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a come srebrenica: la critica 
 
di macondo tre (15 febbraio 2004) 
 

ultimo aggiornamento
30.09.05 7:23

 
 
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Non c'è dubbio: i duecento spezzini che hanno assistito adA come Srebrenica non dimenticheranno molto facilmente questa serata di grande teatro.Roberta Biagiarelli - © Ciro Cortellessa Un’intensa emozione era infatti stampata sui volti di ogni persona che usciva alla fine della rappresentazione. Un monologo dall'impatto emotivo travolgente, condotto per oltre settanta minuti dalla bravissima e infaticabileRoberta Biagiarelli, formidabile attrice di Fano, senza aver perso nemmeno per un secondo la forza drammatica che ha animato la sua straordinaria performance.
È la storia diSrebrenica, un tempo graziosa cittadina termale e di miniere d'argento della Bosnia orientale, assurta suo malgrado a simbolo della tragedia e della crudeltà della guerra: oltre 8.000 musulmani, di età compresa tra i 14 ai 70 anni (ma c’è chi dice 12.000), uccisi barbaramente dalle truppe serbo-bosniache nel più grande massacro della storia europea dopo la fine della seconda guerra mondiale. Un vero e proprio genocidio ispirato dalla pulizia etnica che ha caratterizzato i conflitti che hanno polverizzato la Jugoslavia negli anni Novanta del secolo scorso.
Una vicenda ripercorsa fin dagli inizi, da quando il vicino, amico di una vita, diventa improvvisamente il carnefice, l’assassino, lo stupratore sulla scia di una propaganda inarrestabile e feroce. Un’escalation di eventi che passa attraverso la fuga di 40.000 civili verso Srebrenica, città protetta dai Caschi Blu delle Nazioni Unite, dal suo crudele assedio durato tre anni e dalla sua capitolazione finale che chiama in causa, in quanto a responsabilità, i macellai serbi Milosevic, Karadzic e Mladic, senza dimenticare l’Onu, piegatasi di fronte alla sacra ragione del compromesso e della real politik.
La passione civile è la forza trainante, potente e inarrestabile, che anima il testo, tratto dal libro La guerra in casa di Luca Rastello, scritto a sei mani oltre che dall’attrice, anche da Giovanna Giovannozzi e da Simona Gonella, con la regia di quest’ultima (tutte animatrici della milanese Babelia & c). Una seggiola e un tavolino è tutto ciò che serve a Roberta Biagiarelli per narrare, con un’abilità e un coinvolgimento fuori dal comune, la storia di questa tragedia. Un racconto condotto non solo con la voce e con il volto, modulati e adattati al testo con straordinaria facilità dall’attrice marchigiana, ma soprattutto con il corpo, che si piega, si spinge, a volte si difende, in gesti che accompagnano e sottolineano l’orrore crescente della narrazione, sollecitando forse più l’istinto che la ragione dello spettatore.
Fino all’emozionante conclusione, un vero e proprio urlo addolorato di potente indignazione ("Vergogna!"), gridato da un’attrice trasfigurata contro gli assassini, gli stupratori, i torturatori, i distruttori di memoria di questa e di tutte le guerre. Ma anche contro l’indifferenza degli altri, di chi ha permesso, con il proprio disinteresse, che avvenisse tutto questo. Una denuncia che, come una freccia scagliata con violenza, colpisce – è inutile negarlo – un po’ anche i nostri cuori. Ed è anche per questo che siamo grati alla strepitosa Biagiarelli: il suo intenso coinvolgimento emotivo va aldilà di un’interpretazione straordinaria. La sua è anche, e soprattutto, una partecipazione civile e umana di grande spessore e intensità che fa riflettere.
Merce davvero rara – ci sia concesso dirlo – al giorno d’oggi.
 
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