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Parole, ancora solo parole, raccomandazioni e apprezzamenti per "i significativi progressi compiuti" da una Bosnia la cui consistenza la fa assomigliare più a un fantasma che non a uno Stato. Anche l'ultimo incontro del Pic (il Peace Implementation Council), l'organismo internazionale che segue il processo di pace in Bosnia sin dagli Accordi di Dayton, è finito in lunghe constatazioni e, ovviamente congratulazioni e complimenti all'Ohr, l'Ufficio dell'Alta Rappresentanza, per il suo ruolo di stabilizzatore e garante della pace.
L'ottavo Stato. Nell'incontro del 18 e 19 novembre, in molti aspettavano una decisione proprio sull'Ohr, sulla sua definitiva chiusura e trasformazione in Ufficio di Rappresentanza dell'Unione Europea. Ma di questo non si è parlato e, secondo una prassi ormai consolidata, la discussione è stata rinviata al 22 febbraio 2010.
Matthew Parish è stato per anni a capo dell'ufficio legale dell'Ohr per il distretto di Brcko, un'area a maggioranza musulmana nella Repubblica Srpska (Rs). Di Bosnia se ne intende. Il suo parere espresso in un lungo commento pubblicato sul suo blog, è che il processo disgregativo della Bosnia appare ormai inevitabile. Come inevitabile è anche la secessione e indipendenza della Rs, che potrebbe essere l'ottavo Stato a nascere dalle ceneri della Jugoslavia. L'unica incognita è data solo dal tipo di reazione che la comunità internazionale avrà, o almeno dovrebbe avere.
La situazione di stallo in cui si trova la Bosnia (e la pericolosa piega che gli eventi potrebbero prendere) dipende in primis dal fallimentare ruolo degli organismi internazionali. Agli inizi dell'anno, Miroslav Lajčák lasciò il suo ufficio di Sarajevo dell'Ohr a Valentin Inzko con un cupo epitaffio: "Le istituzioni internazionali in Bosnia - ebbe a dire Lajčák, noto per le sue dichiarazioni sempre diplomatiche e concise - sono come un cavallo morto. E io non intendo continuare a fare il fantino di questo cavallo".
La disinvoltura di Dodik. L'Ohr è una creatura di Dayton e da quattordici anni amministra la Bosnia come un Protettorato. I suoi poteri sono smisurati: può rimuovere i membri del governo, imporre e revocare leggi, congelare le attività dei partiti. Prerogative, queste, che provocano un profondo senso di frustrazione nei serbi di Bosnia. La maggior parte di essi ritiene che l'Ohr e, per il suo tramite, le potenze occidentali, vogliano ridurre fino a eliminare l'autonomia della Rs. La comunità internazionale, di fatto, spinge per le modifiche costituzionali che favoriscano la costruzione di uno stato centrale forte, dove tutto si decida a Sarajevo.
Per Milorad Dodik, il premier della Rs, è una questione che non si pone affatto. Le sue dichiarazioni in merito - "Se vogliono una Bosnia dove comandano i musulmani, facciano pure; ma sarà una Bosnia senza di noi" - non hanno bisogno di interpretazioni. Contro la disinvoltura di Dodik, l'Ohr non può fare molto. Fino al 2006 gli uomini di governo della Rs erano controllabili con "la minaccia" di un viaggio diretto al Tribunale dell'Aja. Non era difficile trovare nelle loro biografie tracce di un coinvolgimento nella guerra di Bosnia. Con Dodik non è possibile. Da questo punto di vista il premier serbo bosniaco è inattaccabile. Né vale l'opzione di tagliare i finanziamenti, dal momento che gran parte del flusso di denaro per Banja Luka arriva da Mosca e dall'Europa orientale. Certo per fermare le velleità della Rs, Inzko, l'attuale titolare dell'Ohr, potrebbe esercitare il suo potere e rimuovere Dodik dall'incarico. Ma questa mossa non è stata presa in considerazione per due motivi. Il primo: Dodik è considerato il male minore e comunque un moderato in confronto agli altri personaggi che circolano sul palcoscenico politico della Rs. Il secondo: Milorad Dodik ha minacciato che in risposta a una simile ipotesi, cinquantamila serbi di Bosnia marceranno fino a Sarajevo di fronte alla sede dell'Ohr.
Responsabilità e credibilità. Ci sono però delle certezze. Nonostante in Bosnia si ragioni ancora su base etnica, l'ipotesi di un conflitto armato è lontanissima. Se i rapporti del Pic sono veritieri, in Bosnia non ci dovrebbe essere quasi più traccia di armamenti pesanti. Lo stesso vale per la consistenza degli eserciti delle due entità. E allora lo scenario più probabile è che un'eventuale secessione porti all'isolamento diplomatico della Rs, dal momento che anche Belgrado e Mosca non avalleranno il passo di Banja Luka. Il più grande ostacolo alla creazione di uno stato indipendente, però, è fornito non da moniti o consigli di "nemici e amici", bensì dalla conformazione territoriale della Rs e dal distretto di Brcko che costituirebbe un tappo, una discontinuità territoriale capace di isolare la parte occidentale da quella orientale. Le conseguenze di una autodeterminazione serba in Bosnia avrebbe delle ripercussioni anche sull'entità croata che afferma, in sordina, il suo diritto a un'autonomia territoriale e a un principio di uguaglianza rispetto alla maggioranza musulmana nella Federazione bosniaca.
Gli eventi impongono agli organismi internazionali che sovrintendono al processo di crescita della Bosnia un'agenda più incisiva e una concretezza che restituisca loro credibilità. Ma il compito più difficile è quello di creare una camera stagna tra i rappresentati di governo e il popolo per evitare che le tensioni etniche, fortissime tra gli uomini della politica, non penetrino nel delicato tessuto sociale che ancora porta le ferite dell'ultimo grande conflitto d'Europa. |