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ultimo
aggiornamento
24.06.06 16:37
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Un
alfabeto
da reinventare:
“A
come
Srebrenica”
di Roberta
Biagiarelli
L’orrore
della
guerra
‘etnica’
in un
intenso,
lucido
monologo
sulla
presa
della
città
La storia
in scena:
“A
come
Srebrenica”
di Roberta
Biagiarelli
Al Teatro
Civico
di Sinnai
la storia
amara
di una
tragedia
annunciata |
|
Cronache
dall’inferno:
poetico
e struggente
viaggio
nell’orrore
della
guerra
‘etnica’,
A
come
Srebrenica
di
Roberta
Biagiarelli
e Giovanna
Giovannozzi,
in
scena
nei
giorni
scorsi
al
Teatro
Civico
di
Sinnai,
affronta
una
pagina
drammatica
della
storia
recente,
che
ha
dilaniato
i Balcani
in
un
crescendo
di
violenze
e efferatezze
che
ha
visto
il
vicino
di
casa
trasformarsi
improvvisamente
in
un
nemico,
pronto
a
sgozzare
tuo
fratello
davanti
alla
porta
di
casa
per
una
banale
lite
di
condominio.
In
un
emozionante
monologo,
incastonato
tra
le
parole
dell’Antigone
di
Sofocle
riscritta
da
Bertold
Brecht
sulla
ferocia
dell’uomo
sull’uomo,
l’attrice
ripercorre
la
tragedia
annunciata
nell’esplosione
di
una
follia
collettiva
che
si
traduce
in
odio
insensato,
e culmina
nella
presa
della
piccola
cittadina
di
terme
e di
minatori,
assediata
dall’inizio
del
conflitto
e venduta
ai
serbi
sul
tavolo
della
pace.
Il
mito
della
Grande
Serbia
trasforma
la
conquista
di
Srebrenica,
zona
protetta
dell’Onu,
nel
teatro
di
un
massacro,
in
cui
si
consuma
il
più
grande
genocidio
in
Europa
della
seconda
metà
del
Novecento,
con
quasi
diecimila
vittime
della
pulizia
etnica,
soprattutto
uomini,
vecchi
e ragazzi,
gettati
nelle
fosse
comuni.
Lo
spettacolo
ideato,
scritto
e interpretato
da
Roberta
Biagiarelli
con
la
regia
di
Simona
Gonella,
è
costruito
come
una
partitura
scenica,
una
danza
sul
filo
delle
parole
di
un
testo
denso,
senza
immagini
e musiche,
una
sequenza
ritmica
rigorosa
in
cui
ogni
gesto
si
carica
di
significato,
una
scenografia
scarna
con
pochi
oggetti,
un
tappeto,
una
sedia,
un
tavolo,
a sottolineare
l’essenzialità
di
un
teatro
di
narrazione.
Il
racconto
si
apre
sul
ricordo
infantile
del
gioco
dell’alfabeto
che
diventa
lo
spunto
per
riscrivere
una
storia
dimenticata,
partendo
dalla
lettera
a:
A
come
Srebrenica,
appunto,
e come
aggrediti
e aggressori,
e come
l’atto
d’accusa
del
tribunale
dell’Aja
contro
l’ex
presidente
della
Republika
Srpska
Radovan
Karadzic
e il
suo
generale
Ratko
Mladic,
considerati
criminali
di
guerra...
Vincitore
del
premio
per
la
drammaturgia
Gherardo
Gherardi
dedicato
a Pier
Paolo
Pasolini,
A
come
Srebrenica
è
ora
diventato
il
cuore
di
un
film
documentario,
Souvenir
Srebrenica
diretto
da
Luca
Rosini,
su
soggetto
di
Alberto
Bougleux,
Luca
Rosini
e della
stessa
Roberta
Biagiarelli,
in
concorso
al
Bellaria
Film
Festival,
che
racconta
il
passato,
il
presente
e il
futuro
della
Bosnia
Erzegovina.
Così
Roberta
Biagiarelli
descrive
l’origine
dello
spettacolo:
Questo
lavoro
nasce
da
un
incontro
con
il
giornalista
Luca
Rastello,
che
si
è
occupato
tantissimo
di
guerra
di
Bosnia,
autore
de
La
guerra
in
casa,
pubblicato
da
Einaudi,
che
secondo
me
è
uno
dei
libri
più
belli
scritti
su
quella
guerra
...
tra
l’altro
si
fa
anche
molta
fatica
a trovarlo.
