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3 giugno 2006: a come srebrenica a sinnai
 

ultimo aggiornamento
24.06.06 16:37

 
 
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Un alfabeto da reinventare: “A come Srebrenica” di Roberta Biagiarelli
L’orrore della guerra ‘etnica’ in un intenso, lucido monologo sulla presa della città
  
La storia in scena: “A come Srebrenica” di Roberta Biagiarelli
Al Teatro Civico di Sinnai la storia amara di una tragedia annunciata
 
Cronache dall’inferno: poetico e struggente viaggio nell’orrore della guerra ‘etnica’, A come Srebrenica di Roberta Biagiarelli e Giovanna Giovannozzi, in scena nei giorni scorsi al Teatro Civico di Sinnai, affronta una pagina drammatica della storia recente, che ha dilaniato i Balcani in un crescendo di violenze e efferatezze che ha visto il vicino di casa trasformarsi improvvisamente in un nemico, pronto a sgozzare tuo fratello davanti alla porta di casa per una banale lite di condominio. In un emozionante monologo, incastonato tra le parole dell’Antigone di Sofocle riscritta da Bertold Brecht sulla ferocia dell’uomo sull’uomo, l’attrice ripercorre la tragedia annunciata nell’esplosione di una follia collettiva che si traduce in odio insensato, e culmina nella presa della piccola cittadina di terme e di minatori, assediata dall’inizio del conflitto e venduta ai serbi sul tavolo della pace. Il mito della Grande Serbia trasforma la conquista di Srebrenica, zona protetta dell’Onu, nel teatro di un massacro, in cui si consuma il più grande genocidio in Europa della seconda metà del Novecento, con quasi diecimila vittime della pulizia etnica, soprattutto uomini, vecchi e ragazzi, gettati nelle fosse comuni.
Lo spettacolo ideato, scritto e interpretato da Roberta Biagiarelli con la regia di Simona Gonella, è costruito come una partitura scenica, una danza sul filo delle parole di un testo denso, senza immagini e musiche, una sequenza ritmica rigorosa in cui ogni gesto si carica di significato, una scenografia scarna con pochi oggetti, un tappeto, una sedia, un tavolo, a sottolineare l’essenzialità di un teatro di narrazione. Il racconto si apre sul ricordo infantile del gioco dell’alfabeto che diventa lo spunto per riscrivere una storia dimenticata, partendo dalla lettera a: A come Srebrenica, appunto, e come aggrediti e aggressori, e come l’atto d’accusa del tribunale dell’Aja contro l’ex presidente della Republika Srpska Radovan Karadzic e il suo generale Ratko Mladic, considerati criminali di guerra...
Vincitore del premio per la drammaturgia Gherardo Gherardi dedicato a Pier Paolo Pasolini, A come Srebrenica è ora diventato il cuore di un film documentario, Souvenir Srebrenica diretto da Luca Rosini, su soggetto di Alberto Bougleux, Luca Rosini e della stessa Roberta Biagiarelli, in concorso al Bellaria Film Festival, che racconta il passato, il presente e il futuro della Bosnia Erzegovina.
 
Così Roberta Biagiarelli descrive l’origine dello spettacolo:
 
Questo lavoro nasce da un incontro con il giornalista Luca Rastello, che si è occupato tantissimo di guerra di Bosnia, autore de La guerra in casa, pubblicato da Einaudi, che secondo me è uno dei libri più belli scritti su quella guerra ... tra l’altro si fa anche molta fatica a trovarlo. L’ultimo capitolo è dedicato agli angeli di Srebrenica. Io lo lessi nel lontano 1998 e ne rimasi colpitissima, e decisi che ne volevo fare qualcosa, che volevo usare il teatro per raccontare questa vicenda, per farla conoscere anche agli altri. E così è iniziato il lavoro di ricerca storica, la ricostruzione dei tre anni di assedio di Srebrenica, e del massacro finale: Giovanna, io e Simona Gonella, la regista che mi ha diretta in questo monologo, ci siamo messe a studiare montagne di letteratura balcanica, per capire, conoscere e il nostro maestro è stato ovviamente Paolo Rumiz. Ci siamo messe a spulciare tutti i capi d’imputazione depositati al tribunale penale dell’Aia, abbiamo cominciato ad andare in Bosnia, a parlare coi profughi, a raccogliere le loro testimonianze; questo lavoro si è svolto nell’arco di più di un anno, fino a chiudersi nella scrittura drammaturgica di A come Srebrenica.
 
