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Sulle tracce di Mladić, di Luka Zanoni* |
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Abstract: Il 2009 l'anno dell'arresto di Mladić? Da tempo ci siamo abituati a lanci di agenzie, controlli dei servizi di sicurezza, indiscrezioni pubblicate sui giornali. Poi il bailamme mediatico si sgonfia in fretta. Una rassegna. |
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Se
l’anno scorso è stato l’anno di Karadžić,
il 2009 potrebbe essere quello di Mladić. Il condizionale
è di dovere, anche perché ormai si sa che è
difficile fare previsioni quando in questione ci sono i latitanti
eccellenti del Tribunale penale internazionale dell’Aja per
i crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Tpi).
Da tempo ci siamo abituati a lanci di agenzie, a controlli dei servizi
di sicurezza, a indiscrezioni pubblicate sui giornali. Poi, però,
accade sempre che il grande bailamme mediatico si sgonfi in fretta.
All’appello mancano ancora due latitanti: Goran Hadžić e Ratko Mladić. Il primo fu presidente della autoproclamata
Repubblica serba di Krajina ed è accusato di crimini contro
l’umanità e di violazioni delle leggi e usanze di guerra.
Il secondo, decisamente più noto, fu il comandante militare
dell’Esercito della Republika Srpska, accusato dal Tpi dell’Aja
di crimini di guerra e di genocidio, ritenuto tra i principali responsabili
del massacro di Srebrenica e dell'assedio di Sarajevo.
Per l’opinione pubblica mondiale e soprattutto per le cancellerie
internazionali, in particolare quelle dell’Ue (leggi l’Olanda)
che hanno condizionato l’avanzamento della integrazione della
Serbia alla cattura del generale serbo-bosniaco, è di gran
lunga più importante l’arresto e la consegna al Tpi
di Ratko Mladić.
Si è molto detto sulla sua presenza in Serbia, sui suoi movimenti,
sulla sua rete di protezione. Fino ad ora però del superlatitante
nemmeno l’ombra. Ciononostante, una serie di elementi fanno
credere che la sua cattura sia sempre più vicina.
I cambiamenti politici in Serbia hanno portato una nuova volontà
politica che sembra decisamente orientata a chiudere questa partita.
Le spinte verso l’Ue sembrano molto più marcate che
un tempo. I politici progressisti dichiarano che è ormai
tempo che i cittadini serbi non siano più ostaggio di poche
persone. E Radovan Karadžić, un tempo definito the big one
(il pesce grosso), è già caduto nella rete.
Ma cosa si sta facendo in Serbia per catturare Mladić?
In una recente intervista, pubblicata dal quotidiano belgradese
“Danas”, Vladmir Vukcević, procuratore per i
crimini di guerra, pur attenendosi rigorosamente alla continenza
verbale fornisce qualche indicazione.
Vukcevic apertamente dice: “Abbiamo l’impressione
di essere ogni giorno sempre più vicini alla cattura dei
latitanti. La chiara volontà politica e la risolutezza che
questo compito giunga a termine, oltre al lavoro quotidiano dei
servizi, rendono la possibilità della loro localizzazione
sempre più reale”.
Pur astenendosi dall’entrare nei dettagli, il procuratore
di Belgrado precisa che sono state condotte intercettazioni telefoniche,
che sono state scoperte e troncate le reti di approvvigionamento
di denaro, che sono state allacciate relazioni tra la polizia, i
servizi di sicurezza e l’esercito della Serbia coi partner
della regione e dell’Europa. Ed infine che i servizi sono
riusciti a ricostruire quasi tutte le mosse fatte da Mladić
fino a poco tempo fa. Vukcević ovviamente non precisa fino
a quando, dice solamente che “la data non è relativa
ad un passato remoto”. Reticenza colmata da quanto pubblicato
da alcuni giornali serbi, secondo i quali la ricostruzione coprirebbe
l’arco di tempo che va dall’aprile 2002 al gennaio 2006.
E quando il procuratore di Belgrado fa intendere che proprio il
cambio di circostanze politiche è il fattore che porterà
alla cattura di Mladić, Aleksandar Roknić, giornalista
di “Danas”, chiede all’interlocutore se questo
significa che gli investigatori sono già sulle tracce di
Mladić. “Quando sarà localizzato, sarà
arrestato e trasferito all’Aja. Abbiamo una gran fretta e
abbiamo un debito con le generazioni future della Serbia per non
aver ancora concluso questo faticoso lavoro. Perché non è
giusto che crescano all’ombra del passato, come ostaggi di
Ratko Mladić e Goran Hadžić”, sentenzia Vukcević.
Anche il capo procuratore del Tribunale dell’Aja, Serge Brammertz,
confida nella buona volontà di Belgrado, e in un rapporto
del 18 febbraio presentato ai ministri dell’Ue ha fatto notare
l’avanzamento della Serbia nella collaborazione col Tpi, ma
ha precisato che adesso va spinta fino in fondo l’azione per
la cattura degli ultimi latitanti.
A prova delle migliori intenzioni Belgrado ha persino messo un premio
di un milione di euro per chi riuscisse a fornire informazioni che
conducano alla localizzazione e all’arresto di Mladić,
250mila euro invece per Hadžić. Cifre appetibili, anche
se secondo un sondaggio condotto dall’agenzia demoscopica
belgradese Strategic marketing il 65% della popolazione serba non
denuncerebbe Mladić nemmeno per una somma così alta.
Per il presidente del Consiglio nazionale per la collaborazione
con il Tribunale dell’Aja, Rasim Ljajić, “questo
premio dimostra la risolutezza di Belgrado a fare sì che
i restanti impegni col Tribunale vengano risolti quanto prima. Con
il premio vogliamo dimostrare che esiste una volontà politica
per consegnare Mladić”.
Si susseguono nel frattempo le azioni per la sua localizzazione.
Tra quelle che hanno avuto più risonanza sui media c’è
l’azione del dicembre scorso quando fu perquisita la casa
belgradese della famiglia di Darko Mladić, figlio del latitante.
Non era la prima volta che la polizia perquisiva la casa del figlio
dell’ex generale, e nel 2007 Darko Mladić era stato
convocato dall’intelligence serba per un colloquio informativo.
La più recente è invece del 10 febbraio, quando l’Eufor,
la forza di pace europea in Bosnia Erzegovina, ha perquisito la
casa di Milica Avram i Radinka Mladić, parenti del latitante
e residenti nei pressi di Sarajevo. Come precisato dall’Eufor,
l’azione è stata condotta su richiesta del Tribunale
dell’Aja con l’intento di raccogliere informazioni utili
alla localizzazione dell’ex generale.
Ma Mladić non è Karadžić, difficilmente lo
si troverà vestito da guru intento a dare lezioni di medicina
alternativa, con tanto di sito internet dal quale dispensava amorevoli
consigli. È anche molto probabile che il generale latitante
sia protetto da una scorta armata, cosa che renderebbe più
complicato il suo arresto e alquanto improbabile la sua volontaria
consegna. Mladić - sottolinea Vukcević - “è
un soldato e non gli si addice nascondersi come un topo nella tana”.
Opinione condivisa da Rasim Ljajić, il quale insiste sul
fatto che quest’anno la collaborazione col Tribunale dell’Aja
deve essere portata a termine, vale a dire che Mladić e Hadžić
dovranno essere arrestati, altrimenti la Serbia resterà bloccata
sulla strada per l’Ue.
Che sia davvero l’anno di Mladić? Staremo a vedere.
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