L’ultimo
capitolo
è
dedicato
agli
angeli
di
Srebrenica.
Io
lo
lessi
nel
lontano
1998
e ne
rimasi
colpitissima,
e decisi
che
ne
volevo
fare
qualcosa,
che
volevo
usare
il
teatro
per
raccontare
questa
vicenda,
per
farla
conoscere
anche
agli
altri.
E così
è
iniziato
il
lavoro
di
ricerca
storica,
la
ricostruzione
dei
tre
anni
di
assedio
di
Srebrenica,
e del
massacro
finale:
Giovanna,
io
e Simona
Gonella,
la
regista
che
mi
ha
diretta
in
questo
monologo,
ci
siamo
messe
a studiare
montagne
di
letteratura
balcanica,
per
capire,
conoscere
e il
nostro
maestro
è
stato
ovviamente
Paolo
Rumiz.
Ci
siamo
messe
a spulciare
tutti
i capi
d’imputazione
depositati
al
tribunale
penale
dell’Aia,
abbiamo
cominciato
ad
andare
in
Bosnia,
a parlare
coi
profughi,
a raccogliere
le
loro
testimonianze;
questo
lavoro
si
è
svolto
nell’arco
di
più
di
un
anno,
fino
a chiudersi
nella
scrittura
drammaturgica
di
A
come
Srebrenica.
Quasi
un
viaggio
agli
inferi,
ma
che
riesci
a rendere
perfino
con
leggerezza...
Abbiamo
scelto
anche
di
giocare
sull’ironia,
perché
una
cosa
che
i bosniaci
ti
insegnano
è
proprio
questo
modo
di
ridersi
addosso:
nelle
situazioni
più
crudeli,
più
efferate,
c’era
comunque
la
vita;
e la
cosa
che
tu
scopri
parlando
con
i protagonisti
è
che
loro
nell’assedio
mangiavano,
dormivano,
facevano
all’amore,
facevano
bambini,
c’è
una
quotidianità
che
tu
non
ti
immagini
dentro
la
guerra.
E poi
volevo
essere
cruda,
secca
nel
dire
questo
testo,
perché
è
talmente,
se
vuoi,
retorico,
ridondante,
pieno
di
pathos,
che
rischierebbe
di
accavallarsi
ad
altre
cose,
le
immagini,
le
musiche...
invece
questa
parola
secca
appunto
ti
taglia,
e tu
resti
agghiacciata,
certe
cose
se
le
dici
in
maniera
più
asettica,
rispetto
al
piangerci
sopra,
è
come
se
acquistassero
più
forza.
Davvero
quest’illusione
della
città
protetta
c’era
stata...
Sì,
in
molti
ci
hanno
creduto
fino
a che
però
si
è
capito
che
invece
essere
protetti
era
peggio
che
non
esserlo,
e infatti
è
proprio
il
fatto
di
essere
dichiarati
in
zona
protetta
che
li
mette
in
questa
situazione
paradossale,
muoiono
come
topi
nella
fogna,
e questa
è
veramente
la
cosa
più
crudele,
illuderti
che
ti
salverai,
e poi
invece
finire
sgozzato.
Ed
è
come
se
ci
si
avvicinasse
alla
storia
in
punta
dei
piedi,
dall’assurdità
delle
prime
vittime...
E’
una
guerra
che
comincia
nelle
campagne,
le
città
erano
luoghi
di
cultura,
sull’eco
della
propaganda:
un
vicino
di
casa
che
un
giorno
ti
sgozza
tuo
fratello
davanti
a casa,
e sale
l’odio,
la
paura...
In
Srebrenica
le
vittime
sono
i musulmani,
12.000,
non
solo
tra
gli
abitanti
ma
anche
tra
i musulmani
dei
villaggi
attorno
che
si
erano
rifugiati
in
città.
Poi
comunque
le
vittime
sono
sempre
vittime,
da
entrambe
le
parti.
Certo
che
adesso
c’è
questo
alzare
un
po’
il
tiro,
anche
noi
abbiamo
avuto
i nostri
morti...
vero
è
che
i serbi
morti
però
erano
armati,
e non
erano
civili
inermi
presi
e sgozzati
così
lungo
la
strada,
c’è
una
differenza..
E il
presente,
che
tu
hai
visto,
com’è?
Un
disastro,
è
un
posto
che
puzza
di
morte.
