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Dei
tanti
viaggi
fatti
in
Bosnia,
mai
uno
è
stato
uguale
ad
un
altro,
vuoi
per
i partecipanti,
vuoi
per
le
situazioni
incontrate,
così
diverse
una
dall’altra.
Così
è
stato
anche
questa
volta,
e conservo
ancora
in
me
quella
strana
sensazione
altalenante
di
gioia
e dolore.
Appena
passato
il
confine
di
Orasije
ci
fermano.
Si
procede
a senso
unico
alternato
a causa
di
una
operazione
di
sminamento.
Tutto
il
territorio
intorno
al
confine
è
un
enorme
campo
minato,
e,
finalmente,
a dieci
anni
dalla
fine
della
guerra
qualcosa
si
muove.
Mentre
siamo
in
coda
abbiamo
modo
di
vedere
gli
sminatori
all’opera,
ed
io
ho
tempo
di
ragionare
sull’insensatezza
della
guerra,
mentre
un
nuovissimo
centro
commerciale
occhieggia
poco
più
avanti.
Welcome
to
Bosnia!
Terra
di
grandi
incongruenze
dove
la
disoccupazione
ha
punte
del
90%,
ma
dove
Benetton
e tutte
le
“firme”
occidentali
aprono
negozi
per
non
si
sa
quali
clienti.
Noi,
volontari
pacifisti
di
questa
piccola
onlus,
teniamo
duro,
e continuiamo
a visitare
le
famiglie
di
profughi
facenti
parte
il
progetto
di
affido
a distanza,
portando
una
spesa
di
generi
di
prima
necessità,
ma
sopratutto
un
sorriso,
e notizie
del
donatore,
affinchè
noi
si
diventi
un
tramite
tra
due
mondi
così
diversi.
Al
ritorno
in
Italia
si
stampano
le
foto,
si
scrive
una
relazione
che
si
manda
alla
famiglia
italiana,
ed
il
cerchio
si
chiude,
in
modo
che
l’affido
a distanza
non
sia
una
sterile
elemosina
con
cui
scaricarsi
la
coscienza,
ma
diventi
un
conoscersi
reciproco,
e il
consolidarsi
di
un’amicizia.
Anche
in
questo
viaggio
i racconti
degli
amici
bosniaci
mi
accompagnano
a lungo,
per
chi
come
me
non
ha
vissuto
la
guerra,
sentire
la
mamma
di
Rijad
parlare
della
sua
prigionia
in
un
campo
di
concentramento
e della
gioia
della
liberazione,
è
davvero
un’esperienza
difficile
da
dimenticare.
Talvolta
i racconti
sono
così
duri,
che
io
non
riesco
a ripeterli.
Provo
una
sorta
di
pudore,
anzi
vergogna
per
il
genere
umano.
Visitiamo
anche
diverse
famiglie
entrate
a far
parte
del
progetto
da
pochi
mesi,
e per
loro
la
situazione
è
davvero
difficile,
in
quanto
l’aiuto
del
donatore
arriva
da
poco
tempo.
Una
di
queste
famiglie
è
quella
di
Mirza,
che,
originaria
di
Zvornik,
zona
di
feroce
pulizia
etnica
da
parte
dei
serbo-bosniaci,
vive
ora
sfollata
alla
periferia
di
Tuzla,
in
un
garage
di
pochi
metri
quadri.
Non
hanno
finestre,
ne
acqua
corrente,
ne
servizi
igienici.
L’unica
entrata
è
quella
derivante
dall’affido
a distanza.
Una
goccia
nel
mare,
certo,
ma
anche
un
piccolo
raggio
di
luce,
una
speranza,
nel
buio
di
un
dopoguerra
ormai
incancrenito,
che
non
passa
più.
Vedremo
brillare
quel
raggio
di
luce,
in
un
prossimo
viaggio,
e sarà
una
tendina
alla
finestra,
il
vezzo
di
un
tappetino
davanti
alla
porta...
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