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...ultimo aggiornamento: 24/9/09 12:30

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  i diari
   
  sentirsi sotto tiro, di marina ciceri*
   
 

Da qualche tempo pensavo di andare in Bosnia. I racconti di Francesca e Alice su questa terra tanto vicina quanto dimenticata mi incuriosivano, e così durante il 2008 ho letto un pò. Poco, il minimo indispensabile per affrontare un viaggio che nemmeno avevo ancora immaginato.

Francesca e Alice sono due delle volontarie di Macondo Tre, un’associazione ONLUS che si occupa di adozioni a distanza nella cittadina bosniaca di Tuzla. Conosco Francesca perchè i nostri genitori sono amici da sempre… Non ci siamo mai frequentate tanto, solo qualche anno fa, prima di iniziare con Macondo Tre, anche lei era volontaria dei Magazzini del Mondo. Poi ci siamo un pò perse, e incontrate di nuovo alla fine dell’anno appena passato, così, chiacchierando su sogni e prospettive.

Alice è la sua migliore amica, ci siamo conosciute ad un banchetto anni fa! Un vulcano di ragazza, dai modi aggressivi e austeri, ma con ragione.

Fu proprio lei a colpirmi, ad attirare la mia attenzione su Macondo Tre quando, a quel banchetto, la sentii dire tra sé e sé: “eh, sì, passano, e intanto i bambini in Bosnia stanno morendo di freddo…”

In quella occasione vendevano (per raccolta fondi) le pape, una specie di calza corta fatta a mano, in lana spessa, che è tipica della Bosnia. Si usa per stare in casa. Non so resistere alle raccolte fondi delle associazioni, ma quelle pape proprio non mi servivano a niente… ero piena di pantofole! Eppure le comprai, il mio primo paio di pape.

Francesca e Alice vanno spesso in Bosnia, almeno tre volte all’anno (ma se possono anche di più), a portare gli aiuti, ma anche a trovare il bimbo che sostengono a distanza, Kenan, un amore di bambino di dieci anni che vive nell’orfanotrofio di Tuzla. I racconti di ritorno da ogni viaggio, fugaci e scanditi dal poco tempo che abbiamo a disposizione per parlare, si iniziavano ad accavallare, sovrapporre, ma iniziavano anche a incuriosirmi, sempre più…e così in questo ultimo anno ho detto spesso alla Fra di avvisarmi ogni volta che andavano in Bosnia, sperando prima o poi di poter andare anche io. E le scorse vacanze di Natale sono state l’occasione giusta (finalmente!).

Tuzla è una cittadina grande più o meno come Spezia. Appena arrivi ti accolgono le sue ciminiere…grosse come quelle della centrale nucleare dei Simpson, sei. Esce un fumo denso, compatto e dall’odore di zolfo… Tutto a Tuzla va a carbone, e ovviamente i filtri non sono dell’ultima generazione. La sensazione è quella di respirare l’aria della rivoluzione industriale, quella che i libri di storia cercano di descriverti, ma che non ti immagini mai abbastanza. La gola ti segnala il grado di inquinamento… dopo la prima notte la mia era già rossa, gonfia e bruciava…

Alloggiamo alla sede dell’associazione locale partner di Macondo Tre, Tuzlanska Amica. Una casetta dignitosa, con due bagni, quattro stanze piene di cose che attendono di essere distribuite alle famiglie (in due delle quali abbiamo dormito anche noi, facendoci spazio tra mobili vari), tre uffici e un salone. Il riscaldamento eccezionalmente acceso per gli ospiti.

Normalmente le giornate trascorrevano andando all’orfanotrofio, prendendo alcuni dei bimbi (quelli che potevamo, perché ci vuole il permesso di volta in volta, e le regole cambiamo quasi quotidianamente), portandoli alla sede di Tuzlanska Amica a giocare tutto il pomeriggio, cenando insieme a loro (spesso anche cucinando con loro), e riportandoli alla sera alle 21 in punto.

