Andiamo
ragazzi
sono
le
cinque!!
Giro
per
le
stanze
della
casa
e sveglio
nell’ordine
Luisa,
Giampiero
ed
Andrea,
i miei

compagni
di
viaggio.
Siamo
a Tuzla,
è
l'8
luglio
2005.
Oggi
inizia
la
marcia
della
morte,
il
viaggio
della
libertà
(
marsc
smrti,
put
slobodan).
La
marcia
inversa
da
Tuzla
a Srebrenica
per
ricordare
la
fuga
di
quasi
20.000
persone
attraverso
i boschi.
Per
commemorare
le
8.106
persone
scomparse
e di
molte
delle
quali
si
cercano
i resti
nelle
centinaia
di
fosse
comuni
sparse
in
tutta
la
Bosnia
Orientale.
Gli
zaini
pronti
dalla
sera
precedente
sono
già
sulle
nostre
spalle
ancor
prima
di
chiedere
la
porta
di
casa.
L’appuntamento
è
per
le
sei
nella
piazza
del
vecchio
Comune
di
Tuzla.
Dopo
venti
minuti,
attraverso
una
città
ancora
deserta
e silenziosa,
dove
solo
il
nostro
fiato
ci
accompagna,
giungiamo
sul
luogo
dell’appuntamento.
Ci
sono
già
sessanta
persone,
la
maggior
parte
bosniache.
Le
riconosciamo
subito
per
gli
abbracci
ed
i baci
che
si
scambiano,
ma
ancor
prima
per
l’abbigliamento
incredibilmente
simile
a quei
profughi,
attori
loro
malgrado
di
quei
veri
e propri
(e
tragici)
reality
show
trasmessi
sui
network
televisivi
mondiali
ai
tempi
del
conflitto
in
Bosnia.
Il
trasporto
fino
a Zhrn
Vhr,
da
dove
partirà
la
marcia,
è
garantito
da
dieci
taxi
ed
un
pulmino
dove
troviamo
il
primo
momento
di
sollievo
e riposo
dai
primi
venti
minuti
di
tragitto
da
casa
alla
piazza
del
Comune.
Qui
conosciamo
Fausto
di
Una
città
e Christine,
una
patologa
che
lavora
per
il
Centro
di
Identificazione
delle
Persone
Scomparse
a Tuzla.
Scortati
dalla
Polizia
per
motivi
di
ordine
pubblico
giungiamo
dopo
quaranta
minuti
sul
luogo
da
dove
inizierà
la
marcia.
La
strada
sterrata
nella
quale
scendiamo
ci
anticipa
che
la
marcia
non
sarà
cosa
facile
e le
prime
indiscrezioni
dicono
che
oggi
percorreremo
circa
22
chilometri
attaverso
i boschi.
Si
contano
alla
partenza
già
trecento
persone,
riprese
e fotografate
da
numerose
TV
locali
e non.
Dopo
la
consegna
dei
pass
ai
partecipanti,
sotto
la
bandiera
della
BIH
portata
con
fierezza
in
testa
al
corteo
da
due
partecipanti
in
tenuta
mimetica,
che
scopriremo
in
seguito
essere
reduci
della
difesa
di
Srebrenica,
partiamo.
Il
passo
e sostenuto
da
subito,
ma
dopo
circa
due
ore
di
marcia
i partecipanti
di
testa
iniziano
a rallentare
e l’andatura
diventa
più
sostenibile
anche
per
le
persona
più
anziane.
Il
percorso
si
snoda
attraverso
colline
di
rara
bellezza
che
la
sola
vista
fa
inesorabilmente

sorgere
la
domanda:
come
è
stato
possibile
che
tali
paesaggi
siano
stati
il
palcoscenico
di
violenti
crimini
nei
confronti
di
inermi
civili
in
fuga?
Le
senzazioni
ed
i pensieri
rivolti
a cosa
abbiano
passato
i profughi
durante
la
fuga
alleviano
la
stanchezza
che
inesorabile
cresce
e si
fa
sentire
sempre
più
sullnostre
gambe
per
il
peso
degli
zaini
ed
i continui
saliscendi
che
stiamo
affrontando.
Anche
il
terreno
sotto
i nostri
piedi
non
ci
aiuta
a proseguire
con
scioltezza;
appesantito
dalle
piogge
dei
giorni
passati,
rallenta
ancora
di
più
l’andatura.
