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Peace Reporter
 
Peace Reporter - 7 marzo 2008
di Cecilia Ferrara
 

ultimo aggiornamento
10.03.08 10:07

 
 
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il risveglio di sarajevo
 
Ogni sabato, in piazza, la gente chiede sempre più forte che cambi la politica della Bosnia
 
Quella di sabato primo marzo è stata la quinta manifestazione tenuta a Sarajevo con una sola ma chiara richiesta: ostavke (dimissioni). I cittadini della capitale della Bosnia Erzegovina stanno ormai chiedendo, non in grande numero, ma con grande caparbietà, le dimissioni delle più alte cariche locali: il sindaco di Sarajevo, Semiha Borovac e il presidente di Cantone Samir Silajdzic.

Appuntamento in piazza ogni sabato
Un corteo che parte dalla cattedrale della città  per arrivare fino al Parlamento e poi tornare indietro nella piazzetta da cui si parte. Là si suona un po' di musica e ci si dà appuntamento alla settimana prossima. Stesso copione ma con alcuni cambiamenti, che fanno apparire la protesta di sabato in sabato più organizzata e, fatto quasi incredibile in Bosnia Erzegovina, completamente dal basso. Sabato primo marzo, il corteo non è potuto arrivare fino al Parlamento, ma per la prima volta ci sono delle persone con delle fasce di colore verde e giallo al braccio. "Abbiamo pensato che fosse importante fare un po' di servizio d'ordine" racconta Maja che sta alla testa del corteo. Chiedo di che organizzazione faccia parte e lei mi risponde un po' scorata: ''Tutti chiedono la stessa cosa, chi siamo...chi ci sostiene..., ma non c'è nessuno, non ci sono partiti, non ci sono ong. Siamo solo cittadini. Siamo stanchi di questa politica ferma e arrogante''. Molti di questi ragazzi, però, sono simpatizzanti di Dosta! un movimento giovanile che da un paio di anni, con alterne vicende, cerca di portare avanti un discorso antinazionalista e di trasparenza della politica. Chiedo dunque a Maja se è per caso di Dosta! e lei risponde decisa: ''Assolutamente no, noi ci organizziamo unicamente sul forum di Sarajevo-x.com, un sito d'informazione cittadina e lì decidiamo cosa fare cosa preparare per la manifestazione successiva''.
Ma perché chiedete le dimissioni di sindaco e presidente di Cantone? Non è un po' poco? ''Lo so, molti dicono che andato via un politico verrà  un altro forse peggio, ma forse il prossimo avrà  più rispetto dei cittadini perché sa che possiamo di nuovo scendere in piazza. Non è possibile continuare a lasciare la Bosnia nelle mani di queste persone, e allo stesso tempo non ne posso più delle persone che stanno sedute nei caffè a dire che tanto non cambia niente- continua Maja con veemenza "io ho un lavoro sto bene, non avrei bisogno di tutto questo, ma sono tornata in Bosnia Erzegovina dalla Germania perché credevo che sarebbe stato un paese migliore e non posso lasciarlo ai miei figli senza aver provato a far qualcosa".

