Frequentando
una
lezione
della
Scuola
Estiva
su
Post–Communist
Transition
and
European
Integration
Processes,
organizzata
dall’Istituto
per
l’Europa
Centro-Orientale
e Balcanica
a Cervia,
tra
il
01
e il
15
settembre
2001,
sono
rimasta
molto
colpita
dall’affermazione
di
una
docente
americana,

Julie
Mostov,
la
quale,
in
merito
al
tema
legato
ai
conflitti
etnici,
parlò
di
“potere
della
violenza”.
In
particolare,
in
quel
momento,
sono
stata
colta
da
una
domanda:
quale
impatto
poteva
aver
avuto
proprio
la
violenza
sugli
individui
coinvolti
in
un
conflitto
armato?
La
mia
curiosità
in
merito
a questa
domanda
è
stata
tale
da
pensare
di
poter
approfondire
l’argomento
nei
miei
studi,
ed
è
così
che
è
nata
l’idea
per
questo
elaborato.
Chiaramente,
però,
essendo
l’argomento
assai
vasto,
ho
deciso
di
circoscrivere
l’analisi
attorno
ad
un
solo
Paese,
che,
negli
ultimi
anni,
era
stato
coinvolto
in
una
guerra
profondamente
violenta,
come
la
Bosnia
Erzegovina.
Il
motivo
di
tale
scelta
risiede,
soprattutto,
nella
volontà
di
approfondire
lo
studio
di
un’area
rimasta
pressoché
sconosciuta
agli
individui
della
mia
generazione,
fino
circa
agli
anni
Novanta,
quando
il
conflitto
ha
aperto
le
porte,
improvvisamente,
alla
storia,
ai
popoli
e alle
tradizioni
slave.
Non
a caso,
infatti,
nei
manuali
scolastici
in
uso
in
Italia
negli
anni
Ottanta,
non
si
faceva
menzione
né
della
situazione
balcanica,
né
tanto
meno
della
situazione
o della
storia
della
Bosnia
Erzegovina.
E proprio
al
fine
di
approfondire
un’area
nuova,
la
ricerca
è
stata
incentrata
sull’impatto
che
la
violenza,
a seguito
dello
scoppio
del
conflitto
armato,
ha
avuto
sulla
popolazione
civile.
Cercare
di
capire
le
tipologie
dei
traumi
che
hanno
devastato
la
popolazione
Musulmana
è
stata,
quindi,
la
principale
intenzione
di
questa
ricerca,
poiché
individuare
le
modalità
in
cui
si
è
propagata
la
violenza,
i metodi
utilizzati
dagli
“oppressori”
e i
canali
attraverso
i quali
la
violenza
“etnica”
è
stata
propagata,
avrebbe
permesso,
probabilmente,
di
entrare
nell’ottica
della
politica
che
ha
condotto
alla
morte
di
migliaia
di
persone
e ha
cancellato
dalla
realtà
un
paese
come
la
Jugoslavia.
Non
è
stato
assolutamente
facile
entrare
in
un
realtà
così
diversa
da
quella
occidentale,
da
quella
stessa
realtà
che
noi
occidentali
siamo
soliti
condividere,
ma
la
volontà
di
comprendere
il
motivo
che
ha
condotto
all’uso
indiscriminato
di
forme
di
violenza
inaudite,
quali
stupri
etnici
e genocidi,
e la
curiosità
di
conoscere
le
patologie
che,
oggi,
a quasi
dieci
anni
dalla
fine
delle
ostilità,
continuano
a colpire
i sopravvissuti
di
quella
catastrofe,
sono
stati
gli
elementi
portanti
della
ricerca.
Non
a caso,
quindi,
si
è
privilegiato
un
approccio
che
permettesse
di
cogliere
“l’atmosfera”
della
terra
di
Bosnia
e della
sua
popolazione,
“un
ambiente”,
come
ha
sostenuto
il
sociologo
Zagabria
Ivan
Siber,
“sociale
e culturale
nel
quale
si
svolge
la
vita
di
tutti
i giorni
degli
individui
di
una
determinata
comunità
e a
quale,
solitamente,
gli
individui
si
adattano”.
A fronte
di
queste
considerazioni,
ci
si
è
posti
le
seguenti
domande:
cosa
ha
scatenato
l’uso
indiscriminato
della
violenza
nella
ex
Jugoslavia
durante
gli
anni
Novanta?
Quale
è
stato
l’elemento
che,
maggiormente,
ha
legittimato
il
conflitto?
Sono
state
davvero
così
importanti
le
differenze
culturali,
etniche
e religiose
della
popolazione,
ai
fini
dell’utilizzo
di
pratiche
quali
stupri,
gravidanze
forzate
e campi
di
sterminio?
Oppure
dietro
al
conflitto
si
è
celato
un
disegno
politico
ben
preciso?
E inoltre,
cosa
ha
significato
per
il
popolo
di
Bosnia
una
guerra
“etnica”?
Cosa
ha
comportato,
oggi,
nel
XXI
secolo,
per
il
popolo
Musulmano
di
Bosnia
l’uso
di
quelle
pratiche
violente?
Dove
hanno
trovato
rifugio
i traumi
subiti
dalla
popolazione
civile?
