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Peace Reporter
 
Peace Reporter - 3 ottobre 2006
di Christian Elia
 

ultimo aggiornamento
12.10.06 12:15

 
 
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la guerra che non è mai finita
 
Eletti i tre rappresentati alla Presidenza bosniaca, ma il male del nazionalismo non è vinto
 
Saranno tre moderati a guidare la Bosnia. I risultati definitivi delle elezioni dicono infatti che alla presidenza tripartita del paese sono stati eletti il musulmano Haris Silajdzic, il serbo Nebojsa Radmanovic e il croato Zeljko Komsic: tutti e tre sono considerati moderati. Con il voto di ieri la presidenza dunque viene persa dai rappresentanti di orientamento nazionalista delle principali etnie della ex repubblica jugoslava.

Tre uomini e una poltrona
Questo il risultato delle urne, si continua a eleggere una presidenza tripartita, come sancito dagli accordi di pace di Dayton, nel 1995, dopo la guerra che ha insanguinato i Balcani e che ora vede unite nella federazione della Bosnia Erzegovina la federazione croato-bosniaca e la repubblica Srpska, quella dei serbi.
Il risultato più in bilico è stato quello dell’esponente croato. Il testa a testa tra il socialdemocratico Zeljko Komsic (Sdp, multietnico) e il nazionalista Ivo Miro Jovic (dell'Hdz) è stato deciso dagli elettori del cantone di Sarajevo e di Tuzla, zone dove i croati sono la minoranza. Non a caso Jovic aveva dichiarato con tono minaccioso che Komsic “non può e non sarà membro della presidenza, perché la sua eventuale elezione sarà legale ma non legittima, visto che avrà vinto con i voti non dei croati, ma degli elettori musulmani dell'Sdp”.

Sarajevo
“Sono contento, io ho votato per lui. Per la prima volta io, che mi sento solo bosniaco e non mi classifico come musulmano o altro, ho un rappresentante eletto alla presidenza”. A parlare così è Zoran Herzog, un vignettista di Sarajevo che dopo anni di studio in Italia è tornato a vivere nella sua città. Zoran, che ha guidato la delegazione italiana di osservatori dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa, sottolinea come “la modifica della registrazione dei certificati elettorali, che prima doveva essere fatta di persona e che invece adesso è automatica, in base alla carta d’identità, ha favorito l’affluenza alle urne che è stata molto sopra la media di sempre, ma questo purtroppo non significa che le cose stiano cambiando. La gente è molto rassegnata, e se pure hanno perso i partiti storicamente nazionalisti, i toni usati da chi ha vinto continuano a indicare una profonda divisione del popolo bosniaco – continua Zoran - una speranza era l’ingresso nell’Unione europea, perché avrebbe favorito la caduta delle frontiere, ma ormai i bosniaci si chiedono dove sia questa Europa, visto che la politica dura dei visti ci allontana sempre più dal Vecchio continente. Qui ormai l’adesione all’Ue sembra essere uscita dall’agenda politica, e in campagna elettorale non ne ha parlato nessuno.

Srebrenica
“Quello che stupisce non è tanto l’assenza dell’Europa dai programmi elettorali, quanto quella del lavoro!”, risponde Giuseppe Terrasi, 31 anni, ricercatore universitario a Milano. Da anni vive tra l’Italia e Sebrenica, dove porta i suoi alunni a studiare Scienze della cooperazione per lo Sviluppo e la Pace. La struttura dove svolgono le loro attività, ricavata da due locali dell’ex caserma di polizia, non è semplicemente un osservatorio. E’ quella che il suo stesso ideatore definisce una “scuola di pace”, dove si cerca di imparare dalla storia. “Il problema è che tutti i problemi finiscono in coda rispetto a un cupo nazionalismo”, spiega il docente che conosce come nessuno in Italia la tragedia dell’enclave musulmana, “anche i partiti che hanno vinto non hanno fatto altro che superare i partiti tradizionalmente nazionalisti sul loro stesso campo: i toni nazionalistici, appunto”. Terrasi tocca con mano, nel rapporto quotidiano, la situazione della Bosnia di oggi e lo stato d’animo dei suoi cittadini. “L’aspetto più inquietante”, racconta, “è che nelle chiacchiere con la gente emerge un senso di paura, di timore. Non a caso l’argomento che appassiona davvero la gente, più delle elezioni, è il referendum per l’indipendenza che vuole tenere la repubblica serba. Addirittura qualcuno ha paragonato il clima di queste elezioni all’aria che si respirava in Bosnia prima della guerra”.

Mostar
“Il problema è che la guerra qui non è mai finita”, racconta Milan da Mostar, un’altra città simbolo della guerra, un fotografo di padre croato e madre musulmana. “Mostar è ancora divisa, anche se la ricostruzione del ponte ha fatto tanto felici voi in Italia e nel resto d’Europa. Un simbolo di rinascita, di riappacificazione. Ma la guerra deve finire nella testa della gente. E questo non è ancora accaduto”. Anche perché i problemi non sono stati risolti dall’accordo di pace. “Certo si è smesso di sparare, chi non potrebbe esserne contento?” chiede Milan. “Ma la pace vera nascerà quando smetteremo di essere divisi, di sentirci prima cittadini di Mostar che croati o bosniaci, musulmani o cristiani. I problemi veri qui sono la disoccupazione e lo sviluppo, non il nazionalismo. Gli accordi di Dayton ci hanno lasciato in eredità questa amministrazione tripartita, con tre uomini che finiscono per litigare su qualunque cosa, sentendosi espressione della loro comunità e non al servizio del Paese. Questo blocca qualunque riforma, qualunque iniziativa. E i politici usano sempre la carta dell’orgoglio religioso ed etnico per scaldare gli animi. Eppure, dopo tutto quello che è successo, ci vuole un bel coraggio a essere così imbecilli”.
(autorizzazione alla riproduzione concessa)
 
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