Nel
documentario
c’è
un’introduzione
di
Paolo
Rumiz
che
fa
un
ritratto
molto
fedele
di
come
è
Srebrenica
oggi,
dove
le
persone
fanno
picnic
sulle
tombe
fresche,
questa
è
la
loro
realtà:
vivere
in
mezzo
alla
morte,
e però
cercare
di
darsi
la
vita. |
di
Anna
Brotzu
Week,
9 giugno
2006,
settimanale
a diffusione
locale
|
|
| Boluntariau.
Il 3
Giugno
al Teatro
Comunale
di Sinnai |
La
guerra
nella
ex
Jugoslavia
arriva
a Sinnai.
Con
uno
spettacolo
che
andrà
in
scena
nel
teatro
comunale
il
3 Giugno
alle
ore
21,00,
grazie
all'impegno
di
Massimo
Ligas
e della
sua
associazione
Macondo Tre
(www.macondo3.org).
Il
mese
scorso
è
stato
in
Bosnia
per
un
contatto
diretto
con
questa
realtà,
per
far
visita
ai
bambini
che
beneficiano
degli
aiuti
portati
dall'associazione.
La
serata
di
Sinnai
rientra
in
un
progetto
più
vasto
di
solidarietà
in
favore
dei
bambini
Bosniaci
del
cantone
di
Tuzla
(Bosnia
orientale) dove
ancora
oggi
esistono
i campi
profughi
che
ospitano
decine
di
migliaia
di
sfollati.
È
un
tema
molto
attuale
se
pensiamo
ala
problematica
dell'uranio
impoverito
(anche
a Perdasdefogu),
ai
sempre
più
stretti
raporti
tra
la
malavita
balcanica
e le
cosche
italiane
per
il
controllo
delle
vie
della
droga,
alle
truppe
italiane
nel
Kosovo
e così
via.
Lo
spettacolo
è
un
monologo
che
ci
racconta
in
maniera
coraggiosa
la
dinamica
di
uno
degli
episodi
più
emblematici
della
guerra:
la
presa
della
città
di
Srebrenica
da
parte
dell'esercito
Serbo.
L'attrice
professionista
Roberta
Biagiarelli
ci
racconta
per
novanta
minuti
storie
incredibili,
accusa
singole
persone
ridicolizzando
le
loro
azioni,
se
la
prende
con
l'ONU,
con
la
NATO,
con
tutti
quelli
che
secondo
lei
hanno
avuto
un
ruolo
determinante,
senza
peli
sulla
lingua.
Di
seguito
la
testimonianza
di
Massimo.
Carissimi
amici
di
Su
Bandu,
sono
appena
rientrato
da
Tuzla,
in
Bosnia,
dove
ho
potuto
toccare
con
mano
l'operato
dell'associazione
di
cui
faccio
parte.
E'
stata
un'esperienza
forte,
che
mi
ha
convinto
ancora
di
più
della
bontà
del
progetto.
Nelle
guerre
che
sino
al
1991
hanno
dilaniato
la
ex
Jugoslavia
l'episodio
della
città
di
Srebrenica
risulta
importante
per
capire
cosa è
successo più
in
generale.
Tutti
noi
ricordiamo
l'assedio
di
Sarajevo, la
guerra nel
Kosovo,
le
bombe
NATO,
ma
Srebrenica?
Le
motivazioni
del
conflitto
sono
molteplici
ma
grandissimo
peso
ebbe
il
sogno
della
GRANDE
SERBIA
portato
avanti
da
Slobodan
Milosevic.
Slobo,
come
era
amichevolmente
conosciuto,
avrebbe
voluto
controllare
tutti
gli
stati
della
ex
Jugoslavia
in
qualità
di
rapresentante
del
popolo
numericamente
più
presente,
i Serbi.
Ma
la
Slovenia,
fortissima
economicamente,
votò
a favore
di
uno
stato
indipendente
e fu
la
prima
a staccarsi
dalla
Jugoslavia.
Milosevic
capi
che
il
suo
progetto
non
sarebbe
mai
andato
avanti
e decise
allora
che
tutti
i territori
abitati
anche
solo
in
parte
dai
Serbi,
sarebbero
divenuti
Serbia.
Inizia
così
il
disegno
folle
di
un
uomo
che,
facendo
leva
sulle
forti
spinte
nazionaliste
presenti
soprattutto
tra
il
popolo
Serbo,
mirava
alla
costituzione
della
GRANDE
SERBIA.
In
pratica
si
trattava
di
conquistare
militarmente
parte
della
Bosnia
Erzegovina
e parte
della
Croazia,
riprendersi
il
Kosovo
(provincia
serba
ma
con
una
autonomia
politica
importante
ricevuta
direttamente
da
Tito)
ma
soprattutto
eliminare
fisicamente
tutti
quelli
che
serbi
non
erano.