Conoscere una realtà di orfanotrofio è un’esperienza forte. Mi ricorda quando ero bambina e i miei genitori me ne parlavano, quando si faceva la selezione dei giochi da portare agli orfani, alle immagini di loro che fantasticavo, perché gli orfani erano per me soggetti astratti senza viso, solo tristi. I bimbi dell’orfanotrofio di Tuzla non sono tutti orfani. Alcuni hanno la loro famiglia, che però non è in grado di mantenerli e li ha portati li. D’altronde la guerra ha decimato le famiglie, a volte, spesso, non c’è una nonna che ti aiuti, né uno zio... Altri hanno genitori con problemi (alcol, malattie, comportamenti violenti) per cui non possono occuparsi dei figli. La povertà è uno dei principali motivi di abbandono, per cui tanti bimbi sono stati portati lì appena nati, e non conoscono l’identità dei genitori. Altri la conoscono, passano con loro le vacanze, o le domeniche, poi tornano al DOM, l’orfanotrofio. E non sono nemmeno tutti tristi. Continuo a sorprendermi di come la vita reagisca, sorrida anche in corpi così piccoli, anche tra dolori così grandi. Anche in mezzo a dinamiche violente di gerarchie interne tra bambini, anche al freddo del dicembre bosniaco, anche alla luce di una povertà che non ti fa crescere. I bambini riescono sempre a sorridere ancora.

Un giorno siamo andati a Sarajevo. La sveglia alle 6 perché avevamo solo una giornata e la strada è lunga tra i monti. Le curve innevate, le case nuove accanto a quelle distrutte, i camini fumanti, i cani in mezzo alla strada, i boschi… i cartelli delle mine… tanti. Sono rossi, frequenti, pietrificanti. Quando siamo arrivati in Bosnia non li avevamo visti, era notte. Ma tutta la strada è a tratti delineata da questi cartelli, che si susseguono in mezzo ai divieti di sorpasso, o ai pericoli di sbandamento per la strada ghiacciata. Rallenti. Ti si appesantisce il fiato, ti si chiude lo stomaco, la lingua si calma e per qualche attimo scende il silenzio. Il cinismo di Stefano, compagno di viaggio insieme a Ale, Fra e Laura, rompe il gelo che i 26 gradi di riscaldamento non riescono a scaldare. Dopo due ore e mezzo arriviamo a Sarajevo, troviamo l’ufficio turistico dopo aver passato i famosi cimiteri bianchi, i palazzoni coi buchi delle granate coperti da poco da un po’ di cemento, i numerosi cantieri della ricostruzione. Prenotiamo una guida che in inglese ci presenterà la città, ci mostrerà i suoi palazzi, la sua storia recente, i suoi tre anni di assedio.

Cosa rimane di una gita a Sarajevo? Cosa si prova a camminare tra le strade di Sarajevo? A entrare nel suo mercato, a costeggiare il fiume, a mangiare i suoi burek?
Per capirlo davvero consiglio con tutto il cuore di andarci. Di leggere la storia degli ultimi venti anni, e di andarci.

Io qui provo a darvi un’idea, ma non riuscirò mai a spiegarvi le sensazioni così come davvero le ho provate. Ogni secondo che sono stata li, ogni sguardo che ho girato, ogni palazzo che ho guardato.

Sarajevo è una città immersa in una grande valle. Ha palazzi grandi, alti, ma anche viuzze e palazzotti piccoli. Ha una zona araba, tradizionale, e una zona moderna. Ha chiese, moschee e templi ebraici. Ha pozzi, panifici, negozi, autobus, piazze. Da ogni angolo di ogni strada, da ogni vicolo, da ogni palazzo e ad ogni passo che fai, vedi le colline. Su quelle stesse colline, tra il 1992 e il 1995, erano sdraiati centinaia di cecchini, era appostato l’esercito che teneva sotto tiro ogni singolo movimento. Ad una distanza ridicola, per un soldato era uno scherzo centrare un uomo. E per tre anni di uomini, donne, bambini ne sono rimasti tanti a Sarajevo, a difendere la propria terra, senza acqua, luce, gas, energia, cibo, medicine. O meglio, con quel poco di tutto che arrivava dal tunnel, dall’unica porta che si apriva sul mondo. Solo che quel poco era fuori, fuori dall’edificio in cui cercavi di sopravvivere, fuori all’aperto, fuori sotto tiro.