I partecipanti
iniziano
così
ad
aumentare
la
distanza
dalla
testa
del
corteo,
ricomponendosi
però
ad
ogni
sosta
davanti
ai
numerosi
piccoli
cimiteri
musulmani
che
incontriamo
lungo
il
tragitto,
a memoria
dei
caduti
durante
il
conflitto
balcanico,
riconoscibili
dalle
data,
dagli
anni
'92
al
'95.
Finalmente
a mezzogiorno
giungiamo
al
punto
di
ristoro
ed
iniziamo
a socializzare
con
i partecipanti,
seppur
timidamente,
scambiando
qualche
parola
in
lingua
bosniaca.
La
fatica
si
fa
sentire
e dopo
un
ora
di
sosta
però
dobbiamo
rimettere
i nostri
zaini
sulle
spalle
e ripartiamo
per
raggiuingere
dopo
altre
tre
ore
di
cammino
il
primo
dei
campi
allestiti
per
la
notte.
La
mensa
da
campo,
per
l’occasione,
èe
già
in
funzione
ed
i cuochi
preparano
la
cena
a base
di
pasta
ed
uova
sode.
Davvero
niente
male!
La
serata
trascorre
intorno
ad
un
falò
dove
Sherif,
il
nostro
interprete
di
Tuzlanska
Amica
ha
il
suo
da
fare
per
tradurre
i racconti
dei
sopravvissuti
che
si
susseguono
a ritmo
incessante.
La
stanchezza
però
ha
il
sopravvento
ed
in
un
baleno
ci
ritroviamo
nelle
nostre
tende.
Il
mattino
successivo
alle
sei
siamo
nuovamente
in
piedi
per
affrontare
il
secondo
giorno
di
marcia:
27
chilometri.
Nulla
cambia
rispetto
al
primo
giorno
se
non
il
numero
delle
persone
che
ci
salutano
e piangono
al
nostro
passaggio
attraverso
i villaggi
che
incontriamo
lungo
il
cammino.
Punto
di
arrivo
Konjevic
Polje.

La
marcia
prosegue
snodandosi
tra
colline
e campi
dove
per
ore
non
vediamo
traccia
di
insediamenti
umani.
A un
tratto
ci
fermiamo
lungo
un
fiume
la
Drinacka,
un
affluente
della
Drina.
Ci
spiegano
che
questo
era
il
confine
naturale,
tra
il
territorio
serbo
e quello
musulmano
libero.
Qui
perirono
molte
persone,
perché
le
imboscate
ai
profughi
da
parte
dei
serbi
erano
frequenti
e molti
corpi
venivano
gettati
nel
fiume.
La
sosta
dura
circa
un’ora
e prima
di
rimetterci
in
marcia
ci
vengono
date
istruzioni
sull’assetto
da
tenere
da
ora
in
poi.
Tutti
in
fila
per
uno
e senza
uscire
dal
sentiero
causa
la
possibile
presenza
di
mine.
Ci
fanno
da
apripista
due
militari
con
i
metal
detector
e due
cani
addestrati
per
la
ricerca
di
tali
ordigni.
Tutto
fortunatamente
procede
per
il
meglio
e dopo
un
intero
pomeriggio
di
alternanza
di
boschi,
campi
e piccoli
villaggi,
giungiamo
al
secondo
campo
per
trascorrere
la
seconda
notte
sotto
una
pioggia
battente
che
dalle
prime
ore
del
pomeriggio
non
ci
ha
dato
tregua.
Altre
amicizie
si
stringono
con
i profughi
e noi
italiani
siamo
molto
ben
visti.
Ogni
gruppo
di
persone
che
si
forma
attorno
al
fuoco,
dove
abitualmente
viene
preparato
il
tipico
caffè
bosniaco,
non
perde
occasione
per
invitarci
a consumarlo
con
loro.
L’ospitalità
dei
bosniaci
del
resto
è
proverbiale.
Ultimo
giorno
di
marcia.
La
sveglia
è
sempre
all'alba
e il
tempo
fortunatamente
è
migliorato.
Siamo
tutti
molto
emozionati,
oggi
giungeremo
a Potocari,
dove
ci
dicono,
ci
stanno
aspettanto
molte
persone
già
da
ieri.
Il
percorso
oggi
è
più
lungo
dei
giorni
precedenti,
32
chilometri,
ma
molto
più
agevole.
