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la guerra in bosnia: la cronologia
 
3 - le ultime atrocità e la fine della guerra (1995)  
 

ultimo aggiornamento
10.01.08 11:33

 
 
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Il 1995 è un anno drammatico per la popolazione musulmana: il 25 maggio a Tuzla un colpo di mortaio uccide 76 civili, gran parte dei quali ragazzi, mentre l'11 luglio cade in mani serbe, dopo un assedio, l'enclave di Srebrenica: il bilancio è di almeno 8.000 civili uccisi dalle forze serbo-bosniache, guidate militarmente dal generale Ratko Mladic. Un numero non definitivo: ancora oggi si trovano ancora fosse comuni nei territori circostanti. Pesanti riserve, nel ruolo del massacro di Srebrenica, un centro termale una volta fiorente, vengono ancora oggi attribuite al ruolo non chiaro, sicuramente passivo, delle truppe dell'Unprofor, in particolare dei francesi e degli olandesi. Da parte croato-musulmana si ha invece la conquista di grande parte della Bosnia sudoccidentale, coadiuvata dalla Nato che, con ripetuti raid aerei condotti tra il 29 agosto e il 20 settembre 1995, riesce a distruggere l'infrastruttura logistico militare della Republika Srpska. Si arriva così a una situazione territoriale in cui la parte serba controlla il 49% della Bosnia rispetto al 51% dell'alleanza croata-musulmana: esattamente le percentuali previste dal piano del Gruppo di Contatto.
Il presidente della Repubblica Serba di Bosnia, Radovan Karadzic, in grande difficoltà di fronte alle ripetute offensive, accetta finalmente di farsi da parte, delegando a trattare con la diplomazia internazionale Slobodan Milosevic, presidente di ciò che resta della federazione jugoslava e vero e proprio ispiratore di quasi tutti i conflitti di questa regione.Slobodan Milosevic -  copyright http://news.bbc.co.uk Le trattative, iniziate a Ginevra, si concludono non senza difficoltà a Dayton (Usa) il 21 novembre 1995, mentre la firma ufficiale e definitiva dell'accordo di pace avviene a Parigi il 14 dicembre 1995. Gli accordi prevedono la bipartizione della Bosnia tra la Republika Srpska e la Federazione croato-musulmana, con la costruzione di un complicato meccanismo istituzionale, necessario a mantenere quel poco che resta di uno stato unitario. Un meccanismo tuttora in vigore che, se da una parte ha evitato finora che vendette e risentimenti tra le tre comunità sfociassero in un nuovo conflitto, grazie anche alla massiccia presenza militare internazionale dello Sfor (di cui fa parte anche un contingente di truppe italiane), dall'altra paralizza di fatto il paese, impedendogli di perseguire uno sviluppo politico più maturo.
Le cifre della guerra in Bosnia Erzegovina sono spaventose. I numeri, probabilmente in difetto, parlano infatti di 140.000 morti tra la popolazione musulmana, Ratko Mladic-  copyright http://www.globalpolicy.org97.000 tra quella serba, 28.000 tra quella croata, senza contare le oltre 12.000 persone di altre nazionalità e un numero incalcolabile di invalidi psichici e fisici permanenti. A rendere ancor più drammatico il bilancio del conflitto va considerato che l'85% delle persone uccise erano civili, quasi sempre vittime della pulizia etnica (ancora oggi vengono ritrovate nuove fosse comuni in tutto il paese), mentre nel paese ci sono ancora centinaia di migliaia di profughi, impossibilitati a rientrare nelle proprie case perché si trovano in territori controllati da una nazionalità diversa dalla propria. E senza contare le città danneggiate e distrutte, come Sarajevo e Mostar, e i centinaia di villaggi spazzati via dalla furia delle forze in campo.
 
 
 
 
 
 
 
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