Il
1995
è
un
anno
drammatico
per
la
popolazione
musulmana:
il
25
maggio
a Tuzla
un
colpo
di
mortaio
uccide
76
civili,
gran
parte
dei
quali
ragazzi,
mentre
l'11
luglio
cade
in
mani
serbe,
dopo
un
assedio,
l'enclave
di
Srebrenica:
il
bilancio
è
di
almeno
8.000
civili
uccisi
dalle
forze
serbo-bosniache,
guidate
militarmente
dal
generale
Ratko
Mladic.
Un
numero
non
definitivo:
ancora
oggi
si
trovano
ancora
fosse
comuni
nei
territori
circostanti.
Pesanti
riserve,
nel
ruolo
del
massacro
di
Srebrenica,
un
centro
termale
una
volta
fiorente,
vengono
ancora
oggi
attribuite
al
ruolo
non
chiaro,
sicuramente
passivo,
delle
truppe
dell'Unprofor,
in
particolare
dei
francesi
e degli
olandesi.
Da
parte
croato-musulmana
si
ha
invece
la
conquista
di
grande
parte
della
Bosnia
sudoccidentale,
coadiuvata
dalla
Nato
che,
con
ripetuti
raid
aerei
condotti
tra
il
29
agosto
e il
20
settembre
1995,
riesce
a distruggere
l'infrastruttura
logistico
militare
della
Republika
Srpska.
Si
arriva
così
a una
situazione
territoriale
in
cui
la
parte
serba
controlla
il
49%
della
Bosnia
rispetto
al
51%
dell'alleanza
croata-musulmana:
esattamente
le
percentuali
previste
dal
piano
del
Gruppo
di
Contatto.
Il
presidente
della
Repubblica
Serba
di
Bosnia,
Radovan
Karadzic,
in
grande
difficoltà
di
fronte
alle
ripetute
offensive,
accetta
finalmente
di
farsi
da
parte,
delegando
a trattare
con
la
diplomazia
internazionale
Slobodan
Milosevic,
presidente
di
ciò
che
resta
della
federazione
jugoslava
e vero
e proprio
ispiratore
di
quasi
tutti
i conflitti
di
questa
regione.

Le
trattative,
iniziate
a Ginevra,
si
concludono
non
senza
difficoltà
a Dayton
(Usa)
il
21
novembre
1995,
mentre
la
firma
ufficiale
e definitiva
dell'accordo
di
pace
avviene
a Parigi
il
14
dicembre
1995.
Gli
accordi
prevedono
la
bipartizione
della
Bosnia
tra
la
Republika
Srpska
e la
Federazione
croato-musulmana,
con
la
costruzione
di
un
complicato
meccanismo
istituzionale,
necessario
a mantenere
quel
poco
che
resta
di
uno
stato
unitario.
Un
meccanismo
tuttora
in
vigore
che,
se
da
una
parte
ha
evitato
finora
che
vendette
e risentimenti
tra
le
tre
comunità
sfociassero
in
un
nuovo
conflitto,
grazie
anche
alla
massiccia
presenza
militare
internazionale
dello
Sfor
(di
cui
fa
parte
anche
un
contingente
di
truppe
italiane),
dall'altra
paralizza
di
fatto
il
paese,
impedendogli
di
perseguire
uno
sviluppo
politico
più
maturo.
Le
cifre
della
guerra
in
Bosnia
Erzegovina
sono
spaventose.
I numeri,
probabilmente
in
difetto,
parlano
infatti
di
140.000
morti
tra
la
popolazione
musulmana,

97.000
tra
quella
serba,
28.000
tra
quella
croata,
senza
contare
le
oltre
12.000
persone
di
altre
nazionalità
e un
numero
incalcolabile
di
invalidi
psichici
e fisici
permanenti.
A rendere
ancor
più
drammatico
il
bilancio
del
conflitto
va
considerato
che
l'85%
delle
persone
uccise
erano
civili,
quasi
sempre
vittime
della
pulizia
etnica
(ancora
oggi
vengono
ritrovate
nuove
fosse
comuni
in
tutto
il
paese),
mentre
nel
paese
ci
sono
ancora
centinaia
di
migliaia
di
profughi,
impossibilitati
a rientrare
nelle
proprie
case
perché
si
trovano
in
territori
controllati
da
una
nazionalità
diversa
dalla
propria.
E senza
contare
le
città
danneggiate
e distrutte,
come
Sarajevo
e Mostar,
e i
centinaia
di
villaggi
spazzati
via
dalla
furia
delle
forze
in
campo.