La
gente
nei
villaggi
che
attraversiamo
è
numerosa,
ci
applaudono,
le
donne
piangono,
c’è
anche
chi
ha
allestito
piccoli
banchetti
con
acqua
fresca
e dolci,
per
dirci
grazie
della
nostra
presenza.
A metà
mattinata
affrontiamo
un
tratto
di
bosco
e ci
viene
spiegato
che
per
circa
sei
chilometri
lo
stretto
passaggio
è
lo
stesso
attraversato
dieci
anni
prima
dai
profughi
in
fuga.
Qui
abbiamo
la
sorpresa
più
agghiacciante.
Guardandoci
intorno
durante
il
cammino
ci
accorgiamo
che
dal
sottobosco
spuntano
a prova
dell’avvenuto
passaggio,
scarpe,
forchette,
coltelli,
brandelli
di
indumenti
sparsi
ovunque,
come
se
il
tempo
si
fosse
fermato
a quei
giorni
precedenti
e successivi
l’11
luglio
1995.
La
cosa
sconvolge
soprattutto
noi
stranieri
e alcuni
profughi
ci
dicono
che
molte
persone
lasciavano
volontariamente
capi
di
abbigliamento
per
lasciare
una
traccia
del
loro
passaggio
con
la

speranza
che
qualche
familiare,
dal
quale
avevano
dovuto
purtroppo
separarsi,
avrebbe
potuto
riconoscere.
Mi
fermo
su
un
piatto
di
metallo
smaltato
bianco
con
due
fori
di
proiettile
pensando
a chi,
in
quel
piatto,
sia
stato
servito
l’ultimo
pasto.
Dopo
questa
visione
il
silenzio
scende
su
tutti
i partecipanti
alla
marcia.
Siamo
a pochissimi
chilometri
ormai
da
Potocari
e tutti
vogliamo
arrivare
il
prima
possibile.
Ultima
sosta
prima
di
sfilare
davanti
al
memoriale
è
la
visita
ad
una
fossa
comune
da
poco
scoperta
dove
ci
attende
Amor
Masovic.
Avevo
avuto
già
occasione
di
vedere
una
fossa
comune,
ma
non
con
i resti
dei
corpi
ancora
al
suo
interno.
Ci
raccogliamo
tutti
intorno
ad
essa
e con
un
silenzio
irreale
sfiliamo
lungo
i quattro
lati
contemplando
quei
poveri
resti
umani
che
ci
dicono
appartenere
a tre
uomini
sui
30
anni
e un
ragazzino
di
14.
Resto
molto
colpito
dalle
lacrime
del
portabandiera
in
tenuta
mimetica
che
fino
ad
allora
e per
tutti
i tre
giorni,
si
era
dimostrato
un
uomo
da
un
carattere
solido
e forte
come
una
roccia
e che
ora,
invece,
piangeva
e si
disperava
come
un
bambino.
L’emozione
è
talmente
forte
che
nessuno
di
noi
riesce
a trattenere
le
lacrime.
Il
corteo
si
ricompone
e finalmente
vediamo
in
lontananza
il
memoriale
di
Potocari.
Due
ali
di
donne,
uomini,
bambini,
fotografi,
operatori
televisivi,
si
avvicinano
a noi,
ci
applaudono
senza
sosta,
ci
ringraziano
per
quello
che
abbiamo
fatto,
una
donna
si
avvicina
e mi
bacia...
hvala,
hvala
(
grazie,
grazie)
stringendomi
entrambe
le
mani.
Siamo
stanchi,
gli
indumenti
sporchi
di
fango,
i graffi
alle
caviglie
ed
alle
braccia
per
i percorsi
affrontati,
passano
in
secondo
piano
davanti
alla
fierezza
per
ciò
che
abbiamo
compiuto,
per
essere
stati
vicini
giorno
e notte
a quegli
uomini,
a quelle
donne
con
i quali
abbiamo
ripercorso
e condiviso
il
loro
immenso
dolore
per
essere
stati
costretti
a fuggire
dalla
loro
terra,
e per
essersi
separati
dai
loro
cari
che
per
alcuni,
è
stato
un
definitivo
distacco
causa
la
morte,
e per
altri
più
fortunati
la
salvezza.
A coloro
che
sono
tornati
ed
a coloro
che
purtroppo
non
ce
l’hanno
fatta
è
dedicato
questo
mio
diario
di
viaggio
perché
resti
vivo
il
ricordo
di
ciò
che
è
stata
l’immensa
tragedia
che
si
è
consumata
a Srebrenica.
Per
non
dimenticare.