Contro i vertici
La manifestazione di sabato era indirizzata contro il presidente del Cantone Silajdzic, che sta cercando in tutte le maniere di screditare le proteste di queste settimane. Tra le altre cose, Silajdzic ha comprato uno spazio sui giornali (con i soldi pubblici) nel quale minacciava di mandare in galera chi fosse sceso in piazza. Nel corso di un'intervista con i giornalisti, durante la prima settimana di protesta, Silajdzic era stato raggiunto da una telefonata e, dopo aver risposto, mostra il cellulare urlando: "Vedete non sono i delinquenti che fanno paura ma questa teppaglia che protesta, anche mio figlio mi ha chiamato per chiedermi, papà  che succede? Ho paura". Dopo questa intervista l'adesivo e il cartello più diffuso nel corteo è "Tajo bojim se!" (papà  ho paura) e dal corteo partivano a ritmi regolari delle invocazioni corali e ironiche al "babbo" del Cantone di Sarajevo.
Ma cosa è successo per risvegliare i cittadini di Sarajevo da un torpore lungo 12 anni? All'origine della protesta c'è un fatto di cronaca: lo scorso 5 febbraio un ragazzo di 17 anni, Denis, è stato ucciso in un tram per futili motivi da altri giovani. Un episodio molto grave di delinquenza giovanile, avvenuto poco dopo un altro episodio di cronaca in cui tre ragazzini hanno aggredito una signora anziana versandole addosso benzina e dandole fuoco.
Sarajevo si è sentita improvvisamente insicura, ma anche con una classe politica incapace di rispondere alle richieste dei cittadini. Il sabato dopo la morte di Denis, con un tam tam passato in gran parte via internet, si sono trovate in piazza 10mila persone. La più grande manifestazione dal dopoguerra. Dopo di che da parte delle istituzioni è iniziato lo scaricabarile, tra il comune, il Cantone, la Federazione e la polizia, mettendo a nudo l'inefficienza e la pesantezza della struttura politica e amministrativa della Bosnia Erzegovina. Un paese che è uscito dalla guerra diviso in due entità: Federazione Croato-Musulmana e Repubblica Srpska, con la Federazione a sua volta divisa in 10 Cantoni con propri parlamenti e ministri e con il 60 percento della spesa pubblica impiegato nel mantenimento di questa pesante struttura burocratica. Una struttura che non funziona poiché è soprattutto ingegnata per permettere una politica di tipo etnico, dove ogni partito porta avanti la difesa degli interessi vitali del proprio "popolo costituente", di fatto bloccando ogni tipo di riforma. Succede insomma che chi va a votare, non vota per un'idea o per un programma: i serbo-bosniaci votano i partiti serbi, i bosniaco-musulmani votano i partiti musulmani e i croato-bosniaci idem.

Opinione pubblica esasperata
Adesso, la gente che scende in piazza nelle ultime settimane non è identificabile con queste categorie e non appartiene a nessuno. Questo ha spaventato molto i politici locali che hanno messo in campo tutti i mezzi possibili per fermarle. Durante la seconda manifestazione il mercoledì 13 febbraio, oltre alle richieste di sicurezza di un sistema giuridico adeguato (non esiste infatti in Bosnia Erzegovina un carcere minorile), si respirava una grande rabbia verso la situazione più generale del paese, verso una corruzione diffusa e ostentata, verso una politica che si sente onnipotente, bloccata dai nazionalismi. Quel mercoledì un gruppo di hooligans ha spaccato tutte le vetrate del comune con un lancio di pietre con la compiacenza di una parte della piazza. Non ci sono stati incidenti ma la manifestazione è stata rovinata, i media e i politici hanno avuto buon gioco nell'affermare che i veri violenti erano i dimostranti. Il Cantone di Sarajevo ha diffuso due giorni dopo un comunicato in cui si dichiarava la protesta organizzata con un'apposita regia di due Ong: Dosta! e Grodz. Avevano entrambe come obbiettivo, per le autorità  bosniache, quello della violenza e della destabilizzazione. "Non possiamo escludere - diceva il comunicato - che una protesta del genere sia stata preparata oltre confine, nel contesto di una crisi globale della regione".

Un'onda che monta
Questo tipo di reazioni in realtà  ha funzionato in senso opposto: il sabato successivo giovani e vecchi sono tornati con il loro corteo a chiedere le dimissioni di "Papà e Mamma", ovvero Samir Silajdzic presidente di Cantone e Semiha Borovac, sindaco, nonostante la neve di febbraio e nonostante le pietre di mercoledì. Una manifestazione completamente pacifica e colorata che è passata davanti al Parlamento salutando a mo' di sfottò i poliziotti asserragliati in difesa dell'edificio."Ebbene sì sono pagata dallo Zimbabwe" diceva un cartello nella manifestazione successiva e "Noi siamo indipendenti e voi?", oppure "Avaz (il giornale più diffuso di Sarajevo) ve lo siete comprato, ma internet è ancora nostro". Internet continua ad essere infatti il luogo di resistenza di un movimento civile che per ora non supera le 3000 persone, ma che non sembra per il momento stanco, anzi è evidente marciando assieme a loro che giovani e vecchi sono felici di essere in piazza, di vedersi di esprimere la loro voglia di cambiare. Già  sul forum di sarajevo-x.com si parla della prossima manifestazione, e una persona identificata dal nickname "anakadabra" scrive: "Oggi è andata benissimo, ma il prossimo sabato dovrà  andare ancora meglio!". Il prossimo 8 marzo i manifestanti promettono di far passare alla sindaca Borovac una festa delle donne memorabile.
(autorizzazione alla riproduzione concessa)
 
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