidenza
dunque
viene
persa
dai
rappresentanti
di
orientamento
nazionalista
delle
principali
etnie
della
ex
repubblica
jugoslava.
Tre
uomini
e
una
poltrona
Questo
il
risultato
delle
urne,
si
continua
a
eleggere
una
presidenza
tripartita,
come
sancito
dagli
accordi
di
pace
di
Dayton,
nel
1995,
dopo
la
guerra
che
ha
insanguinato
i
Balcani
e
che
ora
vede
unite
nella
federazione
della
Bosnia
Erzegovina
la
federazione
croato-bosniaca
e
la
repubblica
Srpska,
quella
dei
serbi.
Il
risultato
più
in
bilico
è
stato
quello
dell’esponente
croato.
Il
testa
a
testa
tra
il
socialdemocratico
Zeljko
Komsic
(Sdp,
multietnico)
e
il
nazionalista
Ivo
Miro
Jovic
(dell'Hdz)
è
stato
deciso
dagli
elettori
del
cantone
di
Sarajevo
e
di
Tuzla,
zone
dove
i
croati
sono
la
minoranza.
Non
a
caso
Jovic
aveva
dichiarato
con
tono
minaccioso
che
Komsic
“non
può
e
non
sarà
membro
della
presidenza,
perché
la
sua
eventuale
elezione
sarà
legale
ma
non
legittima,
visto
che
avrà
vinto
con
i
voti
non
dei
croati,
ma
degli
elettori
musulmani
dell'Sdp”.
Sarajevo
“Sono
contento,
io
ho
votato
per
lui.
Per
la
prima
volta
io,
che
mi
sento
solo
bosniaco
e
non
mi
classifico
come
musulmano
o
altro,
ho
un
rappresentante
eletto
alla
presidenza”.
A
parlare
così
è
Zoran
Herzog,
un
vignettista
di
Sarajevo
che
dopo
anni
di
studio
in
Italia
è
tornato
a
vivere
nella
sua
città.
Zoran,
che
ha
guidato
la
delegazione
italiana
di
osservatori
dell’Organizzazione
per
la
Cooperazione
e
lo
Sviluppo
in
Europa,
sottolinea
come
“la
modifica
della
registrazione
dei
certificati
elettorali,
che
prima
doveva
essere
fatta
di
persona
e
che
invece
adesso
è
automatica,
in
base
alla
carta
d’identità,
ha
favorito
l’affluenza
alle
urne
che
è
stata
molto
sopra
la
media
di
sempre,
ma
questo
purtroppo
non
significa
che
le
cose
stiano
cambiando.
La
gente
è
molto
rassegnata,
e
se
pure
hanno
perso
i
partiti
storicamente
nazionalisti,
i
toni
usati
da
chi
ha
vinto
continuano
a
indicare
una
profonda
divisione
del
popolo
bosniaco
–
continua
Zoran
-
una
speranza
era
l’ingresso
nell’Unione
europea,
perché
avrebbe
favorito
la
caduta
delle
frontiere,
ma
ormai
i
bosniaci
si
chiedono
dove
sia
questa
Europa,
visto
che
la
politica
dura
dei
visti
ci
allontana
sempre
più
dal
Vecchio
continente.
Qui
ormai
l’adesione
all’Ue
sembra
essere
uscita
dall’agenda
politica,
e
in
campagna
elettorale
non
ne
ha
parlato
nessuno.
Srebrenica
“Quello
che
stupisce
non
è
tanto
l’assenza
dell’Europa
dai
programmi
elettorali,
quanto
quella
del
lavoro!”,
risponde
Giuseppe
Terrasi,
31
anni,
ricercatore
universitario
a
Milano.
Da
anni
vive
tra
l’Italia
e
Sebrenica,
dove
porta
i
suoi
alunni
a
studiare
Scienze
della
cooperazione
per
lo
Sviluppo
e
la
Pace.
La
struttura
dove
svolgono
le
loro
attività,
ricavata
da
due
locali
dell’ex
caserma
di
polizia,
non
è
semplicemente
un
osservatorio.
E’
quella
che
il
suo
stesso
ideatore
definisce
una
“scuola
di
pace”,
dove
si
cerca
di
imparare
dalla
storia.
“Il
problema
è
che
tutti
i
problemi
finiscono
in
coda
rispetto
a
un
cupo
nazionalismo”,
spiega
il
docente
che
conosce
come
nessuno
in
Italia
la
tragedia
dell’enclave
musulmana,
“anche
i
partiti
che
hanno
vinto
non
hanno
fatto
altro
che
superare
i
partiti
tradizionalmente
nazionalisti
sul
loro
stesso
campo:
i
toni
nazionalistici,
appunto”.
Terrasi
tocca
con
mano,
nel
rapporto
quotidiano,
la
situazione
della
Bosnia
di
oggi
e
lo
stato
d’animo
dei
suoi
cittadini.
“L’aspetto
più
inquietante”,
racconta,
“è
che
nelle
chiacchiere
con
la
gente
emerge
un
senso
di
paura,
di
timore.
Non
a
caso
l’argomento
che
appassiona
davvero
la
gente,
più
delle
elezioni,
è
il
referendum
per
l’indipendenza
che
vuole
tenere
la
repubblica
serba.
Addirittura
qualcuno
ha
paragonato
il
clima
di
queste
elezioni
all’aria
che
si
respirava
in
Bosnia
prima
della
guerra”.
Mostar
“Il
problema
è
che
la
guerra
qui
non
è
mai
finita”,
racconta
Milan
da
Mostar,
un’altra
città
simbolo
della
guerra,
un
fotografo
di
padre
croato
e
madre
musulmana.
“Mostar
è
ancora
divisa,
anche
se
la
ricostruzione
del
ponte
ha
fatto
tanto
felici
voi
in
Italia
e
nel
resto
d’Europa.
Un
simbolo
di
rinascita,
di
riappacificazione.
Ma
la
guerra
deve
finire
nella
testa
della
gente.
E
questo
non
è
ancora
accaduto”.
Anche
perché
i
problemi
non
sono
stati
risolti
dall’accordo
di
pace.
“Certo
si
è
smesso
di
sparare,
chi
non
potrebbe
esserne
contento?”
chiede
Milan.
“Ma
la
pace
vera
nascerà
quando
smetteremo
di
essere
divisi,
di
sentirci
prima
cittadini
di
Mostar
che
croati
o
bosniaci,
musulmani
o
cristiani.
I
problemi
veri
qui
sono
la
disoccupazione
e
lo
sviluppo,
non
il
nazionalismo.
Gli
accordi
di
Dayton
ci
hanno
lasciato
in
eredità
questa
amministrazione
tripartita,
con
tre
uomini
che
finiscono
per
litigare
su
qualunque
cosa,
sentendosi
espressione
della
loro
comunità
e
non
al
servizio
del
Paese.
Questo
blocca
qualunque
riforma,
qualunque
iniziativa.
E
i
politici
usano
sempre
la
carta
dell’orgoglio
religioso
ed
etnico
per
scaldare
gli
animi.
Eppure,
dopo
tutto
quello
che
è
successo,
ci
vuole
un
bel
coraggio
a
essere
così
imbecilli”.
(autorizzazione
alla
riproduzione
concessa)
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