Quasi un viaggio agli inferi, ma che riesci a rendere perfino con leggerezza...
Abbiamo scelto anche di giocare sull’ironia, perché una cosa che i bosniaci ti insegnano è proprio questo modo di ridersi addosso: nelle situazioni più crudeli, più efferate, c’era comunque la vita; e la cosa che tu scopri parlando con i protagonisti è che loro nell’assedio mangiavano, dormivano, facevano all’amore, facevano bambini, c’è una quotidianità che tu non ti immagini dentro la guerra.
E poi volevo essere cruda, secca nel dire questo testo, perché è talmente, se vuoi, retorico, ridondante, pieno di pathos, che rischierebbe di accavallarsi ad altre cose, le immagini, le musiche... invece questa parola secca appunto ti taglia, e tu resti agghiacciata, certe cose se le dici in maniera più asettica, rispetto al piangerci sopra, è come se acquistassero più forza.
 
Davvero quest’illusione della città protetta c’era stata...
Sì, in molti ci hanno creduto fino a che però si è capito che invece essere protetti era peggio che non esserlo, e infatti è proprio il fatto di essere dichiarati in zona protetta che li mette in questa situazione paradossale, muoiono come topi nella fogna, e questa è veramente la cosa più crudele, illuderti che ti salverai, e poi invece finire sgozzato.
 
Ed è come se ci si avvicinasse alla storia in punta dei piedi, dall’assurdità delle prime vittime... E’ una guerra che comincia nelle campagne, le città erano luoghi di cultura, sull’eco della propaganda: un vicino di casa che un giorno ti sgozza tuo fratello davanti a casa, e sale l’odio, la paura... In Srebrenica le vittime sono i musulmani, 12.000, non solo tra gli abitanti ma anche tra i musulmani dei villaggi attorno che si erano rifugiati in città. Poi comunque le vittime sono sempre vittime, da entrambe le parti. Certo che adesso c’è questo alzare un po’ il tiro, anche noi abbiamo avuto i nostri morti... vero è che i serbi morti però erano armati, e non erano civili inermi presi e sgozzati così lungo la strada, c’è una differenza..
 
