Non
c'è
dubbio:
i duecento
spezzini
che
hanno
assistito
ad
A
come
Srebrenica
non
dimenticheranno
molto
facilmente
questa
serata
di
grande
teatro.

Un’intensa
emozione
era
infatti
stampata
sui
volti
di
ogni
persona
che
usciva
alla
fine
della
rappresentazione.
Un
monologo
dall'impatto
emotivo
travolgente,
condotto
per
oltre
settanta
minuti
dalla
bravissima
e infaticabile
Roberta
Biagiarelli,
formidabile
attrice
di
Fano,
senza
aver
perso
nemmeno
per
un
secondo
la
forza
drammatica
che
ha
animato
la
sua
straordinaria
performance.
È
la
storia
di
Srebrenica,
un
tempo
graziosa
cittadina
termale
e di
miniere
d'argento
della
Bosnia
orientale,
assurta
suo
malgrado
a simbolo
della
tragedia
e della
crudeltà
della
guerra:
oltre
8.000
musulmani,
di
età
compresa
tra
i 14
ai
70
anni
(ma
c’è
chi
dice
12.000),
uccisi
barbaramente
dalle
truppe
serbo-bosniache
nel
più
grande
massacro
della
storia
europea
dopo
la
fine
della
seconda
guerra
mondiale.
Un
vero
e proprio
genocidio
ispirato
dalla
pulizia
etnica
che
ha
caratterizzato
i conflitti
che
hanno
polverizzato
la
Jugoslavia
negli
anni
Novanta
del
secolo
scorso.
Una
vicenda
ripercorsa
fin
dagli
inizi,
da
quando
il
vicino,
amico
di
una
vita,
diventa
improvvisamente
il
carnefice,
l’assassino,
lo
stupratore
sulla
scia
di
una
propaganda
inarrestabile
e feroce.
Un’escalation
di
eventi
che
passa
attraverso
la
fuga
di
40.000
civili
verso
Srebrenica,
città
protetta
dai
Caschi
Blu
delle
Nazioni
Unite,
dal
suo
crudele
assedio
durato
tre
anni
e dalla
sua
capitolazione
finale
che
chiama
in
causa,
in
quanto
a responsabilità,
i macellai
serbi
Milosevic,
Karadzic
e Mladic,
senza
dimenticare
l’Onu,
piegatasi
di
fronte
alla
sacra
ragione
del
compromesso
e della
real
politik.
La
passione
civile
è
la
forza
trainante,
potente
e inarrestabile,
che
anima
il
testo,
tratto
dal
libro
La
guerra
in
casa
di
Luca
Rastello,
scritto
a sei
mani
oltre
che
dall’attrice,
anche
da
Giovanna
Giovannozzi
e da
Simona
Gonella,
con
la
regia
di
quest’ultima
(tutte
animatrici
della
milanese
Babelia
&
c).
Una
seggiola
e un
tavolino
è
tutto
ciò
che
serve
a Roberta
Biagiarelli
per
narrare,
con
un’abilità
e un
coinvolgimento
fuori
dal
comune,
la
storia
di
questa
tragedia.
Un
racconto
condotto
non
solo
con
la
voce
e con
il
volto,
modulati
e adattati
al
testo
con
straordinaria
facilità
dall’attrice
marchigiana,
ma
soprattutto
con
il
corpo,
che
si
piega,
si
spinge,
a volte
si
difende,
in
gesti
che
accompagnano
e sottolineano
l’orrore
crescente
della
narrazione,
sollecitando
forse
più
l’istinto
che
la
ragione
dello
spettatore.
Fino
all’emozionante
conclusione,
un
vero
e proprio
urlo
addolorato
di
potente
indignazione
("Vergogna!"),
gridato
da
un’attrice
trasfigurata
contro
gli
assassini,
gli
stupratori,
i torturatori,
i distruttori
di
memoria
di
questa
e di
tutte
le
guerre.
Ma
anche
contro
l’indifferenza
degli
altri,
di
chi
ha
permesso,
con
il
proprio
disinteresse,
che
avvenisse
tutto
questo.
Una
denuncia
che,
come
una
freccia
scagliata
con
violenza,
colpisce
–
è
inutile
negarlo
–
un
po’
anche
i nostri
cuori.
Ed
è
anche
per
questo
che
siamo
grati
alla
strepitosa
Biagiarelli:
il
suo
intenso
coinvolgimento
emotivo
va
aldilà
di
un’interpretazione
straordinaria.
La
sua
è
anche,
e soprattutto,
una
partecipazione
civile
e umana
di
grande
spessore
e intensità
che
fa
riflettere.
Merce
davvero
rara
–
ci
sia
concesso
dirlo
–
al
giorno
d’oggi.