Quella
di sabato primo marzo è stata la quinta manifestazione
tenuta a Sarajevo con una sola ma chiara richiesta: ostavke (dimissioni).
I cittadini della capitale della Bosnia Erzegovina stanno ormai
chiedendo, non in grande numero, ma con grande caparbietà,
le dimissioni delle più alte cariche locali: il sindaco
di Sarajevo, Semiha Borovac e il presidente di Cantone Samir Silajdzic.
Appuntamento in piazza ogni sabato
Un corteo che parte dalla cattedrale della città
per arrivare fino al Parlamento e poi tornare indietro nella piazzetta
da cui si parte. Là si suona un po' di musica e ci
si dà appuntamento alla settimana prossima. Stesso
copione ma con alcuni cambiamenti, che fanno apparire la protesta
di sabato in sabato più organizzata e, fatto quasi incredibile
in Bosnia Erzegovina, completamente dal basso. Sabato primo marzo,
il corteo non è potuto arrivare fino al Parlamento, ma
per la prima volta ci sono delle persone con delle fasce di colore
verde e giallo al braccio. "Abbiamo pensato che fosse importante
fare un po' di servizio d'ordine" racconta Maja che sta alla
testa del corteo. Chiedo di che organizzazione faccia parte e
lei mi risponde un po' scorata: ''Tutti chiedono la stessa cosa,
chi siamo...chi ci sostiene..., ma non c'è nessuno, non
ci sono partiti, non ci sono ong. Siamo solo cittadini. Siamo
stanchi di questa politica ferma e arrogante''. Molti di questi
ragazzi, però, sono simpatizzanti di Dosta! un movimento
giovanile che da un paio di anni, con alterne vicende, cerca di
portare avanti un discorso antinazionalista e di trasparenza della
politica. Chiedo dunque a Maja se è per caso di Dosta!
e lei risponde decisa: ''Assolutamente no, noi ci organizziamo
unicamente sul forum di Sarajevo-x.com, un sito d'informazione
cittadina e lì decidiamo cosa fare cosa preparare per la
manifestazione successiva''.
Ma perché chiedete le dimissioni di sindaco e presidente
di Cantone? Non è un po' poco? ''Lo so, molti dicono che
andato via un politico verrà un altro forse peggio,
ma forse il prossimo avrà più rispetto dei
cittadini perché sa che possiamo di nuovo scendere in piazza.
Non è possibile continuare a lasciare la Bosnia nelle mani
di queste persone, e allo stesso tempo non ne posso più
delle persone che stanno sedute nei caffè a dire che tanto
non cambia niente- continua Maja con veemenza "io ho un lavoro
sto bene, non avrei bisogno di tutto questo, ma sono tornata in
Bosnia Erzegovina dalla Germania perché credevo che sarebbe
stato un paese migliore e non posso lasciarlo ai miei figli senza
aver provato a far qualcosa".
Contro i vertici
La manifestazione di sabato era indirizzata contro il presidente
del Cantone Silajdzic, che sta cercando in tutte le maniere di
screditare le proteste di queste settimane. Tra le altre cose,
Silajdzic ha comprato uno spazio sui giornali (con i soldi pubblici)
nel quale minacciava di mandare in galera chi fosse sceso in piazza.
Nel corso di un'intervista con i giornalisti, durante la prima
settimana di protesta, Silajdzic era stato raggiunto da una telefonata
e, dopo aver risposto, mostra il cellulare urlando: "Vedete
non sono i delinquenti che fanno paura ma questa teppaglia che
protesta, anche mio figlio mi ha chiamato per chiedermi, papà
che succede? Ho paura". Dopo questa intervista l'adesivo
e il cartello più diffuso nel corteo è "Tajo
bojim se!" (papà ho paura) e dal corteo partivano
a ritmi regolari delle invocazioni corali e ironiche al "babbo"
del Cantone di Sarajevo.
Ma cosa è successo per risvegliare i cittadini di Sarajevo
da un torpore lungo 12 anni? All'origine della protesta c'è
un fatto di cronaca: lo scorso 5 febbraio un ragazzo di 17 anni,
Denis, è stato ucciso in un tram per futili motivi da altri
giovani. Un episodio molto grave di delinquenza giovanile, avvenuto
poco dopo un altro episodio di cronaca in cui tre ragazzini hanno
aggredito una signora anziana versandole addosso benzina e dandole
fuoco.