E il presente, che tu hai visto, com’è?
Un disastro, è un posto che puzza di morte. Nel documentario c’è un’introduzione di Paolo Rumiz che fa un ritratto molto fedele di come è Srebrenica oggi, dove le persone fanno picnic sulle tombe fresche, questa è la loro realtà: vivere in mezzo alla morte, e però cercare di darsi la vita.
di Anna Brotzu
Week, 9 giugno 2006, settimanale a diffusione locale
Boluntariau. Il 3 Giugno al Teatro Comunale di Sinnai
La guerra nella ex Jugoslavia arriva a Sinnai. Con uno spettacolo che andrà in scena nel teatro comunale il 3 Giugno alle ore 21,00, grazie all'impegno di Massimo Ligas e della sua associazione Macondo Tre (www.macondo3.org). Il mese scorso è stato in Bosnia per un contatto diretto con questa realtà, per far visita ai bambini che beneficiano degli aiuti portati dall'associazione.
La serata di Sinnai rientra in un progetto più vasto di solidarietà in favore dei bambini Bosniaci del cantone di Tuzla (Bosnia orientale) dove ancora oggi esistono i campi profughi che ospitano decine di migliaia di sfollati. È un tema molto attuale se pensiamo ala problematica dell'uranio impoverito (anche a Perdasdefogu), ai sempre più stretti raporti tra la malavita balcanica e le cosche italiane per il controllo delle vie della droga, alle truppe italiane nel Kosovo e così via.
Lo spettacolo è un monologo che ci racconta in maniera coraggiosa la dinamica di uno degli episodi più emblematici della guerra: la presa della città di Srebrenica da parte dell'esercito Serbo. L'attrice professionista Roberta Biagiarelli ci racconta per novanta minuti storie incredibili, accusa singole persone ridicolizzando le loro azioni, se la prende con l'ONU, con la NATO, con tutti quelli che secondo lei hanno avuto un ruolo determinante, senza peli sulla lingua.
Di seguito la testimonianza di Massimo.
Carissimi amici di Su Bandu, sono appena rientrato da Tuzla, in Bosnia, dove ho potuto toccare con mano l'operato dell'associazione di cui faccio parte. E' stata un'esperienza forte, che mi ha convinto ancora di più della bontà del progetto.  
Nelle guerre che sino al 1991 hanno dilaniato la ex Jugoslavia l'episodio della città di Srebrenica risulta importante per capire cosa è successo più in generale. Tutti noi ricordiamo l'assedio di Sarajevo, la guerra nel Kosovo, le bombe
NATO, ma Srebrenica? Le motivazioni del conflitto sono molteplici ma grandissimo peso ebbe il sogno della GRANDE SERBIA portato avanti da Slobodan Milosevic. Slobo, come era amichevolmente conosciuto, avrebbe voluto controllare tutti gli stati della ex Jugoslavia in qualità di rapresentante del popolo numericamente più presente, i Serbi. Ma la Slovenia, fortissima economicamente, votò a favore di uno stato indipendente e fu la prima a staccarsi dalla Jugoslavia. Milosevic capi che il suo progetto non sarebbe mai andato avanti e decise allora che tutti i territori abitati anche solo in parte dai Serbi, sarebbero divenuti Serbia. Inizia così il disegno folle di un uomo che, facendo leva sulle forti spinte nazionaliste presenti soprattutto tra il popolo Serbo, mirava alla costituzione della GRANDE SERBIA. In pratica si trattava di conquistare militarmente parte della Bosnia Erzegovina e parte della Croazia, riprendersi il Kosovo (provincia serba ma con una autonomia politica importante ricevuta direttamente da Tito) ma soprattutto eliminare fisicamente tutti quelli che serbi non erano. Nascono così i campi di concentramento, le lunghe colonne di profughi in fuga, le città assediate, i massacri, le fosse comuni, il genocidio del popolo musulmano. Viene spontaneo chiedersi come tutto ciò sia stato possibile, com'è che Darko, studente universitario, si trova all'improvviso a sparare ai bambini da dietro una finestra con le spalle ben coperte. Perchè il mestiere di cecchino non te lo inventi da solo, non lo concepisci nemmeno, ma se ti ammazzano un amico, se ti imbottiscono di droga, se ti riempiono di paura allora...
Ma Srebrenica? Era una cittadina di 4.000 abitanti, con una economia fiorente, meta turistica di moltissimi jugoslavi per la bontà delle sue terme, ricca d'argento e abitata da musulmani e cristiani, cattolici e ortodossi. Il 40% dei matrimoni avvenivano tra etnie miste, la convivenza interetnica era pacifica, accanto alla moschea c'era una chiesa ortodossa e poco più giu quella cristiana. Questa tranquilla cittadina aveva due difetti: i musulmani erano la maggioranza e la città si trovava in territorio serbo. Era una enclave musulmana. Dopo averla assediata per tre anni l'esercito serbo, facendosi beffa delle forze
ONU che la proteggevano, entra a Srebrenica e massacra tutti gli abitanti di sesso maschile tra i 7 ed i 77 anni. In totale 12.000 persone. Ci vollero ben TRE giorni, ma alla fine ci riuscirono. Srebrenica e le città vicine produssero un flusso di profughi che trovò pace (si fa per dire) attorno alla città di Tuzla, un centinaio di km più a nord. Oggi sono in 160.000, tutti musulmani, quasi tutte donne e bambini, che vivono come possono nelle campagne attorno alla città. Ma non ce la fanno, non possono farcela, il 95% è senza lavoro e moltissimi soffrono di una sindrome chiamata da stress post-traumatico. Chi ha vissuto la guerra difficilmente ve la racconta, forse perchè difficilmente è ancora in grado di farlo. Una guerra che è stata caratterizzata da un odio violento, che ha unito al sadismo puro le pratiche di tortura più infami, compresa la riesumazione dei cadaveri dalle fosse comuni per delocalizzarli in altre fosse secondarie e poi ancora terziarie nel tentativo di cancellarne definitivamente l'identità. Non a caso uno degli obiettivi principali dell'esercito serbo sono sempre stati gli uffici anagrafici! Obiettivo dichiarato era l'eliminazione totale, anche dalla memoria storica, di un'intera etnia. Oggi i bambini Bosniaci sono gli unici che potrebbero dimenticare, per non averla vissuta direttamente, l'esperienza della guerra nella ex jugoslavia. Sono loro il futuro di un popolo che impiegherà generazioni prima di potersi riprendere ma che da qualche parte deve pure iniziare. Ed è per questo che il progetto Macondo mi sembra credibile, che l'idea di adottare un bimbo bosniaco a distanza mi sembra importante, l'idea di far si che possa curarsi, studiare, crescere sapendo che oltre il suo esistono anche altri mondi che vale la pena conoscere.
di Amos Cardia
Bandu numero 4, giugno 2006, mensile a diffusione locale
 
 
 
 
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