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la guerra in bosnia-erzegovina negli anni novanta
 
tesi di laurea di stefania ballantini 
 

ultimo aggiornamento
18.01.06 14:46

 
 
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libriRiceviamo e pubblichiamo un interessantissimo saggio della dottoressa Stefania Ballantini (che costituisce la sua tesi di laurea), dell'Università di Bologna, sull'analisi delle origini e delle conseguenze della guerra in Bosnia Erzegovina.
Le pagine sono liberamente consultabili e scaricabili, anche se tutti i diritti della tesi sono riservati, per cui nessuna parte di essa può essere riprodotta in alcuna maniera senza l'autorizzazione dell'autrice (scrivere al webmaster).
Tutti i fatti e le opinioni riportati in questo saggio sono da attribuirsi a Stefania Ballantini e non corrispondono necessariamente al punto di vista dell'associazione Macondo Tre.
Il formato della tesi è in pdf, per cui necessita del lettore apposito (Adobe Reader) scaricabile gratuitamente dal sito proprietario (www.adobe.it).
 
La guerra in Bosnia Erzegovina negli anni Novanta
pressioni psicologiche, violenze sui civili e i problemi della pacificazione
 
introduzione
 
Frequentando una lezione della Scuola Estiva su Post–Communist Transition and European Integration Processes, organizzata dall’Istituto per l’Europa Centro-Orientale e Balcanica a Cervia, tra il 01 e il 15 settembre 2001, sono rimasta molto colpita dall’affermazione di una docente americana, fosse comuniJulie Mostov, la quale, in merito al tema legato ai conflitti etnici, parlò di “potere della violenza”. In particolare, in quel momento, sono stata colta da una domanda: quale impatto poteva aver avuto proprio la violenza sugli individui coinvolti in un conflitto armato? La mia curiosità in merito a questa domanda è stata tale da pensare di poter approfondire l’argomento nei miei studi, ed è così che è nata l’idea per questo elaborato.
Chiaramente, però, essendo l’argomento assai vasto, ho deciso di circoscrivere l’analisi attorno ad un solo Paese, che, negli ultimi anni, era stato coinvolto in una guerra profondamente violenta, come la Bosnia Erzegovina. Il motivo di tale scelta risiede, soprattutto, nella volontà di approfondire lo studio di un’area rimasta pressoché sconosciuta agli individui della mia generazione, fino circa agli anni Novanta, quando il conflitto ha aperto le porte, improvvisamente, alla storia, ai popoli e alle tradizioni slave. Non a caso, infatti, nei manuali scolastici in uso in Italia negli anni Ottanta, non si faceva menzione né della situazione balcanica, né tanto meno della situazione o della storia della Bosnia Erzegovina.
E proprio al fine di approfondire un’area nuova, la ricerca è stata incentrata sull’impatto che la violenza, a seguito dello scoppio del conflitto armato, ha avuto sulla popolazione civile. Cercare di capire le tipologie dei traumi che hanno devastato la popolazione Musulmana è stata, quindi, la principale intenzione di questa ricerca, poiché individuare le modalità in cui si è propagata la violenza, i metodi utilizzati dagli “oppressori” e i canali attraverso i quali la violenza “etnica” è stata propagata, avrebbe permesso, probabilmente, di entrare nell’ottica della politica che ha condotto alla morte di migliaia di persone e ha cancellato dalla realtà un paese come la Jugoslavia.
Non è stato assolutamente facile entrare in un realtà così diversa da quella occidentale, da quella stessa realtà che noi occidentali siamo soliti condividere, ma la volontà di comprendere il motivo che ha condotto all’uso indiscriminato di forme di violenza inaudite, quali stupri etnici e genocidi, e la curiosità di conoscere le patologie che, oggi, a quasi dieci anni dalla fine delle ostilità, continuano a colpire i sopravvissuti di quella catastrofe, sono stati gli elementi portanti della ricerca.
Non a caso, quindi, si è privilegiato un approccio che permettesse di cogliere “l’atmosfera” della terra di Bosnia e della sua popolazione, “un ambiente”, come ha sostenuto il sociologo Zagabria Ivan Siber, “sociale e culturale nel quale si svolge la vita di tutti i giorni degli individui di una determinata comunità e a quale, solitamente, gli individui si adattano”.
A fronte di queste considerazioni, ci si è posti le seguenti domande: cosa ha scatenato l’uso indiscriminato della violenza nella ex Jugoslavia durante gli anni Novanta? Quale è stato l’elemento che, maggiormente, ha legittimato il conflitto? Sono state davvero così importanti le differenze culturali, etniche e religiose della popolazione, ai fini dell’utilizzo di pratiche quali stupri, gravidanze forzate e campi di sterminio? Oppure dietro al conflitto si è celato un disegno politico ben preciso? E inoltre, cosa ha significato per il popolo di Bosnia una guerra “etnica”? Cosa ha comportato, oggi, nel XXI secolo, per il popolo Musulmano di Bosnia l’uso di quelle pratiche violente? Dove hanno trovato rifugio i traumi subiti dalla popolazione civile?
