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  news dalla bosnia
   
  Processo storico, di Christian Elia*
   
 
Abstract: Lunedì 26 ottobre, dopo una lunga attesa, ricomincia il processo che vede imputato Radovan Karadžić, l'ex leader dei serbi di Bosnia della Repubblica Srpska durante il conflitto degli anni Novanta.
   
 
Ratko Mladić e Radovan Karadžić

Formalizzata l'accusa. Il 20 ottobre scorso è stato depositato l'atto formale di accusa davanti al Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia (Tpi), organismo istituito dalla risoluzione n° 827 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 25 maggio 1993 e che ha sede nella cittadina olandese dell'Aja. La corte ha giurisdizione per i crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante il conflitto che nella prima metà degli anni Novanta ha insanguinato la ex-Jugoslavia. Karadžić, a maggio del 1992, venne eletto membro della presidenza tripartita della Repubblica Srpska, entità auto proclamata dei serbi di Bosnia, assieme a Momcilo Krajišnik e a Bilijana Plavsić.

Karadžić, 64enne psichiatra e poeta, è sempre stato ritenuto il leader più influente. Anche per questo i giudici del Tribunale lo accusano di essere l'ideatore e il mandante di un piano di espulsione definitiva dei musulmani e dei croati che vivevano nelle zone della Bosnia-Erzegovina occupate dai serbi di Bosnia durante la guerra 1992-1995.

Il documento analizza in dettaglio i due genocidi imputati a Karadžić, durante i primi mesi di guerra e per il massacro di ottomila persone nell'enclave musulmana di Srebrenica nel luglio del 1995, pochi mesi prima della fine della guerra.

La caccia. Dopo una latitanza di 13 anni, arrestato a Belgrado dove viveva sotto falsa identità e con un aspetto profondamente differente, adesso Karadžić andrà alla sbarra, dopo la firma del suo mandato di cattura a opera del giudice sudafricano Goldstone nel 1995. Karadžić é accusato anche di crimini contro l'umanità e di crimini di guerra in merito agli omicidi, agli stupri, alle espulsioni forzate, e alle torture commesse in 19 municipalità così come durante l'assedio di Sarajevo, durato 44 mesi.

Inoltre l'atto di accusa qualifica come crimine di guerra la presa di ostaggi di circa 200 caschi blu e osservatori dell'Onu nel 1995 su ordine di Karadžić. La versione iniziale dell'atto di accusa prendeva in conto reati commessi in 47 comuni, ma il documento è stato ridotto a più riprese, fino agli ultimi undici capi d'imputazione.

''Noi vogliamo un processo che rifletta la gravità dei crimini commessi, che consenta alla vittime di raccontare le loro storie e che sia al tempo stesso gestibile'', spiega il procuratore capo del Tpi, il belga Serge Brammertz, che ha sostituito nel 2008 la storica procuratrice svizzera Carla Del Ponte.

Secondo Brammertz, il processo dovrebbe durare dai due anni e mezzo ai tre anni. Oltre 530 i testimoni citati e un milione le pagine degli atti depositati. Il processo sarà presieduto dal giudice sudcoreano O-Gon Kwon.

Karadžić si difenderà da solo, assistito da un team di consulenti e consiglieri guidati dall'avvocato Usa Peter Robinson, tra i quali Edward Medvene che ha commentato: ''Karadžić è impaziente di dimostrare la propria innocenza''. Ma è davvero così? ''Con la presente vi informo che la mia difesa non è pronta per il processo, quindi non mi presenterò in aula il 26 ottobre prossimo'', ha scritto lo stesso Karadžić in una lettera al presidente del Tpi.

Secondo Carla Del Ponte no. Il magistrato svizzero, che sul suo mandato da Procuratore capo del Tribunale ha scritto un libro intitolato La caccia, che ha fatto molto discutere, ha dichiarato che ''il principio della difesa svolta in proprio dall'imputato offre un'opportunità troppo vasta di trasformare il banco degli accusati in un pulpito per comizi e il processo in un circo politico''.

Difficile darle torno, almeno a giudicare dall'utilizzo che hanno fatto dell'autodifesa l'ex presidente della Jugoslavia prima e della Serbia poi Slobodan Milošević, morto nella sua cella nel carcere di Sheveningen (quello dove risiedono tutti gli imputati del Tpi), in Olanda, il 3 maggio 2006 mentre si celebrava il suo processo, e il leader dei radicali serbi Vojislav Šešelj. Entrambi, invece di difendersi in punta di diritto, hanno tenuto veri e propri comizi.

La tattica di Karadžić, fin dalla sua prima apparizione in tribunale, davanti al giudice Alphonse Orie il 31 luglio 2008, è stata improntata alla presentazione di migliaia di atti e di accuse a tutto il sistema politico internazionale. Il presidente del Tpi, Patrick Lipton Robinson, in una recente intervista, ha voluto tranquillizzare tutti sulla tattica dilatoria di Karadžić. Il Tpi, infatti, chiuderà entro tre massimo quattro anni, mentre il processo potrebbe durare molto di più. ''Secondo le convenzioni internazionali questo genere di crimini non può andare in prescrizione'', ha detto Robinson. ''Contiamo di celebrare l'ultimo processo di primo grado entro la fine del 2012 e l'ultimo di appello entro la fine del 2013''. Per quella data il Tpi conta anche nell'arresto di Ratko Mladić che dei serbi di Bosnia era il comandante militare.

Il rischio, però, è anche per i diritti dell'imputato. Se da una parte Karadžić può sfruttare il tempo per allungare il processo a lungo, dall'altra parte il Tpi non deve ledere il suo diritto a un equo processo. Robinson ha tenuto a rassicurare tutti in questo senso, ma il rischio che non venga offerto all'ex leader della Repubblica Srpska il giusto spazio è notevole. Quello che per la Del Ponte è un comizio politico, infatti, potrebbe essere anche l'occasione per fare chiarezza su certe zone d'ombra che permangono nella ascesa politica e nella lunga latitanza di Karadžić.

In primo luogo su quell'impunità che lui sostiene essergli stata garantita da Richard Hoolbrooke, all'epoca della guerra in Bosnia inviato speciale del governo degli Stati Uniti. Secondo Karadžić, che si è sempre dichiarato non colpevole, Hoolbrooke gli avrebbe offerto l'immunità in cambio della sua scomparsa dalla scena politica, cosa che è puntualmente accaduta alla fine del 1995 e prima della firma degli Accordi di Dayton del 1996 che posero fine al massacro nella ex-Jugoslavia.

Inoltre Karadžić sostiene che la storia del massacro di Srebrenica andrebbe riscritta, al punto che chiede che vengano ascoltati i servizi segreti italiani sulla vicenda. Secondo lui l'intelligence italiana, grazie a un'intercettazione del centro di ascolto satellitare di Cerveteri, vicino Roma, avrebbe le registrazioni della conversazione telefonica, avvenuta poco prima dell'eccidio di ottomila musulmani, tra l'allora presidente bosniaco Alija Izebegović e il sindaco di Srebrenica. Secondo Karadžić, Izetbegović respinge la richiesta di evacuazione della cittadina, pur consapevole dell'orrore che stava per colpirla. Il rispetto delle vittime passa anche attraverso il diritto di conoscere tutta la verità.

   
 
* © 2009 - Peace Reporter (21 ottobre 2009)
   
 
 
 

 
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