Sarajevo si è sentita improvvisamente insicura, ma anche
con una classe politica incapace di rispondere alle richieste
dei cittadini. Il sabato dopo la morte di Denis, con un tam tam
passato in gran parte via internet, si sono trovate in piazza
10mila persone. La più grande manifestazione dal dopoguerra.
Dopo di che da parte delle istituzioni è iniziato lo scaricabarile,
tra il comune, il Cantone, la Federazione e la polizia, mettendo
a nudo l'inefficienza e la pesantezza della struttura politica
e amministrativa della Bosnia Erzegovina. Un paese che è
uscito dalla guerra diviso in due entità: Federazione Croato-Musulmana
e Repubblica Srpska, con la Federazione a sua volta divisa in
10 Cantoni con propri parlamenti e ministri e con il 60 percento
della spesa pubblica impiegato nel mantenimento di questa pesante
struttura burocratica. Una struttura che non funziona poiché
è soprattutto ingegnata per permettere una politica di
tipo etnico, dove ogni partito porta avanti la difesa degli interessi
vitali del proprio "popolo costituente", di fatto bloccando
ogni tipo di riforma. Succede insomma che chi va a votare, non
vota per un'idea o per un programma: i serbo-bosniaci votano i
partiti serbi, i bosniaco-musulmani votano i partiti musulmani
e i croato-bosniaci idem.
Opinione pubblica esasperata
Adesso, la gente che scende in piazza nelle ultime settimane non
è identificabile con queste categorie e non appartiene
a nessuno. Questo ha spaventato molto i politici locali che hanno
messo in campo tutti i mezzi possibili per fermarle. Durante la
seconda manifestazione il mercoledì 13 febbraio, oltre
alle richieste di sicurezza di un sistema giuridico adeguato (non
esiste infatti in Bosnia Erzegovina un carcere minorile), si respirava
una grande rabbia verso la situazione più generale del
paese, verso una corruzione diffusa e ostentata, verso una politica
che si sente onnipotente, bloccata dai nazionalismi. Quel mercoledì
un gruppo di hooligans ha spaccato tutte le vetrate del comune
con un lancio di pietre con la compiacenza di una parte della
piazza. Non ci sono stati incidenti ma la manifestazione è
stata rovinata, i media e i politici hanno avuto buon gioco nell'affermare
che i veri violenti erano i dimostranti. Il Cantone di Sarajevo
ha diffuso due giorni dopo un comunicato in cui si dichiarava
la protesta organizzata con un'apposita regia di due Ong: Dosta!
e Grodz. Avevano entrambe come obbiettivo, per le autorità
bosniache, quello della violenza e della destabilizzazione. "Non
possiamo escludere - diceva il comunicato - che una protesta del
genere sia stata preparata oltre confine, nel contesto di una
crisi globale della regione".
Un'onda che monta
Questo tipo di reazioni in realtà ha funzionato in
senso opposto: il sabato successivo giovani e vecchi sono tornati
con il loro corteo a chiedere le dimissioni di "Papà e
Mamma", ovvero Samir Silajdzic presidente di Cantone e Semiha
Borovac, sindaco, nonostante la neve di febbraio e nonostante
le pietre di mercoledì. Una manifestazione completamente
pacifica e colorata che è passata davanti al Parlamento
salutando a mo' di sfottò i poliziotti asserragliati in
difesa dell'edificio."Ebbene sì sono pagata dallo
Zimbabwe" diceva un cartello nella manifestazione successiva
e "Noi siamo indipendenti e voi?", oppure "Avaz
(il giornale più diffuso di Sarajevo) ve lo siete comprato,
ma internet è ancora nostro". Internet continua ad
essere infatti il luogo di resistenza di un movimento civile che
per ora non supera le 3000 persone, ma che non sembra per il momento
stanco, anzi è evidente marciando assieme a loro che giovani
e vecchi sono felici di essere in piazza, di vedersi di esprimere
la loro voglia di cambiare. Già sul forum di sarajevo-x.com
si parla della prossima manifestazione, e una persona identificata
dal nickname "anakadabra" scrive: "Oggi è
andata benissimo, ma il prossimo sabato dovrà andare
ancora meglio!". Il prossimo 8 marzo i manifestanti promettono
di far passare alla sindaca Borovac una festa delle donne memorabile.
(autorizzazione alla riproduzione concessa)
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