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9-11 luglio 2005: smrti marsc (mostra fotografica)
 

ultimo aggiornamento
18.01.06 15:00

 
 
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diario di viaggio
Andiamo ragazzi sono le cinque!!
Giro per le stanze della casa e sveglio nell’ordine Luisa, Giampiero ed Andrea, i miei immagini della fuga da Srebrenica - © Ahmet Bajriccompagni di viaggio. Siamo a Tuzla, è l'8 luglio 2005. Oggi inizia la marcia della morte, il viaggio della libertà (marsc smrti, put slobodan). La marcia inversa da Tuzla a Srebrenica per ricordare la fuga di quasi 20.000 persone attraverso i boschi. Per commemorare le 8.106 persone scomparse e di molte delle quali si cercano i resti nelle centinaia di fosse comuni sparse in tutta la Bosnia Orientale. Gli zaini pronti dalla sera precedente sono già sulle nostre spalle ancor prima di chiedere la porta di casa.
L’appuntamento è per le sei nella piazza del vecchio Comune di Tuzla. Dopo venti minuti, attraverso una città ancora deserta e silenziosa, dove solo il nostro fiato ci accompagna, giungiamo sul luogo dell’appuntamento. Ci sono già sessanta persone, la maggior parte bosniache. Le riconosciamo subito per gli abbracci ed i baci che si scambiano, ma ancor prima per l’abbigliamento incredibilmente simile a quei profughi, attori loro malgrado di quei veri e propri (e tragici) reality show trasmessi sui network televisivi mondiali ai tempi del conflitto in Bosnia.
Il trasporto fino a Zhrn Vhr, da dove partirà la marcia, è garantito da dieci taxi ed un pulmino dove troviamo il primo momento di sollievo e riposo dai primi venti minuti di tragitto da casa alla piazza del Comune. Qui conosciamo Fausto di Una città e Christine, una patologa che lavora per il Centro di Identificazione delle Persone Scomparse a Tuzla.
Scortati dalla Polizia per motivi di ordine pubblico giungiamo dopo quaranta minuti sul luogo da dove inizierà la marcia. La strada sterrata nella quale scendiamo ci anticipa che la marcia non sarà cosa facile e le prime indiscrezioni dicono che oggi percorreremo circa 22 chilometri attaverso i boschi. Si contano alla partenza già trecento persone, riprese e fotografate da numerose TV locali e non. Dopo la consegna dei pass ai partecipanti, sotto la bandiera della BIH portata con fierezza in testa al corteo da due partecipanti in tenuta mimetica, che scopriremo in seguito essere reduci della difesa di Srebrenica, partiamo.

Il passo e sostenuto da subito, ma dopo circa due ore di marcia i partecipanti di testa iniziano a rallentare e l’andatura diventa più sostenibile anche per le persona più anziane. Il percorso si snoda attraverso colline di rara bellezza che la sola vista fa inesorabilmenteimmagini della fuga da Srebrenica - © Ahmet Bajric sorgere la domanda: come è stato possibile che tali paesaggi siano stati il palcoscenico di violenti crimini nei confronti di inermi civili in fuga? Le senzazioni ed i pensieri rivolti a cosa abbiano passato i profughi durante la fuga alleviano la stanchezza che inesorabile cresce e si fa sentire sempre più sullnostre gambe per il peso degli zaini ed i continui saliscendi che stiamo affrontando. Anche il terreno sotto i nostri piedi non ci aiuta a proseguire con scioltezza; appesantito dalle piogge dei giorni passati, rallenta ancora di più l’andatura. I partecipanti iniziano così ad aumentare la distanza dalla testa del corteo, ricomponendosi però ad ogni sosta davanti ai numerosi piccoli cimiteri musulmani che incontriamo lungo il tragitto, a memoria dei caduti durante il conflitto balcanico, riconoscibili dalle data, dagli anni '92 al '95.
Finalmente a mezzogiorno giungiamo al punto di ristoro ed iniziamo a socializzare con i partecipanti, seppur timidamente, scambiando qualche parola in lingua bosniaca. La fatica si fa sentire e dopo un ora di sosta però dobbiamo rimettere i nostri zaini sulle spalle e ripartiamo per raggiuingere dopo altre tre ore di cammino il primo dei campi allestiti per la notte. La mensa da campo, per l’occasione, èe già in funzione ed i cuochi preparano la cena a base di pasta ed uova sode. Davvero niente male! La serata trascorre intorno ad un falò dove Sherif, il nostro interprete di Tuzlanska Amica ha il suo da fare per tradurre i racconti dei sopravvissuti che si susseguono a ritmo incessante. La stanchezza però ha il sopravvento ed in un baleno ci ritroviamo nelle nostre tende.