A fronte
di
un
così
vasto
numero
di
domande,
l’elaborato
è
stato
suddiviso
in
quattro
parti,
al
fine
di
cercare
di
ottenere
delle
risposte
esaustive
in
merito
a tutti
gli
argomenti
considerati.
Nella
prima
parte
si
è
cercato
di
ricostruire
gli
eventi
che
hanno
condotto
al
declino
dello
Stato
Jugoslavo
e alla
nascita
di
nuovi
Stati
indipendenti,
cercando
di
scoprirne
le
cause
e le
condizioni
legittimanti,
attraverso
l’uso
della
storiografia
e delle
tesi
proposte
da
numerosi
studiosi
dell’area
in
questione.
Questa
parte
iniziale
ha
ricostruito,
quindi,
le
fasi
principali
legate
allo
scoppio
del
conflitto
e alla
sua
risoluzione,
tenendo
ben
presenti
le
problematiche
attualmente
presenti
nel
processo
di
ricostruzione
del
Paese,
soprattutto
dal
punto
di
vista
politico-istituzionale.
La
chiave
di
lettura
di
questo
capitolo
è
stata
soprattutto
la
condizione
interna
del
Paese
e l’intervento
della
Comunità
internazionale,
nonché
le
politiche
attuate
in
entrambi
i casi.
Nella
seconda
parte,
invece,
l’attenzione
è
stata
concentrata
sull’analisi
degli
strumenti
che,
durante
il
conflitto,
hanno
avuto
il
compito
di
annientare
e cancellare
dal
territorio
qualsiasi
traccia
di
un
popolo,
in
questo
caso
quello
musulmano.
E’
stato
necessario,
perciò,
analizzare
l’uso
strumentale
del
linguaggio
utilizzato
dai
canali
di
informazione,
come
tv
e testate
giornalistiche,
nonché
l’analisi
delle
forme
di
violenza
perpetrate
sulla
popolazione
considerata
“diversa”,
prime
fra
tutte
lo
stupro
etnico
e il
genocidio.
Non
a caso,
infatti,
ciascuno
dei
paragrafi
che
compongono
questo
capitolo
ha
un
carattere
tematico,
poiché
ognuno
di
essi
mostra
e analizza
le
diverse
forme
in
cui
la
violenza
psicologica
e fisica
è
stata
perpetrata:
cosa
ha
significato
l’uso
incondizionato
della
forza
per
le
donne
che
hanno
subito
violenze,
per
i bambini
che
hanno
dovuto
assistere,
impotenti,
alla
perdita
dei
propri
genitori
e,
infine,
per
tutti
quegli
uomini
che
hanno
forzatamente
combattuto
una
guerra
che
non
consideravano
“la
loro”.
In
particolar
modo,
si
è
cercato
di
approfondire
i meccanismi
della
violenza,
la
politica
dell’aggressore
e le
conseguenze
dello
sconfitto.
La
terza
parte,
poi,
è
stata
incentrata
sulle
problematiche
relative
ai
rifugiati
e ai
profughi,
vittime
anch’essi
della
guerra
e testimoni
di
uno
dei
problemi
che,
maggiormente,
colpisce
il
Paese
ancora
oggi.
Per
approfondire
l’argomento,
è
stato
utile
alla
ricerca
effettuare,
inoltre,
uno
studio
sul
ruolo
assunto
dall’OIM
(Organizzazione
Internazionale
per
le
Migrazioni)
di
Roma,
per
comprendere
il
ruolo
assunto
anche
dall’Italia
nella
delicata
questione
relativa
ai
rifugiati.
L’ultima
parte,
infine,
è
stata
dedicata
ai
metodi
di
ripristino
della
pace
e del
risanamento
delle
coscienze
sradicate
dalla
violenza.
A tal
proposito
si
è
ritenuto
imprescindibile
conoscere
la
realtà
delle
vittime
della
guerra,
vivendo
di
persona
l’esperienza
dei
campi
profughi,
della
disperazione
e della
solitudine
che
hanno
colpito
la
popolazione
bosniaca
dopo
la
guerra.
Non
a caso,
infatti,
analizzare
specifici
case-studies
ha
permesso
di
entrare
in
una
realtà
diversa
da
quella
della
mia
vita
quotidiana,
poiché
conoscere
la
realtà
degli
sfollati
di
Srebrenica
e di
Zvornik,
come
Irfanka,
Asmir,
Nedim,
o dei
numerosi
bambini
costretti
a vivere
in
condizioni
disumane,
come
Mihana
ed
Elvir,
ha
permesso
di
toccare
con
mano
una
realtà
che
non
immaginavo
potesse
essere
così
brutale.
Poter
ottenere,
infatti,
delle
risposte
da
coloro
che,
nonostante
le
sofferenze,
hanno
voluto
farmi
capire
quale
fosse
il
loro
stato
d’animo
e la
loro
condizione
di
vita
etnica
dopo
anni
di
violenze
e soprusi,
ha
suscitato
nell’animo
di
chi
scrive
una
serie
di
problemi,
poiché
riaprire
delle
ferite
in
coloro
che
mai
totalmente
sono
riusciti
a rimarginarle
non
è
stato
semplice
dal
punto
di
vista
etico
e morale.
D’altronde,
però,
l’unico
modo
per
poter
comprendere
la
sofferenza
che
il
potere
della
violenza
ha
provocato
era
usare
gli
occhi
e le
orecchie.