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  la bosnia
   
  il massacro di srebrenica - cronaca di una strage
   
  È chiaro a tutti che all'inizio dell'estate del 1995 la guerra in Bosnia Erzegovina sta per finire. Le forze in campo cercano a tutti i costi di raggiungere sul campo gli obbiettivi sottoscritti tra il presidente della Federazione jugoslava, Slobodan Milošević, il presidente della comunità musulmana, Alija Izetbegović e il presidente della Croazia, Franjo Tuđman, con l'assenso delle potenze internazionali: il 51% del territorio della Bosnia ai croato-musulmani e il restante 49% ai serbo-bosniaci. Unici ostacoli i quartieri della capitale Sarajevo in mano ai serbi e le zone protette dall'Onu, vale a dire Žepa, Goražde, Biach e Srebrenica, enclave musulmane in un territorio completamente in mano alla Repubblica Srpska. In particolare a Srebrenica, un tempo graziosa cittadina termale e di minatori, e nei suoi immediati dintorni vivono dal 1993 circa 40.000 bosniaci di religione musulmana, con una nutrita presenza di profughi e di persone espulse da altre città e paesi della regione. L'assedio è duro e spietato, mancano cibo e medicine e la popolazione è allo stremo; la presenza di un contingente (francese prima e olandese poi) dell'Unprofor nella vicina Potočari, costretto al non intervento dalle disposizioni internazionali, garantisce solo che la città non capitoli definitivamente.

Improvvisamente il 30 maggio del 1995 l'Onu dichiara che le forze di interposizione dei Caschi Blu in Bosnia debbano farsi da parte. Una scelta fatale, che testimonia l'ambiguità del Palazzo di Vetro nei confronti di Srebrenica: immediatamente, il 9 luglio, l'esercito serbo-bosniaco, guidato dal generale Ratko Mladić, inizia così a bombardare la città. I Caschi Blu, obbligati al non-intervento, cercano di convincere la popolazione musulmana ad arrendersi, garantendo un intervento aereo della Nato che non arriverà mai. I serbo-bosniaci, che nel frattempo sono riusciti a farsi consegnare i loro armamenti dai Caschi Blu olandesi che temono una possibile rappresaglia nei loro confronti, entrano in città l'11 luglio a bordo dei blindati bianchi dell'Onu. La popolazione di Srebrenica si accorgerà dell'inganno troppo tardi. Le due settimane successive vedono rastrellamenti, uccisioni, stupri e fughe in massa di donne, vecchi e bambini, soprattutto verso Tuzla. Tra gli 8.000 e i 10.000 uomini dai 12 ai 77 anni vengono fatti prigionieri dalle truppe di Mladić: moriranno tutti. Divisi in gruppi di centinaia vengono trasportati a bordo di camion nei centri vicini (Bratunac, Zvornik, Kravica), dove sono massacrati e sepolti in fosse comuni in gran segreto. La città, ormai svuotata dei propri abitanti, viene così presa d'assalto da famiglie serbo-bosniache, quasi tutte profughi a loro volta, che alterano completamente la cifra etnica della cittadina.

Inizialmente negato dalle autorità serbo-bosniache e jugoslave, ciò che è successo a Srebrenica è il pìù considerevole massacro della storia europea dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja ha infatti catalogato la tragedia di Srebrenica come un vero e proprio genocidio. Fino a oggi circa 7.000 vittime sono state ritrovate fra i boschi e in fosse comuni; nel Memoriale di Potočari, al tempo stesso uno sterminato cimitero musulmano e un maestoso monumento alla memoria presso Srebrenica inaugurato nel 2003, ne sono sepolte circa 4.000, mentre oltre 2.000 corpi esumati aspettano ancora i risultati dei test del Dna eseguiti a Tuzla per essere ufficialmente identificati: un compito particolarmente diffcile, anche perché negli anni successivi alla strage i responsabili del massacro hanno fatto di tutto per nascondere le prove, svuotando molte fosse comuni originarie (primarie) e riseppellendo i cadaveri frazionati in più fosse comuni (secondarie) disseminate in un arco di 50 Km da Srebrenica. I principali responsabili sono stati accusati dal Tribunale dell'Aja come criminali di guerra.

Slobodan Milošević, presidente serbo della ex Federazione Jugoslava, è morto l'11 marzo 2006 in carcere all'Aja, mentre era in attesa di giudizio.

Radovan Karadžić, ex presidente della Republika Srpska, è attualmente detenuto nella città olandese, dopo essere stato arrestato a Belgrado il 21 luglio 2008.

Ratko Mladić è ancora latitante, potendo contare ancora su una vasta rete di connivenze e protezioni, non solo in Serbia ma anche nella Republika Srpska.

Radovan Krstić, braccio destro di Mladić, è stato condannato in via definitiva con l'accusa di essere stato uno dei principali responsabili dei fatti di Srebrenica.

Ancora oggi Srebrenica è una città spettrale, dove i segni dei bombardamenti e delle violenze sono tuttora visibili, dove mancano le infrastrutture più basilari e dove l'economia è quasi del tutto azzerata. Il governo ha comunque avviato un'opera di rientro graduale delle famiglie musulmane sfollate, anche se il processo si rivela di non facile attuazione, a causa del fatto che la maggior parte delle case non sono ancora state ricostruite.
 
 

 
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