A fronte di un così vasto numero di domande, l’elaborato è stato suddiviso in quattro parti, al fine di cercare di ottenere delle risposte esaustive in merito a tutti gli argomenti considerati.
Nella prima parte si è cercato di ricostruire gli eventi che hanno condotto al declino dello Stato Jugoslavo e alla nascita di nuovi Stati indipendenti, cercando di scoprirne le cause e le condizioni legittimanti, attraverso l’uso della storiografia e delle tesi proposte da numerosi studiosi dell’area in questione. Questa parte iniziale ha ricostruito, quindi, le fasi principali legate allo scoppio del conflitto e alla sua risoluzione, tenendo ben presenti le problematiche attualmente presenti nel processo di ricostruzione del Paese, soprattutto dal punto di vista politico-istituzionale. La chiave di lettura di questo capitolo è stata soprattutto la condizione interna del Paese e l’intervento della Comunità internazionale, nonché le politiche attuate in entrambi i casi.
Nella seconda parte, invece, l’attenzione è stata concentrata sull’analisi degli strumenti che, durante il conflitto, hanno avuto il compito di annientare e cancellare dal territorio qualsiasi traccia di un popolo, in questo caso quello musulmano. E’ stato necessario, perciò, analizzare l’uso strumentale del linguaggio utilizzato dai canali di informazione, come tv e testate giornalistiche, nonché l’analisi delle forme di violenza perpetrate sulla popolazione considerata “diversa”, prime fra tutte lo stupro etnico e il genocidio. Non a caso, infatti, ciascuno dei paragrafi che compongono questo capitolo ha un carattere tematico, poiché ognuno di essi mostra e analizza le diverse forme in cui la violenza psicologica e fisica è stata perpetrata: cosa ha significato l’uso incondizionato della forza per le donne che hanno subito violenze, per i bambini che hanno dovuto assistere, impotenti, alla perdita dei propri genitori e, infine, per tutti quegli uomini che hanno forzatamente combattuto una guerra che non consideravano “la loro”. In particolar modo, si è cercato di approfondire i meccanismi della violenza, la politica dell’aggressore e le conseguenze dello sconfitto.
La terza parte, poi, è stata incentrata sulle problematiche relative ai rifugiati e ai profughi, vittime anch’essi della guerra e testimoni di uno dei problemi che, maggiormente, colpisce il Paese ancora oggi. Per approfondire l’argomento, è stato utile alla ricerca effettuare, inoltre, uno studio sul ruolo assunto dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) di Roma, per comprendere il ruolo assunto anche dall’Italia nella delicata questione relativa ai rifugiati.
L’ultima parte, infine, è stata dedicata ai metodi di ripristino della pace e del risanamento delle coscienze sradicate dalla violenza. A tal proposito si è ritenuto imprescindibile conoscere la realtà delle vittime della guerra, vivendo di persona l’esperienza dei campi profughi, della disperazione e della solitudine che hanno colpito la popolazione bosniaca dopo la guerra. Non a caso, infatti, analizzare specifici case-studies ha permesso di entrare in una realtà diversa da quella della mia vita quotidiana, poiché conoscere la realtà degli sfollati di Srebrenica e di Zvornik, come Irfanka, Asmir, Nedim, o dei numerosi bambini costretti a vivere in condizioni disumane, come Mihana ed Elvir, ha permesso di toccare con mano una realtà che non immaginavo potesse essere così brutale. Poter ottenere, infatti, delle risposte da coloro che, nonostante le sofferenze, hanno voluto farmi capire quale fosse il loro stato d’animo e la loro condizione di vita etnica dopo anni di violenze e soprusi, ha suscitato nell’animo di chi scrive una serie di problemi, poiché riaprire delle ferite in coloro che mai totalmente sono riusciti a rimarginarle non è stato semplice dal punto di vista etico e morale.
D’altronde, però, l’unico modo per poter comprendere la sofferenza che il potere della violenza ha provocato era usare gli occhi e le orecchie.
 
 
© 2004 - Stefania Ballantini
relatore: prof. Stefano Bianchini
(tutti i diritti sono riservati - nessuna parte di questa tesi può essere riprodotta in alcuna maniera senza l'autorizzazione dell'autrice)
 
 
capitolo 1
fosse comuni
il caos degli
anni novanta
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capitolo 2
lo sradicamento delle coscienze
lo sradicamento
delle coscienze
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capitolo 3
esodi e aiuti
aiuti umanitari
ed esodi
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capitolo 4
pace
pacificazione e
riabilitazione
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