Il mattino successivo alle sei siamo nuovamente in piedi per affrontare il secondo giorno di marcia: 27 chilometri. Nulla cambia rispetto al primo giorno se non il numero delle persone che ci salutano e piangono al nostro passaggio attraverso i villaggi che incontriamo lungo il cammino. Punto di arrivo Konjevic Polje.immagini della fuga da Srebrenica - © Ahmet Bajric
La marcia prosegue snodandosi tra colline e campi dove per ore non vediamo traccia di insediamenti umani. A un tratto ci fermiamo lungo un fiume la Drinacka, un affluente della Drina. Ci spiegano che questo era il confine naturale, tra il territorio serbo e quello musulmano libero. Qui perirono molte persone, perché le imboscate ai profughi da parte dei serbi erano frequenti e molti corpi venivano gettati nel fiume. La sosta dura circa un’ora e prima di rimetterci in marcia ci vengono date istruzioni sull’assetto da tenere da ora in poi. Tutti in fila per uno e senza uscire dal sentiero causa la possibile presenza di mine. Ci fanno da apripista due militari con i metal detector e due cani addestrati per la ricerca di tali ordigni. Tutto fortunatamente procede per il meglio e dopo un intero pomeriggio di alternanza di boschi, campi e piccoli villaggi, giungiamo al secondo campo per trascorrere la seconda notte sotto una pioggia battente che dalle prime ore del pomeriggio non ci ha dato tregua. Altre amicizie si stringono con i profughi e noi italiani siamo molto ben visti. Ogni gruppo di persone che si forma attorno al fuoco, dove abitualmente viene preparato il tipico caffè bosniaco, non perde occasione per invitarci a consumarlo con loro. L’ospitalità dei bosniaci del resto è proverbiale.

Ultimo giorno di marcia. La sveglia è sempre all'alba e il tempo fortunatamente è migliorato. Siamo tutti molto emozionati, oggi giungeremo a Potocari, dove ci dicono, ci stanno aspettanto molte persone già da ieri. Il percorso oggi è più lungo dei giorni precedenti, 32 chilometri, ma molto più agevole. La gente nei villaggi che attraversiamo è numerosa, ci applaudono, le donne piangono, c’è anche chi ha allestito piccoli banchetti con acqua fresca e dolci, per dirci grazie della nostra presenza. A metà mattinata affrontiamo un tratto di bosco e ci viene spiegato che per circa sei chilometri lo stretto passaggio è lo stesso attraversato dieci anni prima dai profughi in fuga. Qui abbiamo la sorpresa più agghiacciante. Guardandoci intorno durante il cammino ci accorgiamo che dal sottobosco spuntano a prova dell’avvenuto passaggio, scarpe, forchette, coltelli, brandelli di indumenti sparsi ovunque, come se il tempo si fosse fermato a quei giorni precedenti e successivi l’11 luglio 1995. La cosa sconvolge soprattutto noi stranieri e alcuni profughi ci dicono che molte persone lasciavano volontariamente capi di abbigliamento per lasciare una traccia del loro passaggio con la immagini della fuga da Srebrenica - © Ahmet Bajricsperanza che qualche familiare, dal quale avevano dovuto purtroppo separarsi, avrebbe potuto riconoscere. Mi fermo su un piatto di metallo smaltato bianco con due fori di proiettile pensando a chi, in quel piatto, sia stato servito l’ultimo pasto. Dopo questa visione il silenzio scende su tutti i partecipanti alla marcia.
Siamo a pochissimi chilometri ormai da Potocari e tutti vogliamo arrivare il prima possibile.
Ultima sosta prima di sfilare davanti al memoriale è la visita ad una fossa comune da poco scoperta dove ci attende Amor Masovic. Avevo avuto già occasione di vedere una fossa comune, ma non con i resti dei corpi ancora al suo interno. Ci raccogliamo tutti intorno ad essa e con un silenzio irreale sfiliamo lungo i quattro lati contemplando quei poveri resti umani che ci dicono appartenere a tre uomini sui 30 anni e un ragazzino di 14. Resto molto colpito dalle lacrime del portabandiera in tenuta mimetica che fino ad allora e per tutti i tre giorni, si era dimostrato un uomo da un carattere solido e forte come una roccia e che ora, invece, piangeva e si disperava come un bambino. L’emozione è talmente forte che nessuno di noi riesce a trattenere le lacrime.
Il corteo si ricompone e finalmente vediamo in lontananza il memoriale di Potocari. Due ali di donne, uomini, bambini, fotografi, operatori televisivi, si avvicinano a noi, ci applaudono senza sosta, ci ringraziano per quello che abbiamo fatto, una donna si avvicina e mi bacia... hvala, hvala (grazie, grazie) stringendomi entrambe le mani.

Siamo stanchi, gli indumenti sporchi di fango, i graffi alle caviglie ed alle braccia per i percorsi affrontati, passano in secondo piano davanti alla fierezza per ciò che abbiamo compiuto, per essere stati vicini giorno e notte a quegli uomini, a quelle donne con i quali abbiamo ripercorso e condiviso il loro immenso dolore per essere stati costretti a fuggire dalla loro terra, e per essersi separati dai loro cari che per alcuni, è stato un definitivo distacco causa la morte, e per altri più fortunati la salvezza.

A coloro che sono tornati ed a coloro che purtroppo non ce l’hanno fatta è dedicato questo mio diario di viaggio perché resti vivo il ricordo di ciò che è stata l’immensa tragedia che si è consumata a Srebrenica.
Per non dimenticare.
Ciro Cortellessa, partecipante alla marsc smrti Zvornik-Srebrenica (8-11 luglio 2005)
     
 
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