Nascono
così
i campi
di
concentramento,
le
lunghe
colonne
di
profughi
in
fuga,
le
città
assediate,
i massacri,
le
fosse
comuni,
il
genocidio
del
popolo
musulmano.
Viene
spontaneo
chiedersi
come
tutto
ciò
sia
stato
possibile,
com'è
che
Darko,
studente
universitario,
si
trova
all'improvviso
a sparare
ai
bambini
da
dietro
una
finestra
con
le
spalle
ben
coperte.
Perchè
il
mestiere
di
cecchino
non
te
lo
inventi
da
solo,
non
lo
concepisci
nemmeno,
ma
se
ti
ammazzano
un
amico,
se
ti
imbottiscono
di
droga,
se
ti
riempiono
di
paura
allora...
Ma
Srebrenica?
Era
una
cittadina
di
4.000
abitanti, con
una
economia
fiorente,
meta
turistica
di
moltissimi
jugoslavi
per
la
bontà
delle
sue
terme,
ricca
d'argento
e abitata
da
musulmani
e cristiani,
cattolici
e ortodossi.
Il
40%
dei
matrimoni avvenivano
tra
etnie
miste,
la
convivenza
interetnica
era pacifica,
accanto
alla
moschea
c'era
una
chiesa
ortodossa
e poco
più
giu
quella
cristiana.
Questa tranquilla
cittadina aveva
due
difetti:
i musulmani
erano
la
maggioranza
e la
città
si
trovava
in
territorio
serbo.
Era
una
enclave
musulmana.
Dopo
averla
assediata
per
tre
anni
l'esercito
serbo,
facendosi
beffa
delle
forze
ONU
che
la
proteggevano,
entra
a Srebrenica
e massacra
tutti
gli
abitanti
di
sesso
maschile
tra
i 7
ed
i 77
anni.
In
totale
12.000
persone.
Ci
vollero
ben
TRE
giorni,
ma
alla
fine
ci
riuscirono.
Srebrenica
e le
città
vicine
produssero
un
flusso
di
profughi
che
trovò
pace
(si
fa
per
dire)
attorno
alla
città
di
Tuzla,
un
centinaio
di
km
più
a nord.
Oggi
sono
in
160.000,
tutti
musulmani,
quasi
tutte
donne
e bambini,
che
vivono
come
possono
nelle
campagne
attorno
alla
città.
Ma
non
ce
la
fanno,
non
possono
farcela,
il
95%
è
senza
lavoro
e moltissimi
soffrono
di
una
sindrome
chiamata
da
stress
post-traumatico.
Chi
ha
vissuto
la
guerra
difficilmente
ve
la
racconta,
forse
perchè
difficilmente
è
ancora
in
grado
di
farlo.
Una
guerra
che
è
stata
caratterizzata
da
un
odio
violento,
che
ha
unito
al
sadismo
puro
le
pratiche
di
tortura
più
infami,
compresa
la
riesumazione
dei
cadaveri
dalle
fosse
comuni
per
delocalizzarli
in
altre
fosse
secondarie
e poi
ancora
terziarie
nel
tentativo
di
cancellarne
definitivamente
l'identità.
Non
a caso
uno
degli
obiettivi
principali
dell'esercito
serbo
sono
sempre
stati
gli
uffici
anagrafici!
Obiettivo
dichiarato
era
l'eliminazione
totale,
anche
dalla
memoria
storica,
di
un'intera
etnia.
Oggi
i bambini
Bosniaci
sono
gli
unici
che
potrebbero
dimenticare,
per
non
averla
vissuta
direttamente,
l'esperienza
della
guerra
nella
ex
jugoslavia.
Sono
loro
il
futuro
di
un
popolo
che
impiegherà
generazioni
prima
di
potersi
riprendere
ma
che
da
qualche
parte
deve
pure
iniziare.
Ed
è
per
questo
che
il
progetto
Macondo
mi
sembra
credibile,
che
l'idea
di
adottare
un
bimbo
bosniaco
a distanza
mi
sembra
importante,
l'idea
di
far
si
che
possa
curarsi,
studiare,
crescere
sapendo
che
oltre
il
suo
esistono
anche
altri
mondi
che
vale
la
pena
conoscere. |
di
Amos
Cardia
Bandu
numero
4,
giugno
2006,
mensile
a diffusione
locale
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