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  news dalla bosnia
   
  Mladić, i diari dell'orrore, di Renato Caprile*
   
 
Abstract: Al processo gli appunti di guerra del Boia di Sebrenica. In 18 quaderni, oltre 3.500 pagine, la pianificazione del terrore per costruire "la grande Serbia", in questo articolo di Repubblica.
   
 
contorni artistici di edifici bosniaci

"UCCIDERE 50mila musulmani in più non porterebbe a niente. Recupereremo in seguito. La nostra vera priorità è sbarazzarci della popolazione musulmana (sostituendola con serbi e croati, ndr)". "I musulmani sono il nemico comune nostro e dei croati, dobbiamo cacciarli in un angolo dal quale non possano più muoversi". La pulizia etnica da realizzare ad ogni costo è l'ossessione di Ratko Mladić in tutti i suoi scritti.

Dei suoi diari segreti. Delle sue cronache dal fronte di guerra jugoslavo negli anni a cavallo tra il 1992 e il 95. Diciotto quaderni, fitti di appunti, considerazioni, citazioni sulla necessità di fare piazza pulita una volta e per sempre degli islamici dalla sua terra. Oltre 3500 pagine che inchiodano il boia di Srebrenica, più ancora delle testimonianze dei sopravvissuti di quel massacro, alle proprie responsabilità. C'è del suo, ovviamente ma non mancano considerazioni del suo sodale, dell'ideologo delle sue scorrerie, Radovan Karadžić: "Dobbiamo aiutare i croati a forzare la mano ai musulmani affinché accettino la divisione della Bosnia", annota Mladić riportando brani dell'intervento del leader serbo bosniaco nel corso di una riunione alla quale partecipò anche Milošević. E ancora: "I Balcani stanno diventando un fronte di guerra tra le forze che vogliono germanizzare l'area e quelle che la vogliono islamizzare". Citazioni, dunque, ma anche profonde riflessioni: "La coalizione occidentale crede di aver trovato la formula per trasformare noi serbi e le altre popolazioni balcaniche in un'orda di vagabondi", condite qua e là da accuse pesanti alle presunte interferenze di Unione europea e Stati Uniti, responsabili a suo giudizio di "flirtare con i musulmani perché hanno interessi in Medio Oriente e hanno quindi la necessità di fare alcune concessioni".

Dopo 15 lunghissimi anni Mladić è ancora in fuga, malato terminale si dice, protetto ormai solo da un pugno di fedelissimi e dalla famiglia, moglie, figlio e nuora, che non lo hanno mai abbandonato. Ma quegli scritti di suo pugno - in cirillico ovviamente, entrati in possesso dei giudici del tribunale olandese e finalmente tradotti - sono la Prova che l'accusa cercava. La prova non solo contro il braccio militare, Mladić appunto, ma anche contro le menti politiche di quegli orrori: Radavan Karadžić, il leader serbo bosniaco, e Slobodan Milošević, il presidente padrone della Serbia. Costituiscono l'evidenza, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la pulizia etnica fu pianificata a tavolino. Come conditio sine qua non per l'attuazione del folle progetto di una Grande Serbia. C'è voluto del tempo perché un documento di questa importanza venisse alla luce. Il tempo necessario perché Belgrado scegliesse tra passato e futuro e finalmente facesse la cosa giusta.

Bosiljka, la moglie dell'ex leader militare serbo-bosniaco, custodiva gelosamente quei diari nella bianca casa sulla collina di Banovo brdo, al 117 b di Blagoja Parovica a Belgrado. Erano lì, sotto gli occhi di tutti, sarebbe bastato cercarli. Cosa che è stata fatta solo quando la signora Mladić e suo figlio Darko si sono spinti un po' più in là del "lecito". Hanno tentato cioè di risolvere, leggi alla mano, il problema della latitanza del loro congiunto con una dichiarazione di morte presunta - Mladić ha settant'anni e da cinque non dà ufficialmente notizie di sé - per fortuna respinta il 28 giugno scorso da un tribunale serbo. Evidentemente era troppo anche per chi in questi anni ha fatto finta di non vedere. E allora, e solo allora, quelle note sono finalmente saltate fuori. Una perquisizione nel corso della quale sono state rinvenute anche armi da guerra che potrebbero aggravare la situazione giudiziaria della stessa signora Mladić.

È notorio che tutti gli ufficiali debbano compilare dei resoconti delle loro missioni, ma i diari di bordo di Mladić possono fornire un quadro dettagliato, fare finalmente luce su quel triennio '92-95. Su obiettivi militari strategici, su possibili sanzioni o semplicemente sul trattamento dei civili a Srebrenica alla vigilia del genocidio di 8mila uomini e donne per mano delle forze di Mladić e dei paramilitari serbi. Per ora dai pochi estratti che i giudici olandesi hanno lasciato filtrare, Mladić sembra privilegiare piuttosto che la cronaca dei sanguinari raid dei suoi uomini, la "dottrina" che sta dietro a quelle azioni militari. Una sorta di giustificazione ideologica di quegli eccessi. Ecco perché fa sue frasi di altri come l'ex generale croato, Slobodan Praljak, anche lui accusato di crimini di guerra: "Ci conviene che i musulmani se ne stiano in un loro angolo e non si muovano più da lì". O prende in prestito - "I musulmani sono il nostro nemico comune" - considerazioni dell'ex leader croato, Jadranko Prilić. In ogni caso Mladić si mostra sicuro di potere portare a casa la vittoria che i suoi capi pretendono "a patto di restare uniti (si riferisce ovviamente a serbi e croati, ndr) intorno ad un unico, grande obiettivo comune".

   
 
* © 2010 - La Repubblica (15 settembre 2010)
   
 
 
 

 
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