La sensazione di ogni secondo che ho vissuto lì è stata quella di essere osservata. Di sentirmi osservata da lontano, da nessuno. Nessuno sta più su quelle colline a guardare chi cammina e dove, nessuno ha più un fucile in mano carico, nessuno sta più alla finestra del palazzo accanto a cercare movimenti. Eppure ci sono, li senti ancora tutti. Vedi la gente che cammina tranquilla nella strada pedonale principale, i vecchietti che giocano a scacchi in piazza, e ti immagini la stessa piazza, la stessa via solo tredici anni fa, e ti senti osservata. E vedi il progresso, una nazione che si sta rialzando piano piano, le donne che truccate chiacchierano per strada, gli auguri per il nuovo anno, i commercianti che cercano di attirarti alle loro vetrine, la vita di una città normale. In mezzo alle rovine di ottocento granate cadute per ogni singolo abitante, in mezzo ai buchi nei muri, ai fili elettrici vaganti, in mezzo a case senza finestre, o con schegge di vetro rimaste su chissà come. In mezzo a edifici sacri di religioni diverse, ad architetture diverse, a cimiteri bianchi e neri che sorgono a caso qua e là.

È troppo vicino, è troppo simile, è troppo guerra per non lasciarti senza fiato.

E pensi che è nato tutto da una convinzione, da un’idea malata ma detta bene, propagandata talmente bene da convincere chi abitava in un palazzo a voler uccidere quella famiglia che abitava nel palazzo davanti da sempre, che non ti aveva mai dato nessun fastidio vedere ogni mattina. I cui figli giocavano coi tuoi, la cui madre incontravi in autobus, o al mercato, o dalla parrucchiera e non ti creava nessun problema. Ma che ad un certo punto hai voluto veder uccisa, in nome di una purità di razza, di una superiorità religiosa, di un’integrità territoriale che non prevedesse diversità interne.

Allora mi viene in mente il Rwanda, stessa dinamica, armi diverse. La Cecenia. Israele. Ma soprattutto mi viene in mente l’Italia. Mi viene in mente la fobia per gli immigrati, per i rom, per i marocchini, per i cinesi. Per persone che vivono accanto a noi da anni, i cui figli vanno nella stessa classe nella stessa scuola, con cui lavori fianco a fianco ogni giorno. Il fiato si ferma ancora di più. Gli occhi si rattristano e si terrorizzano. Scuoti la testa e, anche tu come la gente di Sarajevo, dici: non potrà mai succedere a noi, non qui, abbiamo sempre vissuto insieme senza grossi problemi.

Srebrenica. Genocidio. Circa 7.000 i morti ufficiali, 110.00 i morti denunciati dai famigliari. 3 giorni.

E ti ripeti: non può succedere anche qui, siamo una nazione civile. Così come se lo sono ripetuto i serbi e i bosniaci. Salvo entrare in una guerra durata tre anni, con milioni di morti, e milioni di mine nei loro boschi.

Tornata in Italia ieri sera, sento il dovere di testimoniare, di raccontare. Perché è inammissibile non saperne niente, è inammissibile non riconoscere le somiglianze con alcuni discorsi politici di oggi! In Italia, nella nostra stessa nazione, oggi, si incita ancora all’odio verso il prossimo, il diverso. Dopo una guerra come questa in Jugoslavia non è possibile che ancora abbiamo il coraggio di schierarci gli uni contro gli altri, i cristiani contro i musulmani, gli italiani contro i marocchini, il nord contro il sud! Non è possibile, è troppo presto per aver già dimenticato cosa è successo a mille chilometri da casa nostra, ed è troppo ingenuo pensare che davvero non possa succedere anche qui!

Allora scrivo queste righe per chiedervi, supplicarvi: leggete la storia, vivetela andando dove si è consumata la guerra, una qualsiasi guerra. Sentitela sulla vostra pelle, sentitevi osservati. Sentitevi sotto tiro, sentite ancora i cecchini cercare la vostra testa. Cercate, se non la avete già trovata, la voglia di costruire intorno a voi un mondo di tolleranza e non di odio, un mondo di fiducia reciproca e non di sospetto, di collaborazione, un mondo di sorrisi come quelli dei bambini. Perché nient’altro al mondo ci può proteggere meglio dalle granate, dai fucili, dalle ferite che la guerra porta con sé. Nient’altro può proteggere i nostri figli dal rimanere orfani di un’intera famiglia sterminata, nient’altro. Qui, in Italia, e ovunque vi muoviate.

   
 
* magazzini del mondo
 
 

 
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